02/12/2003
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Cosa significa vivere nella parte più povera del Brasile, il nord-est
“Le parole non riescono a rappresentare la realtà della povertà, non
fanno sentire gli odori, non mostrano il viso delle persone”, è con
questa premessa che le Minime suore del Sacro Cuore francescane hanno
cercato di raccontarci cosa significhi vivere nella parte più povera
del Brasile, il nord-est. Da decenni hanno scelto di aiutare gli
abitanti di questa zona impervia, senza lavoro, senza casa, senza
medicine, senza una vita normale e, con chiarezza ed estrema lucidità,
hanno deciso di renderci partecipi.
La casa da cui stiamo scrivendo si trova in una Vila nel nordest del
Brasile . Vila qui è sinonimo di favela e il nordest è la parte più
povera del Paese. Siamo presenti in due stati, con tre comunità: a Dom
Pedro, a São Luis (Maranhão), e a Teresina. La nostra congregazione è
di origine italiana, ma la grande maggioranza delle suore che vivono
qui, e le giovani in formazione, sono brasiliane.
Le persone tra le quali abitiamo sono in maggioranza povere, o molto
povere. Condividiamo la loro vita e cerchiamo di sopperire come
possiamo alle necessità più urgenti.
Le nostre case in genere sono abbastanza grandi, in modo da essere
usate anche dalle comunità in cui sono inserite. In città, nelle zone
in cui vivono i poveri, le abitazioni spesso sono di fango, costruite a
volte dalla sera alla mattina, e poi, piano piano, ingrandite. Succede,
infatti, che i poveri si insedino in una zona quasi all’improvviso.
Arrivano dall’interiore, le zone dell’interno dove non si riesce più a
sopravvivere, o provengono da un’altra città o da un’altra zona.
Costruiscono in una notte una invasione, un pulviscolo di casine di
terra cresciute dalla sera alla mattina, col loro tetto di paglia,
generalmente di una sola stanza e vi si stabiliscono, in cerca di una
vita migliore che spesso non trovano. A volte le invasioni hanno vita
breve: sono abbattutte per ordine del governo locale, e le persone che
vi abitano possono non avere nemmeno il tempo di prendere le loro cose,
prima che le ruspe distruggano le case. È successo anche qui, vicino a
noi, solo qualche mese fa. Altre volte, invece, le invasioni
sopravvivono e, a poco a poco, le persone si sforzano di renderle più
vivibili: le case si ingrandiscono un po’, e chi ne ha i mezzi riesce
anche a migliorarne la struttura.
Quando la situazione si stabilizza, compaiono anche alcune case di
mattoni, e qualche negozio. Non bisogna immaginare negozi come quelli
delle città occidentali. Tutto è in proporzione. In Brasile, nelle zone
in cui vivono i ricchi, nei grandi centri commerciali, nel centro delle
città, ci sono negozi che non hanno nulla da invidiare a quelli dei
paesi europei: ma nelle zone dei poveri, la chiesa, i bar, i negozi,
sono poveri come le case.
Dentro le favelas in cui i poveri vivono, gran parte delle famiglie si sforza
di fare una vita normale.
Il primo problema che le persone incontrano è la mancanza di un lavoro
adeguato. Alcune persone lavorano: frequentemente, però, si tratta di
un impiego non solo irregolare, ma instabile e precario. C’è chi lavora
a giornata. La mattina si reca in città, in uno dei punti di ritrovo
conosciuti, e aspetta che qualcuno lo chiami, per esempio a scaricare
un camion. Se nessuno ha bisogno, non lavora e non guadagna.
Qualcuno, invece, va a servizio nelle case dei ricchi. Può capitare,
però, che lavori tutto il mese e che alla fine nessuno lo paghi. Qui
non possiedono i mezzi per opporsi a queste ingiustizie.
In altri casi, le persone hanno un impiego regolare e regolarmente
pagato: ma lo stipendio che ricevono spesso è troppo basso per potere
sopravvivere.
Il salario minimo qui è di 240 reais – con il cambio attuale,
corrisponde a meno di 80 euro. Non basta. E’ vero, il costo della vita
è inferiore rispetto ai paesi occidentali, ma uno stipendio del genere
è semplicemente troppo poco. Non basta per sopravvivere se ci sono
numerosi figli; non basta se bisogna pagare l’affitto; non basta se ci
sono spese impreviste.
Anche noi che siamo suore, vogliamo e dobbiamo lavorare per mantenerci.
E’ chiaro che, come religiose, il nostro primo impegno è per la
evangelizzazione, e siamo tutte, ognuna secondo le proprie possibilità,
impegnate in questa opera e nella pastorale, sostituendo spesso anche i
sacerdoti che sono troppo pochi per seguire tutte le comunità e i
bisogni. Siamo anche impegnate in molte attività di promozione umana,
sia direttamente sia facendo da tramite affinché arrivino i mezzi
necessari alla loro realizzazione. Ma oltre a questo, lavoriamo. A São
Luis la casa è aperta all’accoglienza di gruppi per esperienze di
preghiera o piccoli corsi di studi. A Dom Pedro, ospitiamo una scuola e
abbiamo un asilo per i bambini più carenti e a Teresina confezioniamo
paramenti liturgici. Attraverso quest’ultima attività stiamo riuscendo
a dare la possibilitá di un lavoro a numerose persone prive di mezzi,
che hanno frequentato corsi di formazione professionale. Il problema
della mancanza di lavoro è molto serio perché porta spesso alla fame.
Non bisogna pensare, infatti, che in un paese ricco come il Brasile i
poveri abbiano comunque il minimo indipensabile: spesso non hanno
nemmeno da mangiare e nelle zone dell’interno non hanno acqua. Non
solo: in generale, è anche molto difficile che possano affrontare i
problemi di salute in modo adeguato. Anche i poveri si ammalano di
tumore, si devono operare e devono fare chemioterapia. Ma anche se
hanno la fortuna di trovare un ospedale che li cura, pagare i
medicinali è al di fuori delle loro possibilità. Andare all’ospedale
per le terapie, poi, è impossibile, perché i trasporti pubblici sono
costosissimi. Mali di poco conto, infatti, non è raro che si aggravino
perché trascurati per mancanza di risorse. E’ per questo che noi
cerchiamo di fornire alle persone almeno una prima possibilità di cura.
A Sâo Luis funziona un ambulatorio aperto alle persone più povere. A
Teresina, una volta la settimana, viene un medico volontario che visita
chi ne fa richiesta e fornisce anche le medicine per curarsi.
Il reddito insufficiente non è certamente l’unico problema con cui si
scontrano i brasiliani: la povertà, qui come altrove, non è solo
materiale: ignoranza, droga, abuso di alcool, criminalità, violenza
sono la regola. Le zone abitate dai poveri, nelle cittá, stanno
diventando sempre più pericolose. La Vila da cui stiamo scrivendo non
sembra di giorno un posto pericoloso, ma lo è: le liti notturne sono
molto frequenti e spesso finiscono a coltellate. Di notte, poi, non si
può tornare a casa da sole. Ed è così in molte altre zone: la
situazione sta deteriorandosi di giorno in giorno. Anche qui ci sono le
gang, bande di ragazzi molto giovani, che non hanno alcun modo di
riempire il proprio tempo se non finendo coinvolti con la malavita,
appunto, e con la droga. Molti ragazzi fanno uso di stupefacenti,
soprattutto di colla, la droga dei poveri e tantissimi si danno
all’alcool, anche gli adulti. Questo provoca moltissimi problemi di
salute e mina la pace della famiglie. E anche per loro cerchiamo di
essere disponibili. Cerchiamo di prenderci cura dei bambini,
soprattutto di quelli delle famiglie più carenti, che non riescono a
seguirli adeguatamente. A Dom Pedro ospitiamo la scuola e abbiamo
l’asilo e a Teresina funziona una piccola “scuola aperta”, che accoglie
i bambini di strada che non sono in grado di seguire regolarmente una
scuola “normale”.
Le attività di promozione umana coinvolgono comunque un po’ tutti,
specialmente i giovani e le donne ma quello che noi riusciamo a fare
per loro sembra non bastare mai, è come una goccia nell’oceano. L’unica
cosa che ci incoraggia è la forza straordinaria che molti poveri
portano dentro di sé e che ci trasmettono. Molti poveri del Brasile
hanno un dono straordinario: anche in mezzo alle difficoltà maggiori,
sono capaci di mantenere intatta la loro alegria, la gioia di vivere e
la pace. I ricchi non sono così, nemmeno qui. Sono i brasiliani poveri
che riescono a prendere tutto con un sorriso, a tenere viva la speranza
e ad essere felici, anche in situazioni in cui sono privi di tutto. E’
con l’aiuto e con l’insegnamento di queste persone che continuiamo a
lavorare con coloro che invece rischiano di affondare nella
disperazione.
Stella Spinelli