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Human Rights Watch ha accusato i vertici militari congolesi di essere complici e di insabbiare la pratica degli stupri di guerra.
"Soldati che stuprano, comandanti che condonano: violenza sessuale e riforma militare nella Repubblica Democratica del Congo " è il titolo del nuovo rapporto, pubblicato oggi da Human Rights Watch, sull'incapacità dei vertici militari e del governo di Kinshasa di reprimere gli stupri commessi dall'esercito. Il rapporto analizza dettagliatamente il comportamento della 14 brigata, che è stata implicata in numerosi atti di razzia e di violenza contro i civili nel Nord e nel Sud Kivu, come esempio del più ampio problema della violenza sessuale praticata dall'esercito.
Durante il 2008 le Nazioni Unite hanno registrato nella sola regione di Kivu, dove l'esercito governativo combatteva i ribelli, quasi ottomila episodi di violenza sessuale. Il rapporto ne prende in esame duecento cinquanta, accertando che almeno 143 sono stati commessi dall'esercito di Kinshasa. Per questo reato, trentotto soldati sono stati portati davanti ad un tribunale dal 2008 ad oggi. Tra di loro nessun alto grado. Il 7 maggio del 2009 il colonnello Ndayanbaje Kipanga è stato arrestato con l'accusa di aver abusato di 4 ragazze a Rutshuru, nel Nord del Kivu, ma ha potuto scappare due giorni più tardi grazie alle misure di detenzione molto permissive. "Abbiamo visto dei progressi nel perseguimento dei soldati semplici- ha dichiarato Juliane Kippenberg, ricercatore di Human Rights Watch - ma gli alti livelli continuano ad essere intoccabili".
Per porre fine alle violenze sessuali da parte dell'esercito Human Rights Watch propone l'istituzione di un meccanismo di esclusione automatica per quei militari che si macchiano di questo reato, l'adozione di strette catene di comando, e il miglioramento delle condizioni di vita dei soldati insieme con un aumento di stipendio. L'organizzazione statunitense ha però anche chiesto al governo di istituire dei tribunali misti, presieduti da giudici congolesi e stranieri, "che aiuterebbero a rimediare alle debolezze del sistema giudiziario nazionale".
La violenza sessuale è un problema endemico nel Paese. Sull'onda delle critiche internazionali, nel 2007, la moglie del presidente Kabila aveva lanciato la campagna nazionale "Tolleranza zero contro gli stupri", che però non ha dato grandi risultati.