15/07/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo 26 giorni restituito alla famiglia il corpo di uno dei ragazzi uccisi dalla polizia in Iran. Venerdì prossimo torna in pubblico Rafsanjani

scritto per noi da
Nardana Talachian

Si chiama Sohrab A'arabi il giovane dicianovenne ucciso durante le manifestazioni popolari esplose lo scorso giugno contro il golpe bianco delle ultime elezioni presidenziali in Iran che ha confermato per un secondo mandato Mahmoud Ahmadinejad.

Dopo ventisei giorni di ricerca disperata presso le prigioni della capitale iraniana, sabato scorso, il fratello di Shorab é stato chiamato per riconoscere il cadavere del giovane ucciso con un colpo nel cuore.
Ieri sera la famiglia A'arabi ha ricevuto la visita di Mir Hossein Moussavi, leader dell'opposizione ad Ahmadinejad e sconfitto il 12 giugno scorso, che per primo ha denunciato i brogli elettorali, e sua moglie, che hanno espresso la propria solidarietà alla madre di Sohrab promettendo che non andrà sprecato il sangue del figlio.
La visita ha smentito le indiscrezioni circolate su internet che parlavano degli arresti domiciliari per l'ex candidato che, per milioni di iraniani, sarebbe il vero vincitore delle elezioni.
''Sono centinaiai i cadaveri tenuti nei container frigo nel sud della capitale'', afferma chiedendo di restare anonimo un chirurgo che ha assistito all'invasione delle forze dei Basiji (le milizie religiose) nell'ospedale dove lavora per raccogliere i cadaveri e i feriti in gravi condizioni dopo le manifestazioni dello scorso giugno.

Anche se il potere ultraconservatore rappresentato dal presidente Ahmadinejad, sostenuto senza riserva dal leader supremo Ali Khamenei, é riuscito con l'uso della forza e con la minaccia a impedire gran parte dei raduni e delle manifestazioni di protesta, continua tuttora la mobilitazione su internet per organizzare nuove forme di resistenza e soprattutto per mantenere vivo un movimento che dopo trent'anni di oppressione é riuscito a rompere alcuni grandi tabù della società iraniana.
Grazie ai messaggi girati sui social network Twitter e Facebook, che invitavano a boicottare i prodotti pubblicizzati dall'Irib, la televisione di Stato iraniana, oggi l'emittente si trova ad affrontare una crisi degli introiti pubblicitari, perché molte delle grandi aziende hanno disdetto i contratti promozionali per fermare il calo precipitoso delle vendite.

Intanto continua l'ondata di arresti di giornalisti e fotografi iraniani. Nei giorni scorsi sono stati arrestati due noti fotografi iraniani: Marjan Abdollahian e Kourosh Javan. L' accusa é di aver venduto su internet delle foto delle manifestazioni alle agenzie straniere. Le famiglie hanno riferito al servizio persiano della Bbc di non sapere niente sulla loro sorte. Sabato scorso l'agenzia iraniana Fars, vicina al presidente Ahmadinejad, ha espulso trentanove giornalisti per aver dimostrato una linea non abbastanza dura nei confronti delle rivolte popolari nelle città iraniane. Secondo gli ultimi dati di alcune agenzie iraniane, sono più di quaranta i giornalisti e i blogger arrestati nelle ultime settimane.
Non si hanno invece notizie di altri quarantasei di loro.

Dal pulpito del potere religioso iraniano, la città di Qom, continuano ad arrivare lettere di protesta di grandi figure religiose che, uno dopo l'altro, stanno rompendo il silenzio per salvare soprattutto la credibilità della religione, usata negli ultimi tempi per diffondere paura, repressione e per finire grandi e incredibili superstizioni, con lo scopo di domare l'opinione di quelle classi della società che per l'età o per posizione geografica non hanno accesso alle fonti di libera informazione. La linea più dura é stata adottata dall'Ayatollah Montazeri, sotto arresti domiciliari da diversi anni, che in un atto religioso ha affermato: ''Vista la mancata giustizia e ragione nell'operato di Ali Khamenei è assolutamente illegitimo e contro l'ordine divino che egli continui a rappresentare un incarico che di per sè è privo di ogni fondamento giuridico nella sharia (il diritto coranico) islamica''.

Gli iraniani aspettano con preoccupazione il sermone di venerdì prossimo, guidato dal grande assente degli ultimi eventi, Akbar Hashemi Rafsanjani, l'ex presidente conservatore ma nemico di Ahmadinejad, che dopo un silenzio durato piu' di un mese tornerà in pubblico. Accusato apertamente di corruzione durante la campagna elettorale di Ahmadinejad, Rafsanjani - considerato per anni il più potente politico iraniano - ha scritto una lettera di protesta al leader supremo. Ma non ha mai ricevuto risposta da Khamenei che deve la propria nomina allo stesso Rafsanjani. Quest'ultimo, infatti, pochi giorni dopo la morte di Ayatollah Khomeini convinse l'Assemblea degli Esperti che Khamenei era il miglior successore per il fondatore della rivoluzione islamica.
Nonostante questo, durante la prima preghiera del venerdì dopo le elezioni del 12 giugno, Khamenei ha ammesso di avere grandi divergenze con Rafsanjani che, dopo due giorni, ha assistito all'arresto della figlia Faezeh in una delle manifestazioni di protesta.

Qualunque sarà la posizione di Rafsanjani venerdì prossimo, per gli abitanti di Teheran il suo sermone rappresenta una grande occasione per scendere di nuovo in piazza e chiedere questa volta qualcosa che va aldila' dell'annullamento delle elezioni. Adesso, infatti, si chiede una riforma costituzionale per ottenere lo scioglimento del principio assoluto di velayat faghih, il quale impone al popolo la presenza di una figura onnipresente del leader supremo che opprime ogni piccola forma di libertà. Secondo le indiscrezioni filtrate su internet, nella funzione di venerdì saranno presenti anche i due ex candidati alle presidenziali Mehdi Karroubi e Mir Hossein Moussavi, accompagnati dall'ex presidente riformista Mohammad Khatami, che ha messo in guardia il potere iraniano delle ripercussioni di quella che ha definito una ''orrenda campagna della repressione''.