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Oggi avrebbe dovuto comparire come testimone dell'accusa nel processo che vede implicato l'ambasciatore colombiano in Italia, Sabas Pretelt de la Vega, ma sabato sera qualcuno le ha consegnato un biglietto assieme a del cibo a domicilio mai ordinato. La missiva conteneva le condoglianze per la morte sue e della sua famiglia, faceva riferimento alla "Corte suprema che non ha poteri" ed era firmata da Colombiani che mai si faranno togliere il potere. Lei è Yidis Medina, la ex parlamentare adesso agli arresti domiciliari, per aver accettato benefici economici e politici in cambio del suo decisivo sì alla rielezione di Alvaro Uribe alla presidenza. È da lei che tutto ha avuto inizio: in un'intervista ha raccontato di corrotti e corruttori in nome dell'uribismo aprendo un filone di indagini che ha toccato direttamente il presidente della Repubblica e che ormai è conosciuto, appunto, come lo scandalo della Yidispolitica. E adesso, qualcuno minaccia la scomoda Ydis.
Minacce che intanto hanno sortito il primo effetto: oggi, la testimone sarebbe appunto dovuta comparire di fronte alla Procuradoria per vuotare il sacco sul coinvolgimento del rappresentante della Colombia a Roma, l'ex primo ministro del governo Uribe, nonché ideatore della famigerata legge Giustizia e Pace, Sabas Pretelt de la Vega. Ma, per paura, non ci andrà. "Se non si otterranno garanzie di sicurezza, Yidis Medina non si muoverà", ha precisato l'avvocato Ballesteros, mettendo in forse anche le udienze di mercoledì e giovedì alla Corte Suprema di Giustizia, l'unico organo istituzionale che si sta dimostrando super partes e che sta indagando senza riserve. È di pochi giorni fa, infatti, la condanna della Sala Penal della Corte Suprema di Giustizia contro due ex parlamentari, Teodolindo Avendaño e Iván Díaz Mateus, colpevoli di aver accettato favori del governo Uribe in cambio del loro sì alla riforma. Il primo dovrà scontare otto anni per arricchimento illecito e corruzione, il secondo, sei anni per concussione. Nel caso di Avendaño, che si era più volte esposto per il no, si trattò di un'assenza improvvisa dall'aula al momento della votazione, che favorì il trionfo dell'iniziativa, la quale permise a un presidente di essere rieletto dopo cento anni di assoluto divieto. Il tutto in cambio di prebende burocratiche. Diaz, invece, fu colui che fece pressioni su Yidis Medina affinché votasse a favore, nonostante la sua dichiarata opposizione alla riforma.
In questo scandalo sono coinvolti molti nomi illustri dell'uribismo ed è un caso che getta ombre di incostituzionalità sull'attuale mandato di Alvaro Uribe, proprio mentre il Congresso ha indetto un referendum che potrebbe permettere un'ulteriore riforma della Costituzione e lanciare Uribe verso il terzo mandato consecutivo.
In particolare, a beneficiare in maniera più diretta della rinuncia di Medina a presentarsi davanti ai giudici è appunto Pretelt de la Vega, che ha a suo carico sia l'accusa di due capi paramilitari, che dicono di aver ricevuto da parte sua la promessa di non estradizione negli Stati Uniti in cambio del loro appoggio alla rielezione di Uribe nel 2006, sia quella di aver fatto da tramite nel trasferimento del denaro con il quale i paramilitari avrebbero finanziato tale rielezione.
Lo spettro della Yidispolitica, dunque, incombe sempre più sul governo Uribe, unendosi al riconteggio dei voti destinati al Senato nel 2006 ordinato dal Consiglio di Stato la settimana scorsa. Secondo quanto emerso, ci sarebbe stata una compra-vendita di voti per assicurare una maggioranza schiacciante agli uribisti. Nel mirino 32mila suffragi, che andrebbero comunque a ritoccare di poco la composizione dell'aula del Senato, incidendo però molto sull'opinione pubblica, già tormentata da scandali di corruzione sempre nuovi. Il 20 luglio, il Congresso della Repubblica inizierà la sua ultima legislatura dei quattro anni 2006-2010, l'uribismo ha ancora un anno per impedire che ulteriori elementi vengano a galla travolgendo capre e cavoli.
Stella Spinelli
Parole chiave: Yidis Medina, Yidispolitica, Sabas Pretelt de la Vega