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Lo pensavano da tempo in tanti, ora hanno iniziato a dirlo gli stessi partecipanti: Francia, Germania, pure il nostro primo ministro. Il G8 è, in sostanza, ormai irrilevante. Un'occasione dove mettere in scena le proteste popolari per un mondo più equo, ma non certo per raggiungere decisioni consensuali sulla direzione da dare al pianeta. Ma mentre già si dà per scontato un allargamento del "club dei grandi", è in realtà a una relazione ben più ristretta che bisogna guardare per capire dove stiamo andando.
Iniziato nel 1975 come incontro dei leader dei "7 Grandi", l'attuale format è diventato a 8 con l'inclusione della Russia nel 1998. Da cinque anni, il G8 è in pratica un preambolo della seconda e ben più importante parte del meeting, quando arrivano i rappresentanti di Cina, India, Brasile, Messico, Sudafrica (ed Egitto). Per ora questi Paesi vengono "invitati", ma ormai la loro inclusione ufficiale in un "G14" è solo questione di tempo, e c'è chi già parla di un'ulteriore estensione verso un cosiddetto "G20". permanente. "Come l'araba fenice - ha scritto un editorialista del quotidiano malese The Star - "il G14 sta nascendo dalle ceneri del G8: un corpo dove i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo stanno sullo stesso piano".
L'allargamento del tavolo è dettato innanzitutto da considerazioni economiche: la Cina ha recentemente sorpassato la Germania diventando il terzo Paese al mondo per Prodotto interno lordo, e tra non molto scalzerà il Giappone dal secondo post; il Pil di India e Brasile è in scia a quello di Canada e Italia. Ma non è solo una questione di soldi. Si può parlare di ambiente senza la Cina, che due anni fa è diventata il primo Paese produttore di emissioni nocive? O del Brasile, la cui foresta amazzonica - in fase di disboscamento da anni - è il principale polmone verde del pianeta? Si può discutere di politiche agricole senza un rappresentante che parli a nome di 1,1 miliardi di indiani, o almeno un Paese africano? Che decisioni si possono prendere sul sistema monetario mondiale se non è presente la Cina, lo Stato che ha le maggiori riserve in dollari?
I leader mondiali sono consapevoli della situazione. Così, si guarda già alla seconda riunione del G20, in programma il prossimo settembre. La recente fumata grigia sull'accordo sulla riduzione dei gas serra, tuttavia, evidenzia i limiti dei club allargati: sono più rappresentantivi, ma con più membri al tavolo delle trattative è più difficile trovare un accordo. D'altro canto, l'asse lungo cui correrà qualsiasi decisione corre sempre più da Washington a Pechino.
Le due maggiori economie mondiali sono legate a doppio filo: per anni la Cina ha esportato e l'America consumato, indebitandosi proprio grazie al costante acquisto di Buoni del Tesoro da parte di Pechino, che ha accumulato riserve per oltre 1.600 miliardi di dollari. La recessione negli Usa mette a rischio quel patrimonio, che in caso di svalutazione del biglietto verde perderebbe parte del suo valore. Le recenti (e ripetute) dichiarazioni delle autorità cinesi, che premono per un "paniere" valutario di riferimento al posto del solo dollaro, sono frutto anche di questa situazione di squilibrio, oltre che della volontà di Pechino di avere maggiore peso in merito.
Attraverso la Cina, in sostanza, passa tutto. Gli economisti confidano in un aumento dei consumi cinesi per compensare la diminuzione di quelli americani; la conferenza di Copenaghen del prossimo dicembre, dove si cercherà di trovare un sostituto del protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni inquinanti, sarà un fallimento se Pechino e Washington non troveranno un accordo su come dividersi le responsabilità. Anche il G14, o G20 che sia, rischia insomma di diventare alla lunga solo un'occasione poco più che mondana, con le vere decisioni che saranno già state prese in trattative faccia a faccia tra gli Usa e la Cina. Una piattaforma ideata anni fa, ma che solo la scorsa primavera è stata messa finalmente nero su bianco. La chiamano già "G2". E il primo incontro è previsto per fine luglio.
Alessandro Ursic