10/07/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Tribunale dell'Aia e l'Africa: un conflitto insanabile?

Il presidente libico Muhammar Gheddafi ce l'ha finalmente fatta. Incapace di mobilitare i Paesi africani sul suo progetto di creazione degli "Stati Uniti d'Africa", è riuscito però a unire il continente su una risoluzione che invita tutti gli stati dell'Unione Africana a non collaborare con la Corte Penale Internazionale dell'Aja nella consegna di ricercati provenienti dal continente. Hassan Omar al Bashir compreso.

Hassan Omar al BashirAl di là delle grida di giubilo che si sono alzate dal continente, e della prevedibile indignazione che la notizia ha suscitato in Occidente, il dato su cui riflettere è un altro. A ragione o torto, è innegabile che la Corte Penale Internazionale non sia percepita in Africa come un organo imparziale, bensì come un'emanazione mascherata delle velleità di influenza europee ed americane. Una visione accresciuta dall'impossibilità di trovare un punto in comune tra due realtà, quelle della politica africana e occidentale, che parlano lingue completamente diverse.

Non c'è dubbio che i Paesi africani abbiano esagerato nell'adottare una simile risoluzione: dopotutto, trenta di essi sono firmatari del Trattato di Roma, che istituì la Corte e che obbliga gli stati membri a cooperare con il Tribunale. E se è vero che i quattro Stati in cui al momento la Cpi ha aperto dei procedimenti sono tutti africani, è altrettanto vero che in tre casi (Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Repubblica Centrafricana) furono gli stessi Stati a chiedere l'intervento della Corte per indagare sulle atrocità commesse da diversi gruppi armati durante le rispettive guerre civili.

Dall'altra parte, però, anche il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha le sue responsabilità, segnatamente nel non aver concesso all'Unione Africana la sospensione per un anno del mandato di cattura nei confronti di Bashir. Una scelta che avrebbe messo all'angolo il presidente sudanese, concedendo però alla diplomazia africana dodici preziosi mesi per cercare di porre fine al conflitto in Darfur. Nel non aver preso in considerazione la proposta dell'UA, il Consiglio ha dimostrato mancanza di tatto e di lungimiranza politica, dando così la possibilità ai Paesi africani, molti dei quali non hanno mai visto di buon occhio la nascita della Corte, di gettare via il bambino assieme all'acqua sporca.

Il fastidio di molti Paesi africani nasce dal fatto che la Corte non abbia mai aperto procedimenti in Paesi come l'Iraq o l'Afghanistan, possibili teatri di crimini di guerra commessi anche dalle forze occidentali (statunitensi in particolare). Un fatto che, secondo molti commentatori e analisti africani, tradisce il carattere "squilibrato" del Tribunale, percepito come lo strumento per sanzionare la giustizia del più forte. Sicuramente l'operato della Cpi non è stato in questi anni esente da critiche, ma c'è anche da ricordare come la nascita della Corte sia stata osteggiata inizialmente proprio dagli Stati Uniti, impegnatisi in una febbrile diplomazia fatta di trattati bilaterali per esentare i propri soldati dall'essere perseguibili all'estero.

Critiche e pressioni sono e sempre saranno delle scomode compagne di viaggio per i Procuratori dell'Aia. Il carattere storico della Corte è d'altronde dato proprio dalla possibilità di chiamare leader di gruppi armati, Stati sovrani e amministrazioni a rispondere delle proprie azioni. Uno strumento potente ma che la Corte può utilizzare a fatica, come è stato più volte dimostrato in questi anni.

Matteo Fagotto

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