12/02/2004
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Si chiude oggi a Nouakchott il Festival International des Musiques Nomades
C’è un’atmosfera molto particolare, in questi giorni, nei vicoli di Nouakchott,
capitale della Mauritania.
Quest’inverno l’ harmattan, l’imponente respiro caldo del Sahara che
fa socchiudere gli occhi, non ha portato solo granelli di sabbia e
polvere, ma anche le note di musiche nomadi vicine e lontane.
E’ così che musicisti europei, maghrebini, africani, persino indiani si
incontrano questa settimana nella città dei venti (questo il
significato del nome Nouakchott), stretta tra il deserto a est e le
onde dell’Atlantico a ovest, in una zona dell’Africa e del mondo
sconosciuta ai più.
Il Festival International des Musiques Nomades, è alla sua prima
edizione e ha come scopo quello di promuovere la musica e la cultura
delle popolazioni nomadi, spesso escluse dai grandi circuiti musicali
internazionali.
“Abbiamo dato vita a questa iniziativa per promuovere i ritmi e i suoni
della Mauritania e delle culture nomadi”, racconta da Nouakchott Benoit
Thiebergien, direttore artistico del festival. “Ma questa iniziativa è
stata voluta per i mauritani e dedicata a loro. Tutti gli spettacoli
sono gratuiti e chiunque vi può partecipare”.
Gli artisti hanno cominciato a esibirsi domenica scorsa. La prima è
stata Dimi Mint Abba, la diva, come la chiamano in Mauritania, che con
la sua arpa ardin e una voce armoniosa ha fatto sognare le tremila
persone accorse a vederla.
La seguiranno fino al 12 febbraio, data che chiuderà il festival,
Abdoulaye Diabatè, il giovane maliano che porta con la sua banda i
ritmi e la musica bambara, Camel Zekri e il suo oud, celebre liuto
arabo, accompagnato da un gruppo di musicisti franco-algerini.
Poi ci sarà Frederic Galliano, deejay che ha unito la musica techno a
quella tradizionale africana, e i Kaloomè, nove artisti francesi e
spagnoli che ripropongono la musica gitana.
Dal Niger arriva Mamar Kassey con le sue canzoni di tradizione
Hausa, Peul e Songhaï , anche se la curiosità sarà incentrata
soprattutto sui
Musafir, gli inturbantati delle sabbie del lontano Rajastan indiano.
Sarà la loro performance, scandita dal ritmo delle percussioni tabla e
degli harmonium che ricordano le sacre qawwali del vicino Pakistan, a
far incontrare due deserti lontani, ma abitati entrambi da popoli in
continuo movimento.
Un mese dopo l’importante Festival au desert dell’oasi di Essakane,
vicino a Timbuktu, in Mali, la cinque giorni di Nouakchott segna un
importante passo in avanti verso la comprensione della cultura musicale
gitana, mauritana e africana.
Pablo Trincia