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Pena di morte ai responsabili delle violenze nello Xinjiang. Lo ha annunciato il capo del Partito Comunista di Urumqi in una conferenza stampa.
Resta ancora molto tesa la situazione nella città di Urumqi, capoluogo dello Xinjiang. Anche oggi, nel quartiere musulmano, centinaia di uiguri sono scesi per strada con armi rudimentali. Migliaia di poliziotti e paramilitari sono stati schierati fin dalle prime ore del mattino per reprimere la protesta e impedire lo scontro con i cinesi di etnia han.
Secondo i dati diffusi dalle autorità, al quarto giorno di violenze, sarebbero state arrestate 1434 persone, tra le quali 55 donne, mentre i morti negli scontri di domenica assommerebbero a 156. Cifra contestata dalla dissidente uigura, Rebiya Kadeer, che vive in esilio negli Stati Uniti, secondo la quale domenica avrebbero perso la vita almeno quattrocento persone. Secondo il Consiglio mondiale degli uiguri, invece, il numero delle vittime sarebbe ancora più alto: tra i sei e gli ottocento morti.
Intanto la stampa cinese riferisce che la connessione internet è stata interrotta, perché sarebbe stata il mezzo usato da Rebiya Kadeer per sobillare la popolazione musulmana alla rivolta.