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Nove giorni dopo la sconfitta della maggioranza alle elezioni di medio termine argentine del 28 giugno, il governo di Cristina Fernandez de Kirchner si affretta in un rimpasto che vede la rinuncia di tre ministri. Ma qualche analista già insinua "si tratta di un mero maquillage".
A rassegnare le dimissioni sono il ministro dell'Economia, Carlos Fernández; quello di Giustizia, Sicurezza e Diritti umani, Aníbal Fernández, il capo di Gabinetto, Sergio Massa, e il segretario della Cultura, José Nun, che vanno ad aggiungersi al ministro della Salute e al segretario dei Trasporti, che hanno lasciato nell'ultima settimana. I posti vacanti sembrano però già avere dei predestinati. Il dicastero dell'Economia sembra passare ad Amado Boudou, finora titolare dell'Amministrazione nazionale della sicurezza sociale (Anses), ossia l'uomo delle pensioni, il sistema che recentemente è di nuovo passato sotto controllo statale e che verrà da ora in poi guidato da Diego Bossio, ex direttore del Banco Hipotecario. Alla Giustizia, Sicurezza e Diritti Umani, Julio Alak, al quale il presidente Fernandez de Kirchner aveva assegnato la gerenza della compagnia di bandiera Aerolíneas Argentinas, anch'essa di nuovo statalizzata e da ora in avanti in mano all'avvocato del lavoro Mariano Recalde. Aníbal Fernández, comunque, non resterà a mani vuote e si occuperà degli affari amministrativi del governo, dato che diventerà capo di gabinetto. Il regista e deputato Jorge Coscia sostituirà invece Nun
I primi due a saltare, però, erano stati appunto il ministro della Salute e il titolarie della Sacrataria dei Trasporti. Il primo, Graciela Ocaña si era dimesso il 29 giugno, nel momento clou della crisi sanitaria dovuta alla pandemia argentina dovuta all'influenza A. Una decisione seguita a scontri gravi con la presidente e con il marito, Nestor Kirchner. Il secondo, Ricardo Jaime, aveva deciso di rinunciare nel bel mezzo di una tempesta di accuse di corruzione.
"Non cambia niente, né nella forma né nel contenuto", si è affrettato a commentare alla Bbc Mundo Heriberto Muraro, analista politico argentino. I funzionari di cui sopra sono tra i più fedeli ai Kirchner, coppia uscita con le ossa rotte dal confronto elettorale. Non solo. Dei due nomi fatti dall'opposizione uscita vittoriosa, nessuno è stato minimamente sfiorato da questo rimpasto. Si tratta di Guillermo Moreno, segretario del Commercio, e di Julio De Vido, ministro della Pianificazione. Era loro che la destra voleva fuori perché considerate le più influenti personalità del kircherismo.
"Crediamo che il governo nazionale debba interpretare il messaggio del 28 giugno scorso come un allerta. Il presidente tener presente i risultati per far camminare la sua gestione invece di chiudersi sempre di più", ha commentato nel comunicato stampa di commento Gerardo Morales, rappresentante della Unión Cívica Radical.
A spiegarci come stanno le cose è Manrique Salvarrey, analista politico raggiunto telefonicamente a Buenos Aires. "Quando qui si parla di maquillage si usa solitamente un tono dispregiativo, per indicare un cambiamento di facciata, ma generalmente lo si usa anche per indicare che si sta cercando di nascondere qualcosa. Non so precisamente cosa intendesse Muraro parlando così, ma credo che qui non ci sia niente da nascondere: questo è un governo super cristinista. Basta vedere Aníbal Fernández, il più abile e astuto dei suoi ministri, che passa a fare il capo di gabinetto. In Economia si toglie un illustre sconosciuto (tecnicamente solido) e si mette un altro illustre sconosciuto. Il resto non importa. In poche parole, quello che sta avvenendo è il ricambio ministeriale naturale dopo la fine di ogni tappa del governo, e in più si tratta di una tappa complicata che ha visto il governo uscire perdente. E questo ricambio non è che una conferma del modo di governare di Cfk".
Ma la presidente incassa e non batte ciglio e anzi, durante una cena con le Forze Armate ribatte puntando tutto sul compiacimento "di vivere in un paese di assoluta trasparenza nella sua democrazia". Altro giro, altra corsa.
L'inizio della fine. Commento sulla sconfitta elettorale della maggioranza. Di Hernán Buzzella
Stella Spinelli
Parole chiave: argentina, fernandez de kirchner, elezioni medio termine, kircherismo