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“Il
problema del Libano è che nulla sembra essere prodotto dal cuore di questo
Paese, tutto sembra importato dall’estero o imposto dall’alto. Le
manifestazioni raggruppano persone che sono, in totale buona fede, convinte di
quello che fanno, ma nella stragrande maggioranza dei casi non si rendono conto
di essere manovrati, non si rendono conto di battersi per gli interessi di
qualcuno”.
Il contro-corteo. Tante sono le persone che vogliono la fine della
tutela siriana, ma non rappresentano l’unico punto di vista della
popolazione libanese, come dimostra il contro-corteo di martedì 8 marzo scorso,
quando un milione di persone è sceso in piazza a Beirut per dimostrare la
propria solidarietà a Damasco. “Non bisogna dimenticare che la manifestazione
era organizzata da Hezbollah”, risponde Ranim, “quindi la lettura più corretta
è che la gente dimostrava solidarietà alla linea del ‘partito di Dio’ e del suo
leader, lo sceicco Nasrallah. Dopo un silenzio iniziale, Hezbollah ha fatto
sentire la sua voce e ha preso le difese della Siria. Attenzione però, non ha
difeso a spada tratta la presenza militare siriana in Libano. Ha più che altro
attaccato la risoluzione 1559 delle Nazioni Unite, quella che impone il ritiro
delle truppe siriane e la smilitarizzazione dei gruppi armati. Il milione di
persone in piazza era lì soprattutto per difendere Hezbollah. Il Libano, come
tutti i paesi del mondo, ha più anime. Se per la borghesia, gli studenti
universitari e i cittadini di Beirut è normale stare in Piazza dei Martiri, per
i contadini del sud è normale andare a manifestare a Beirut perché per loro
Hezbollah significa la liberazione dall’occupazione israeliana, significa il
tessuto sociale fatto di scuole, ospedali e piccoli prestiti che da quelle
parti rappresenta l’unica forma di Stato esistente. Sono convinta che larga
parte della popolazione voglia il ritiro delle truppe siriane, ma il
raggiungimento della piena sovranità nazionale deve venire dalle risorse di
questo Paese, non deve venire da Unione Europea, Stati Uniti o Hezbollah”. In
definitiva c’è qualcuno che non è andato a nessuno dei cortei, né pro né contro
la Siria e non è solo di Damasco che si parla, ma del futuro del Libano. “Io
spero che la Siria si ritiri prima delle elezioni di giugno”, conclude Ranim,
“ma spero anche che nessuno dall’esterno voglia forzare la mano al Libano perché
se c’è un messaggio forte che Hezbollah voleva dare con la manifestazione di
martedì è che il partito è fortissimo e può contare sul sostegno di larga parte
della popolazione. Quindi bisognerà che anche loro abbiano voce in capitolo nel
futuro del Paese ed è necessario che nessuno pensi a un colpo di mano per
decidere il futuro governo di Beirut”.Christian Elia