10/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Libano, dopo Piazza dei Martiri tocca ai filo-siriani, ma "tutto sembra importato"
manifestanti con cartelli di assad e lahoud“Il problema del Libano è che nulla sembra essere prodotto dal cuore di questo Paese, tutto sembra importato dall’estero o imposto dall’alto. Le manifestazioni raggruppano persone che sono, in totale buona fede, convinte di quello che fanno, ma nella stragrande maggioranza dei casi non si rendono conto di essere manovrati, non si rendono conto di battersi per gli interessi di qualcuno”.
Il tono della risposta di Ranim è perentorio e amareggiato. Ranim ha 27 anni, lavora per una organizzazione libanese che collabora con le Nazioni Unite e da tempo lavora per il futuro del suo Paese, per risolvere quei problemi sociali ed economici che impediscono all’economia libanese di riprendere il volo.
 
Contro la Siria. “Molti a Beirut hanno visto nelle immagini dei sit-in permanenti in Piazza dei Martiri una similitudine con l’Ucraina”, dice Ranim, “ma la popolazione ha una visione parziale del fenomeno. Qui in gioco sembra lo spostamento del Libano dall’area d’influenza siriana a quella filo-occidentale. Ma perché abbiamo sempre bisogno di un tutore? Perché mai non dovremmo essere in grado di pensarci da soli a costruire il nostro futuro? La guerra è finita, le diverse anime di questo Paese convivono in pace e, anche se rimangono molti problemi, tutti hanno vissuto sulla propria pelle il dramma della guerra. Sono convinta che i giovani di questo Paese, invece di essere costretti a emigrare all’estero per lavorare, potrebbero mettersi al servizio del Libano e del suo futuro”.
Quindi lo sdegno popolare causato dall’omicidio di Hariri sarebbe solo uno strumento utilizzato da chi vuole la Siria fuori dal Libano per fare pressione su Damasco? “No, non è solo questo”, risponde l’operatrice sociale libanese, “l’indignazione è autentica. C’è una parte che seguiva Hariri e si ribella all’eliminazione del suo leader, ma c’è anche tanta gente che non vuole più che la violenza sia protagonista della politica libanese. Molti infine sono sinceramente seccati della tutela militare della Siria. Il problema quindi non è la genuinità della protesta popolare, ma che questa viene strumentalizzata in Libano e fuori per dettare il calendario politico del ritiro della Siria”.
 
il leader di hezbollah, sceicco nasrallahIl contro-corteo. Tante sono le persone che vogliono la fine della tutela siriana, ma non rappresentano l’unico punto di vista della popolazione libanese, come dimostra il contro-corteo di martedì 8 marzo scorso, quando un milione di persone è sceso in piazza a Beirut per dimostrare la propria solidarietà a Damasco. “Non bisogna dimenticare che la manifestazione era organizzata da Hezbollah”, risponde Ranim, “quindi la lettura più corretta è che la gente dimostrava solidarietà alla linea del ‘partito di Dio’ e del suo leader, lo sceicco Nasrallah. Dopo un silenzio iniziale, Hezbollah ha fatto sentire la sua voce e ha preso le difese della Siria. Attenzione però, non ha difeso a spada tratta la presenza militare siriana in Libano. Ha più che altro attaccato la risoluzione 1559 delle Nazioni Unite, quella che impone il ritiro delle truppe siriane e la smilitarizzazione dei gruppi armati. Il milione di persone in piazza era lì soprattutto per difendere Hezbollah. Il Libano, come tutti i paesi del mondo, ha più anime. Se per la borghesia, gli studenti universitari e i cittadini di Beirut è normale stare in Piazza dei Martiri, per i contadini del sud è normale andare a manifestare a Beirut perché per loro Hezbollah significa la liberazione dall’occupazione israeliana, significa il tessuto sociale fatto di scuole, ospedali e piccoli prestiti che da quelle parti rappresenta l’unica forma di Stato esistente. Sono convinta che larga parte della popolazione voglia il ritiro delle truppe siriane, ma il raggiungimento della piena sovranità nazionale deve venire dalle risorse di questo Paese, non deve venire da Unione Europea, Stati Uniti o Hezbollah”. In definitiva c’è qualcuno che non è andato a nessuno dei cortei, né pro né contro la Siria e non è solo di Damasco che si parla, ma del futuro del Libano. “Io spero che la Siria si ritiri prima delle elezioni di giugno”, conclude Ranim, “ma spero anche che nessuno dall’esterno voglia forzare la mano al Libano perché se c’è un messaggio forte che Hezbollah voleva dare con la manifestazione di martedì è che il partito è fortissimo e può contare sul sostegno di larga parte della popolazione. Quindi bisognerà che anche loro abbiano voce in capitolo nel futuro del Paese ed è necessario che nessuno pensi a un colpo di mano per decidere il futuro governo di Beirut”.

Christian Elia

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