A sud di Baghdad, quasi 200 chilometri, si trova il governatorato di Diwaniya,
e lì vicino, un piccolo villaggio chiamato al Zuhoor, dove in case di fango e
tende vive la più numerosa comunità zingara irachena. La loro storia, la loro
stessa presenza nel Paese è pressoché sconosciuta, ma la comunità viveva già in
Iraq al tempo di Saddam e secondo i leader tribali conterebbe oltre 60 mila persone.
Oggi ad al Zuhoor ne vivono circa 4 mila, in condizioni miserabili e dimenticati
dalle autorità, che non forniscono loro alcun sostegno sociale, scuole o sanità,
ma nemmeno elettricità e acqua corrente; insieme a loro si sono rifugiati anche
numerosi arabi, recentemente sfollati da Kirkuk. Durante il regime di Saddam gli
zingari ricevettero protezione dalla polizia e dalle autorità: trattamenti di
favore ricevuti probabilmente in considerazione delle professioni esercitate dalla
comunità zingara irachena, ma la loro situazione è rapidamente degenerata dopo
l’inizio del conflitto.

Privilegi. Mouayad Salim, ufficiale di polizia di Abu Ghraib, raccontò che durante la dittatura
del Baath le disposizioni erano di chiudere un occhio di fronte ai reati commessi
da zingari, si trattasse di prostituzione o di evasione dal servizio militare.
Subito dopo il collasso del regime invece, un gran numero di zingari fu costretto
a lasciare i propri villaggi per sfuggire alla persecuzione dei vicini musulmani.
In generale i gruppi di zingari, nomadi o stanziali, non sono ben visti dal resto
degli iracheni, specialmente quelli arabi. Ciò accade non tanto per la loro vocazione
circense, che spinge molti piccoli nuclei a spostarsi con i loro spettacoli ambulanti
in giro per l’Iraq, quanto piuttosto perché hanno sempre tenuto il monopolio della
vendita degli alcolici e, in larga parte, della prostituzione. “Non facciamo nulla
di male -dichiarava un pappone locale - ci guadagniamo da vivere così”. In realtà
le prostitute irachene sono donne sfruttate e senza diritti, ma in questa dichiarazione
c’è un fondo di verità: molte di loro sono finite nella rete dei protettori, perché
cercavano un rifugio per sfuggire alla triste tradizione dei delitti d’onore.
Una di loro, Souad, racconta il paradosso: “Ho lasciato la mia famiglia per aver
fatto sesso con un vicino, sono venuta qui perché mi avrebbero ucciso. Qui mi
hanno trattato come una figlia.”
Ritorsioni. La prima comunità a subire attacchi fu quella del quartiere di Abu Ghraib, che
già allora era separata dai vicini “conservatori” da un’alta barriera; sei persone
furono uccise e diverse abitazioni abbattute con i bulldozer. Poi nel febbraio
2004 fu la volta del villaggio di Fawar, attaccato dall’esercito del Mahdi, e
poche settimane dopo, il 12 marzo, i miliziani di al Sadr presero di mira proprio
al Zuhoor, uccidendo otto persone e mettendo il villaggio a ferro e fuoco. In
quella circostanza, Shakyk Hazan, il governatore locale, non riuscì a trovare
soccorso per fermare l’attacco, né dalla Guardia Nazionale, né dalle forze spagnole
allora nel CPA. Il villaggio venne difeso dai soli poliziotti legati alle tribù
locali. Da allora il problema della protezione nell’Iraq in costruzione è diventato
una priorità.

Elezioni. Durante le elezioni del 30 gennaio, a Diwaniya non era stato allestito alcun
seggio elettorale, ma parte della comunità non ha rinunciato a votare, perlomeno
per dare un segno della propria presenza nel paese. Gran parte di loro ha votato
per Eyyad Allawi perché da lui, un laico, sono convinti di poter ricevere protezione
e per il fatto che, proprio durante quella consultazione, hanno ricevuto per la
prima volta aiuto da parte della Guardia nazionale. Naseer Abd al Ameer, uno zingaro
di al Zuhoor intervistato da IRIN (The Integrated Regional Information Networks),
dichiarava: “Abbiamo partecipato alle elezioni perché vogliamo un Iraq unito,
libero e democratico”. Mentre Shaima, una sua concittadina spiegava che, nonostante
la scomodità della comunità zingara nel nuovo Iraq sciita, “non possiamo smettere
di cantare e di ballare, questo è il nostro mestiere, quello facciamo da anni,
da secoli”.