10/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli zingari tentano di conservare le tradizioni nell’Iraq che si rinnova
A sud di Baghdad, quasi 200 chilometri, si trova il governatorato di Diwaniya, e lì vicino, un piccolo villaggio chiamato al Zuhoor, dove in case di fango e tende vive la più numerosa comunità zingara irachena. La loro storia, la loro stessa presenza nel Paese è pressoché sconosciuta, ma la comunità viveva già in Iraq al tempo di Saddam e secondo i leader tribali conterebbe oltre 60 mila persone. Oggi ad al Zuhoor ne vivono circa 4 mila, in condizioni miserabili e dimenticati dalle autorità, che non forniscono loro alcun sostegno sociale, scuole o sanità, ma nemmeno elettricità e acqua corrente; insieme a loro si sono rifugiati anche numerosi arabi, recentemente sfollati da Kirkuk. Durante il regime di Saddam gli zingari ricevettero protezione dalla polizia e dalle autorità: trattamenti di favore ricevuti probabilmente in considerazione delle professioni esercitate dalla comunità zingara irachena, ma la loro situazione è rapidamente degenerata dopo l’inizio del conflitto.
  Campo di al Zuhoor
Privilegi. Mouayad Salim, ufficiale di polizia di Abu Ghraib, raccontò che durante la dittatura del Baath le disposizioni erano di chiudere un occhio di fronte ai reati commessi da zingari, si trattasse di prostituzione o di evasione dal servizio militare. Subito dopo il collasso del regime invece, un gran numero di zingari fu costretto a lasciare i propri villaggi per sfuggire alla persecuzione dei vicini musulmani. In generale i gruppi di zingari, nomadi o stanziali, non sono ben visti dal resto degli iracheni, specialmente quelli arabi. Ciò accade non tanto per la loro vocazione circense, che spinge molti piccoli nuclei a spostarsi con i loro spettacoli ambulanti in giro per l’Iraq, quanto piuttosto perché hanno sempre tenuto il monopolio della vendita degli alcolici e, in larga parte, della prostituzione. “Non facciamo nulla di male -dichiarava un pappone locale - ci guadagniamo da vivere così”. In realtà le prostitute irachene sono donne sfruttate e senza diritti, ma in questa dichiarazione c’è un fondo di verità: molte di loro sono finite nella rete dei protettori, perché cercavano un rifugio per sfuggire alla triste tradizione dei delitti d’onore. Una di loro, Souad, racconta il paradosso: “Ho lasciato la mia famiglia per aver fatto sesso con un vicino, sono venuta qui perché mi avrebbero ucciso. Qui mi hanno trattato come una figlia.”
 
Bambini del campo di al ZuhoorRitorsioni. La prima comunità a subire attacchi fu quella del quartiere di Abu Ghraib, che già allora era separata dai vicini “conservatori” da un’alta barriera; sei persone furono uccise e diverse abitazioni abbattute con i bulldozer. Poi nel febbraio 2004 fu la volta del villaggio di Fawar, attaccato dall’esercito del Mahdi, e poche settimane dopo, il 12 marzo, i miliziani di al Sadr presero di mira proprio al Zuhoor, uccidendo otto persone e mettendo il villaggio a ferro e fuoco. In quella circostanza, Shakyk Hazan, il governatore locale, non riuscì a trovare soccorso per fermare l’attacco, né dalla Guardia Nazionale, né dalle forze spagnole allora nel CPA. Il villaggio venne difeso dai soli poliziotti legati alle tribù locali. Da allora il problema della protezione nell’Iraq in costruzione è diventato una priorità.
  Al Zuhoor dopo l'attacco
Elezioni. Durante le elezioni del 30 gennaio, a Diwaniya non era stato allestito alcun seggio elettorale, ma parte della comunità non ha rinunciato a votare, perlomeno per dare un segno della propria presenza nel paese. Gran parte di loro ha votato per Eyyad Allawi perché da lui, un laico, sono convinti di poter ricevere protezione e per il fatto che, proprio durante quella consultazione, hanno ricevuto per la prima volta aiuto da parte della Guardia nazionale. Naseer Abd al Ameer, uno zingaro di al Zuhoor intervistato da IRIN (The Integrated Regional Information Networks), dichiarava: “Abbiamo partecipato alle elezioni perché vogliamo un Iraq unito, libero e democratico”. Mentre Shaima, una sua concittadina spiegava che, nonostante la scomodità della comunità zingara nel nuovo Iraq sciita, “non possiamo smettere di cantare e di ballare, questo è il nostro mestiere, quello facciamo da anni, da secoli”.
 
 

Naoki Tomasini

Articoli correlati: Conflitto in quest'area: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità