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“Non credevamo più di arrivare, aspettavamo di morire, come povere
bestie in attesa del macello”. Sono diversi Memet e Muzaffer. Il primo
è un omone dal viso tondo e liscio, grandi baffi neri, il capo coperto
da una vecchia kefiah palestinese. Il secondo è piccolo e magro, la
barba di qualche giorno, gli occhiali e l’espressione dolce.
Roma è in uno dei suoi tramonti rossi come il fuoco e parlare qui, a
piazza San Marco, un angolo di piazza Venezia, di fronte all’Altare
della Patria, con due uomini così segnati dalla persecuzione politica
mette malinconia. Questi posti sono stati importanti per l’Italia. Qui
le adunate del ventennio fascista hanno lasciato il posto alla stagione
del dopoguerra, alle grandi battaglie per la democrazia. A pochi metri
c’erano le sedi dei partiti che hanno ricostruito il Paese, mentre
allungando lo sguardo i Fori ricordano l’immensità della storia del
genere umano.
Memet tira fuori un documento, la fotocopia della sua tessera di
militante per i diritti umani. Vuole mostrarla, far capire che lui ha
combattuto per la libertà. Muzaffer lo tranquillizza, gli dice che il
racconto del viaggio è solo all’inizio.
“Lì sotto non si respirava, eravamo troppi, l’aria era viziata, ma
avevamo ancora un po’ di fiducia. Fino a quando, dopo due giorni, una
giovane donna non è morta. Stava male, noi chiedevamo aiuto
all’equipaggio, urlavamo, battevamo i pugni contro il portellone
serrato. Niente, nemmeno una risposta, nessuno ha fatto nulla per
quella poveretta. Era incinta, era poco più che una ragazza. In quel
momento abbiamo pensato che avremmo fatto tutti la stessa fine. Eravamo
curdi, afgani, iracheni. Tante lingue, troppi dialetti, ma sapevamo
tutti di essere nelle mani di individui senza pietà. Allora noi curdi
abbiamo deciso di forzare il portellone, di ammutinarci. Eravamo
venticinque. Qualcuno poteva anche essere ucciso, ma almeno l’incubo di
quella prigionia sarebbe finto. Invece se ne sono accorti e hanno
chiuso il portellone con ancora maggior cura. Abbiamo pensato fosse
finita.”
Poi, la cronaca dell’odissea riprende: “A cinque giorni dalla morte
della ragazza abbiamo sentito il rombo di due jet molto vicini, subito
dopo il motore di un elicottero. Alla fine deve essere arrivata la
guardia costiera e i soldati italiani sono saliti a bordo. Sentivamo
urla, ordini, concitazione, ma dalla stiva non riuscivamo ad avere un
quadro esatto della situazione. Comunque, qualunque cosa potesse
accadere, non avrebbe potuto esser peggio di quello che già avevamo
vissuto. La nave è stata rimorchiata in porto, ma noi eravamo ancora
chiusi dentro. Non si riusciva ad aprire il portello, dopo oltre un ora
siamo finalmente usciti. Eravamo in Italia, a Crotone, in Calabria. La
puzza era insopportabile, i soccorritori neppure ci toccavano, avevano
i guanti e le mascherine. Era un tanfo di morte, di residui organici,
di sudore, di sporcizia. Subito un interprete ci ha chiesto di
riconoscere l’equipaggio, ma noi non avevamo visto nessuno, eravamo
sempre stati bendati o imprigionati. Non volevano crederci. Hanno
portato un uomo e volevano sapere se fosse il capitano. Non potevamo
rispondere, ma Memet ha capito che se non era nella stiva non poteva
che essere dell’equipaggio e lo ha detto alla polizia”.