18/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La fuga dalla Turchia di due militanti democratici curdi per ricominciare a vivere
Profugo curdo“Non credevamo più di arrivare, aspettavamo di morire, come povere bestie in attesa del macello”. Sono diversi Memet e Muzaffer. Il primo è un omone dal viso tondo e liscio, grandi baffi neri, il capo coperto da una vecchia kefiah palestinese. Il secondo è piccolo e magro, la barba di qualche giorno, gli occhiali e l’espressione dolce.

“L’otto ottobre del 2001 siamo partiti da Izmir, in Turchia, la polizia ci inseguiva da mesi. Eravamo militanti democratici curdi e il governo di Ankara non tollera la nostra identità. Così abbiamo deciso di fuggire, di cercare un posto per ricominciare a vivere”. E’ Muzaffer a parlare, Memet annuisce, capisce l’italiano, ma lo parla poco e lascia all’amico la responsabilità del racconto. Qualche volta, però, lo interrompe, gli dice cose nella sua lingua e l’altro traduce.

“Tutti sanno che la mafia turca controlla il traffico dei profughi. Siamo arrivati sul mare e abbiamo cominciato a girare per i bar della città – continua Muzaffer – fino a quando non abbiamo trovato il contatto. Voleva 4500 marchi per farci partire, ma noi lo sapevamo e avevamo messo da parte tutti i soldi che servivano”.

Profughi curdi Roma è in uno dei suoi tramonti rossi come il fuoco e parlare qui, a piazza San Marco, un angolo di piazza Venezia, di fronte all’Altare della Patria, con due uomini così segnati dalla persecuzione politica mette malinconia. Questi posti sono stati importanti per l’Italia. Qui le adunate del ventennio fascista hanno lasciato il posto alla stagione del dopoguerra, alle grandi battaglie per la democrazia. A pochi metri c’erano le sedi dei partiti che hanno ricostruito il Paese, mentre allungando lo sguardo i Fori ricordano l’immensità della storia del genere umano.

Muzaffer va avanti. “Dopo qualche giorno è arrivato il momento. Ci hanno caricati su una macchina, bendati e portati in un bosco. Erano uomini armati, potevano essere anche poliziotti, le pistole erano dello stesso tipo utilizzato dalle forze dell’ordine turche. Ci hanno fatto scendere ed entrare nella selva. Avevamo paura, era notte fonda, buio pesto. Abbiamo trovato altri fuggiaschi, Memet li ha contati, eravamo 418. Gli uomini armati ci circondavano, erano violenti, ci trattavano male. E’ comparso anche qualche mitra. Ci hanno bendati di nuovo e fatti salire su camion, poi hanno abbassato i teloni e non sapevamo più cosa stesse accadendo. Abbiamo viaggiato per un po’, fino a quando non abbiamo raggiunto il mare. Ce ne siamo accorti non solo perché eravamo fermi, ma anche per il rumore delle onde e per l’odore”.

Kurdistan Memet tira fuori un documento, la fotocopia della sua tessera di militante per i diritti umani. Vuole mostrarla, far capire che lui ha combattuto per la libertà. Muzaffer lo tranquillizza, gli dice che il racconto del viaggio è solo all’inizio.

Il traffico comincia a impazzire, l’orario di uscita dagli uffici rende la città caotica e il tono della voce si alza, diventa quasi un grido, in una singolare coincidenza col crescendo drammatico della vicenda dei due profughi: “Ci minacciavano con le armi, ci umiliavano, trattavano male le donne, ci facevano sentire una mandria di disperati – insiste il curdo – era la prima volta che lasciavo la mia terra, non sapevo cosa fare. Siamo saliti a gruppi su un peschereccio che faceva la spola con la carretta del mare ormeggiata al largo. Ci hanno trasbordato. Erano sempre più cattivi. Sulla nave, pistole alla tempia, siamo stati buttati nella stiva. Nessun oblò, sabbia sul pavimento, pane rancido, servizi igienici inesistenti, poca acqua. Poi hanno chiuso i portelloni del ponte e noi eravamo come topi in gabbia. All’alba abbiamo scoperto che entrava un po’ di luce da alcune feritoie sul tetto, quei raggi di sole erano il mondo, la nostra stiva una tomba”.

I viaggi di queste persone, la fuga verso la libertà, la speranza non sono sempre un percorso certo. Non sempre le aspirazioni e i desideri si avverano.

Profughi curdi “Lì sotto non si respirava, eravamo troppi, l’aria era viziata, ma avevamo ancora un po’ di fiducia. Fino a quando, dopo due giorni, una giovane donna non è morta. Stava male, noi chiedevamo aiuto all’equipaggio, urlavamo, battevamo i pugni contro il portellone serrato. Niente, nemmeno una risposta, nessuno ha fatto nulla per quella poveretta. Era incinta, era poco più che una ragazza. In quel momento abbiamo pensato che avremmo fatto tutti la stessa fine. Eravamo curdi, afgani, iracheni. Tante lingue, troppi dialetti, ma sapevamo tutti di essere nelle mani di individui senza pietà. Allora noi curdi abbiamo deciso di forzare il portellone, di ammutinarci. Eravamo venticinque. Qualcuno poteva anche essere ucciso, ma almeno l’incubo di quella prigionia sarebbe finto. Invece se ne sono accorti e hanno chiuso il portellone con ancora maggior cura. Abbiamo pensato fosse finita.”

Adesso Muzaffer ha lo sguardo più triste che mai, sta ricordando. Non solo i fatti. C’è come l’ombra del suo Kurdistan dietro gli occhiali, nel suo sguardo. Infatti interrompe la storia, si accarezza una guancia e dice: “Sai ho avuto una figlia dopo esser partito, non l’ho mai vista”. Memet sorride, i suoi baffoni si distendono e dice, finalmente in italiano: “Anche a me è successo, anche io ho un figlio che forse non vedrò mai”. Muzaffer è stupito: “Davvero, non me lo avevi detto mai!”

Curdi Poi, la cronaca dell’odissea riprende: “A cinque giorni dalla morte della ragazza abbiamo sentito il rombo di due jet molto vicini, subito dopo il motore di un elicottero. Alla fine deve essere arrivata la guardia costiera e i soldati italiani sono saliti a bordo. Sentivamo urla, ordini, concitazione, ma dalla stiva non riuscivamo ad avere un quadro esatto della situazione. Comunque, qualunque cosa potesse accadere, non avrebbe potuto esser peggio di quello che già avevamo vissuto. La nave è stata rimorchiata in porto, ma noi eravamo ancora chiusi dentro. Non si riusciva ad aprire il portello, dopo oltre un ora siamo finalmente usciti. Eravamo in Italia, a Crotone, in Calabria. La puzza era insopportabile, i soccorritori neppure ci toccavano, avevano i guanti e le mascherine. Era un tanfo di morte, di residui organici, di sudore, di sporcizia. Subito un interprete ci ha chiesto di riconoscere l’equipaggio, ma noi non avevamo visto nessuno, eravamo sempre stati bendati o imprigionati. Non volevano crederci. Hanno portato un uomo e volevano sapere se fosse il capitano. Non potevamo rispondere, ma Memet ha capito che se non era nella stiva non poteva che essere dell’equipaggio e lo ha detto alla polizia”.

I baffi del curdo con la kefiah si distendono di nuovo, ma stavolta la fronte è segnata da rughe profonde e dice: “La mafia turca lo ha saputo e adesso minaccia la mia famiglia, giù al paese, ho paura per loro”. Memet annuisce e continua: “Siamo stati portati al campo profughi, erano passati sette giorni. Lì siamo rimasti poco, ma altri ci restano anche due mesi. Non è un carcere, ci danno assistenza, ma siamo chiusi, reclusi, non possiamo incontrare nessuno e non è una buona cosa. Ho chiesto asilo politico, non me lo hanno concesso e adesso ho un decreto di espulsione sulla testa. Chissa cosa si deve fare per poter essere accolti”. I due curdi si guardano. Dal loro arrivo in Italia hanno vissuto grazie all’assistenza di organizzazioni umanitarie e di amici. Sono passati tre anni e non sanno ancora cosa li aspetta.

“Certe volte, non sempre, ci pentiamo di quello che abbiamo fatto – dicono insieme i due - scappavamo dalla polizia turca, adesso da clandestini scappiamo da quella italiana. Gli italiani sono brava gente, ma qualche volta sentiamo di essere considerati degli estranei, di esser di troppo. Succede che saluti qualcuno, sorridi e neppure ti guardano, ma tutto il mondo è paese. Speriamo di poter rivedere le nostre famiglie, difficile in Kurdistan, forse non potremo tornare mai più a casa. Però siamo vivi e se riusciremo ad avere l’asilo, per il quale i nostri avvocati italiani stanno battendosi allora faremo una grande festa e tutti saranno benvenuti”.

Cacciati in patria, soli all'estero e con un futuro incerto Memet e Muzarraf si allontanano. Una grande a grosso, l’altro piccolo e magro. Con le loro magliette e una scritta: “Sciopero della fame per il diritto d’asilo ai curdi”.

E’ ormai sera a Roma, frettolosi i passanti ci sfiorano impazienti di tornare a casa. Un posto che per i curdi è il sogno di una vita.

Roberto Bàrbera

Ieri sera, martedì 17 febbraio, il Prefetto di Roma Achille Serra, ha ricevuto 40 profughi curdi, tra cui Memet e Muzarraf, che da due settimane avevano dato corso ad uno sciopero della fame per ottenere lo status di rifugiato politico. Il Prefetto, preso atto dell’impegno del Comune di Roma a dar loro accoglienza e assistenza, si è impegnato a trovare una soluzione per la loro permanenza in Italia, in attesa degli esiti dei ricorsi in Tribunale. L'azione di protesta è stata sospesa.
 
Categoria: Profughi
Luogo: Italia