09/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Le regole d'ingaggio dei soldati in Iraq viste dagli Stati Uniti
Scritto per noi da
Matteo Colombi

Non si ammettono mai errori. L’esercito americano è dotato di infallibilità su cui non è permesso opinare. La reazione americana dinanzi alle domande sull’uccisione dell’agente del Sismi Nicola Calipari, e sul fuoco aperto sulla macchina civile che trasportava Giuliana Sgrena all’aeroporto di Baghdad in seguito alla sua liberazione, è quella di fastidio. Una non-issue, una questione irrilevante per gli Usa, che dimostrano ancora una volta di avere a livello della propria leadership politica e mediatica una incapacità nel gestire la politica sottile dell’imperialismo pesante. Vi è stizza, dopotutto cose del genere capitano tutti i giorni per le strade dell’Iraq. Lo dice implicitamente per primo Scott McLellan, portavoce della Casa Bianca: la via per l’aeroporto  “...è una strada pericolosa ed è una zona di combattimento che spesso costringe le nostre forze a prendere decisioni nel giro di frazioni di secondo per proteggere la propria sicurezza...”.     
 
"Stiamo ripulendo la strada". Come si può vedere sui documentari di sostegno (‘Gunner Palace’, i vari report ‘Embedded’ della ABC, o i recenti documentari della tv pubblica, ‘The Soldier’s Heart’ e ‘A Company of Soldiers’), giovani americani spaesati, alcuni violenti e razzisti, ma i più in preda alla paura, alla noia e all’adrenalina, si muovono in un paesaggio in cui gli iracheni appaiono loro tutti potenzialmente nemici, e al contempo bisognosi dei lumi occidentali. Di certo, i soldati temono le auto per strada. Un filmato mi ha colpito più di tutti, si chiama ‘A Company of Soldiers’ (online presso: www.pbs.org) e segue per un mese un gruppo di soldati: in una delle sequenze, da dentro un Humvee si osserva un soldato che mitraglia la strada innanzi, per ‘ripulire’ il traffico, per tenere le altre vetture lontane dal corazzato americano. Parte una quantità impressionante di colpi.
Un superiore urla qualcosa del genere: ‘che...azzo state facendo?’
La risposta, calma e giustificatoria, di un teenager: ‘stiamo ripulendo la strada, stiamo dicendo alle auto davanti di spostarsi di carreggiata’. Il superiore: ‘sparate per aria!’ Il giovane soldato, se ricordo bene, dice che non stava mirando nessuno in particolare. Il video mostra la mitragliatrice puntata non verso il basso ma nemmeno verso l’alto. Una sparatoria cieca. Auto che sbandano (qualcuno colpito o semplicemente lesto nel levarsi di mezzo? Non si sa, siccome il giornalista è embedded rimane a bordo dell’autoblindo che continua a sfrecciare sull’autostrada). In questo documento si vede un esercito che spara per paura, per viaggiare sulla strada, spara senza bersagli precisi, incapace di garantire l’incolumità dei civili, mettendoli di fatto in pericolo.
Quante volte si ripete ogni settimana questa scena?
 
Il fine (non) giustifica i mezzi. Queste cose ce le fanno vedere in televisione perché il programma non è di critica; è costruito per farci sentire vicini ai nostri giovani spaesati, coraggio e benevolenza a stelle e strisce. In una ripresa il giovane diciottenne dalla fattoria polverosa del Kansas, o dalla crisi industriale dell’Illinois, o da qualche ghetto dove si spara e si muore comunque, offre caramelle ai bambini che salutano, in un altro porta quaderni a una scuola, nel prossimo spara alla cieca sul traffico. In un’altra sequenza una bomba artigianale esplode sotto un Humvee, e una fiammata investe il veicolo. Morti e feriti tra i soldati. Lontani da casa, mandati in Iraq per una missione che continua ad evolversi, i giovani soldati si aggirano per l’Iraq sperando di durare fino in fondo, fino al ritorno. Credo sia difficile resistere il grilletto facile, nell’assenza di una disciplina precisa impartita da parte dei superiori, e di una politica diversi. I massacri del nemico raccontati con dovizia di particolari; ma chi muore per mano americana scompare dal novero.
Il sito della CNN, nelle pagine dedicate al conflitto iracheno, ha dei grafici che analizzano i morti e i feriti per mese: americani e coalizione internazionale. Sugli iracheni il silenzio stampa. Non esiste alcun riconoscimento per le vittime. Gli iracheni che non sono utili al canovaccio che gli Usa cercano di dipanare in Iraq e sugli schermi americani, sono esseri umani deistituzionalizzati, decurtati dal conto, siano essi combattenti o semplici passanti innocenti. Sparare sul traffico è lecito, anche a costo di sacrificare nel tempo centinaia, o migliaia, di vite civili. Quando si distrugge una famiglia e per caso qualche giornalista occidentale commenta, la storia è sempre simile: “...acceleravano, non si sono fermati dinanzi ai nostri segnali..”
Si può capire la paura dei soldati, ma non si può accettarne la prassi. Come potenze occupanti, gli Usa e i suoi alleati hanno doveri precisi nei confronti delle popolazioni civili sotto il loro controllo. Il caso Sgrena-Calipari dimostra che le regole d’ingaggio pongono l’incolumità e la protezione dei civili a repentaglio costante. Queste regole vanno messe sotto processo.
Categoria: Guerra
Luogo: Stati Uniti