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E' arrivato il giorno del regolamento dei conti in Honduras. Oggi il presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya, detto Mel, deposto domenica 28 giugno da un golpe, tornerà in patria dopo il suo esilio forzato, e tenterà di ripendere le redini del suo Paese.
Una decisione ferma e risoluta che sfida la minaccia di arresto immediato avanzata a più riprese dal presidente di fatto Roberto Micheletti, imposto dai golpisti. Ma Mel non si è lasciato certo intimorire e ieri ha ribadito ufficialmente che tornerà in patria oggi parlando di fronte all'Assemblea generale dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa), che ha formalmente escluso l'Honduras dall'organismo sovranazionale. La sospensione potrebbe significare tagli agli aiuti economici e isolamento politico. Una decisione quella dell'Organizzazione degli Stati americani presa dopo che i militari golpisti e Micheletti hanno ignorato l'ultimatum di 72 ore che intimava loro di reintegrare Zelaya come legittimo capo dello Stato. Inutile è risultata, infatti, la missione di il cileno Jose Miguel Insulza, segretario Osa, nel Paese, che non ha smesso di insorgere, nonostante ai proclami della dittatura si siano aggiunti quelli della Chiesa cattolica. Ieri, il cardinale di Tegucigalpa ha intimato Zelaya di non tornare, per "evitare un bagno di sangue", legittimando così il colpo di stato.
Ma se l'Osa ha raggiunto l'unanimità sulla decisione della sospensione dell'Honduras in mano ai golpisti, non è stato unanime il voto sul rientro di Mel. "Tornerò perché è necessario per la pace", ha affermato Zelaya al termine della riunione Osa di Washington, ottenendo il pieno appoggio di Hugo Chavez. Il presidente venezuelano ha definito "inaccettabile" qualsiasi motivazione contro il rientro immediato di Zelaya. "Riteniamo che il principale dovere di questa Organizzazione sia accompagnare il presidente Zelaya, come lui stesso ha deciso - ha detto il ministro degli Esteri venezuelano Nicolas Maduro - altrimenti legittimeremo la violenza dei golpisti". Ma Stati Uniti, Canada, Messico, Costa Rica, Panama e Paesi caraibici hanno espresso riserve sul rientro di Zelaya che potrebbe peggiorare la situazione interna. Anche riguardo alla sicurezza personale del presidente deposto il ministro canadese per le Americhe, Peter Kent, ha spiegato che "il Canada ritiene che non sia il momento giusto". Lo stesso segretario generale dell'Osa, Insulza, aveva rilevato che Zelaya andrebbe incontro a rischi seri e dovrebbe cercare di ottenere "garanzie" per la sua sicurezza. Insulza ha chiarito che il ritorno in patria di Zelaya è una sua decisione personale e che l'Osa non ha preso alcuna posizione ufficiale al riguardo.
Mel dovrebbe arrivare in Honduras verso mezzogiorno ora locale (le 20 italiane). Lo riferiscono i suoi sostenitori, che già ieri avevano marciato in migliaia fino all'aeroporto internazionale della capitale con l'intenzione di assicurare un libero atterraggio del suo aereo, previsto inizialmente per ieri. Il corteo è stato bloccato da un massiccio dispositivo militare che presidiava l'accesso allo scalo. Secondo un diplomatico straniero, l'aereo di Zelaya potrebbe però atterrare in una base Usa a 80 km da Tegucigalpa. Zelaya ha detto che sarà accompagnato da "diversi presidenti", fra cui l'argentina Cristina Kirchner, l'ecuadoriano Rafael Correa, che si è detto "pronto a morire per la democrazia in Honduras" ed "esponenti della comunità internazionale".