
Il solito movimento di blindati e colonne di camion militari, i soliti check
point con i blocchi di cemento e i sacchi di sabbia, le solite pattuglie di poliziotti
armati di kalashnikov ad ogni angolo di strada.
Oggi a Grozny non c'era nessuna novità rispetto al solito. Nessun segno di nervosismo
o di paura per quello che è successo quindici chilometri più a nord.
Anzi. Oggi era l'8 marzo, che qui è una festività nazionale, eredità dell'epoca
sovietica. Perciò in città c'era addirittura aria di festa. Tanta gente al bazar
centrale, tanta gente per le strade. Soprattutto tante donne con mazzi di fiori
in mano che vestite eleganti camminavano in gruppi, affondando i tacchi alti nel
fango che invade le strade cittadine per andare a festeggiare a casa, o in uno
dei tanti caffè aperti tra le rovine del centro.

La gente di Grozny ha saputo dell'uccisione dell'ex presidente Mashkadov solo
in serata, dalla televisione. All'inizio nessuno ci credeva, tante sono le volte
che i russi hanno dato questa notizia, poi regolarmente smentita.
Ma quando sono arrivate le immagini da Tolstoj-Yurt, un villaggio di campagna
quindici chilometri a nord di Grozny, l'aria di festa è svanita lasciando il posto
ad un misto di tristezza e incredulità.
A casa di Zainap Gasciayeva, cinquantadue anni, la più nota attivista per i diritti
umani di tutta la Cecenia, presidente dell'ong Eko Vajnii (Eco della Guerra), le donne si sono raccolte davanti alla televisione. Con
i loro
fazzoletti in testa, vestite come sono vestite le contadine. Altissime e magre
magre. Poi sono arrivati gli uomini. Infine i ragazzini, che aspettavano di godersi
Titanic e invece si sono trovati davanti le immagini del cadavere seminudo di
Mashkadov.

“Io ho conosciuto Mashkadov nel 1998, quando era presidente” dice Zainap senza
distogliere lo sguardo dalla televisione che fa la radiografia del 'terrorista
Mashkadov'. "Era un buon uomo e un politico bravo, anche se forse un po' ingenuo.
Di certo era l'unico interlocutore possibile per una soluzione negoziale di questa
guerra. Per la Russia, per l'Unione Europea, per la comunità internazionale. Ora
che lui non c'è più, nessun negoziato sarà più possibile. Nessuno vuole trattare
con Basayev, né lui vuole trattare con nessuno. La morte di Mashkadov è una vera
rovina per il nostro popolo e per le nostre speranze di pace".
“Voglio ancora sperare che non sia vero che lo hanno ucciso. Perché altrimenti
per noi la situazione non potrà che peggiorare” dice Mariat Vasarova, quarantacinque
anni che sembrano novanta, come per la maggior parte delle donne di Grozny.

“E' una sofferenza vederlo morto – afferma triste Biela Hanidava, quarantatre
anni – lui era il presidente che noi avevamo eletto”.
Gagne Ibrahimov, un signore che va per i sessanta, non si dà per vinto: “Non
ci credo che sia lui. E' sicuramente una messa in scena dei russi”.
Adam Islamov ha vent'anni, conosce bene la storia del suo paese. “Nella prima
guerra hanno ucciso il presidente Dudayev, oggi hanno ucciso il presidente Mashkadov.
Perché i Russi uccidono tutti i nostri leader?”
Iza Djamulaiev di anni ne ha solo diciannove: “E' brutto vedere che il presidente
è morto”. Ma lui forse, più che pensare alla politica, guardando quel cadavere
si ricorda dei suoi genitori, che ha visto morire

sotto i bombardamenti russi
di Grozny nel 1999.
“I russi sanno solo uccidere – interviene Gagne, meno dubbioso di prima – pensano
di risolvere tutti i problemi così, ma si sbagliano”.
Attorno alla casa di Zainap, in aperta campagna, non lontano da Tolstoij Yurt,
è ormai calata la notte, la prima senza Mashkadov. Rischiarata all'orizzonte solo
dai bagliori arancioni delle fiamme dei pozzi petroliferi, disturbata solo dall'eco
lontana dalle raffiche di mitra e dal boato sordo dell'artiglieria. Come ogni
notte.
Il mattino seguente in giro per la città c’è un’aria strana. La gente
ha paura di parlare, ma chi lo fa esprime la sua sincera tristezza per
la morte di un uomo che era visto come l’unico legittimo rappresentante
del popolo ceceno e del suo disperato desiderio di pace.
Per le strade ci sono molti più soldati e blindati del solito. Si
respira un clima di tensione. Zainap vuole che lasciamo subito il
paese. “Durante la notte hanno allestito nuovi posti di blocco intorno
alla città e sulle strade principali: i russi sigillano la città per
timore di rappresaglie o per impedire la fuga dei collaboratori di
Mashkhadov, chi lo sa. Sta di fatto che dovete partire subito se non
volete rischiate di rimanere bloccati qui, o peggio”.

Prima
di spiegarci come aggirare i posti di blocco passando in macchina per
le colline desertiche del nord, Zainap ci racconta un significativo
scambio di idee avuto poco prima con un giovane militare russo a un
posto di blocco. “Stamane stavo uscendo dalla città e mi hanno fermata.
Al soldato che mi ha chiesto i documenti, ho domandato in tono
scherzoso: ‘Adesso che ci avete ucciso il presidente la guerra
finirà?’. E lui: ‘No, perché questa guerra è una questione di soldi, e
finché ci saranno quelli la guerra andrà avanti. Sono in troppi a
guadagnarci’”.
(Fine)