
Continuano i
preparativi del primo viaggio in autobus attraverso la Linea di
Controllo (LoC),
il confine che dal 1949 divide il Kashmir indiano da quello pachistano.
Le
prime date di partenza sono fissate per il 7 e il 14 aprile prossimo,
quando -
dopo
quasi sessanta anni - un centinaio di persone in tutto potranno
rivedere i famigliari
dall’altra parte del “muro” kashmiro. Cento infatti è il numero di
permessi
speciali che verranno distribuiti: per partecipare alla corsa infatti non
saranno
validi passaporti e comuni documenti di viaggio. Un’iniziativa che ha
generato
un diffuso malcontento, dopo la gioia e la commozione dei primi giorni
d’attesa.
“Avrebbero dovuto informarci attraverso i giornali che sarebbero stati
messi a
disposizione i moduli di richiesta. Non sapevamo nulla a riguardo”, ha
detto
alla Bbc un cittadino del Kashmir indiano. Molte persone che vivono
fuori dalle
principali città non sono state informate sulla procedura da seguire,
resa
necessaria – dicono le autorità pachistane e indiane – per accertare
l’identità
dei passeggeri. Ragioni di sicurezza che ricordano la drammatica realtà
di questa terra, ancora contesa da India e Pakistan e teatro di un
sanguinoso conflitto che provoca decine di morti ogni giorno. Solo in territorio
indiano, dal 1989 a oggi, hanno
perso la vita almeno 40mila persone, ma secondo fonti indipendenti i
morti sarebbero molti di più.
La via della speranza. Il nuovo servizio di
trasporto collegherà le capitali delle due regioni kashmire, l’indiana Srinagar
e la pachistana Muzaffarabad e non ammetterà viaggiatori stranieri. Nonostante
le limitazioni burocratiche, questo collegamento attraverso le montagne
himalayane ha un grande significato simbolico. E’ un passo ulteriore nel
processo di pace iniziato da India e Pakistan nell’aprile 2003. Per la contesa
del Kashmir, le due potenze nucleari hanno infatti combattuto ben tre guerre
(1947-49, 1965 e 1971). In seguito, a partire dal 1989, diversi gruppi guerriglieri
musulmani hanno cominciato un’insurrezione armata in territorio indiano contro
“le truppe d’occupazione”. Alcuni di questi chiedono l’indipendenza da New
Dheli, altri l’annessione al Pakistan. I civili del Kashmir indiano (la maggior
parte di fede musulmana) sono di continuo vittime degli scontri e degli
attacchi compiuti dalle due parti in lotta.
Il processo di pace. Intanto, i negoziati
di pace hanno portato alla proclamazione del cessate il fuoco lungo la LoC nel
novembre 2003. Il primo incontro per discutere la tregua è stato tenuto dal
presidente pachistano Musharraf e dall’allora primo ministro indiano Vajpayee
nel gennaio 2004. A maggio, il neoeletto premier indiano Manmohan Singh
(esponente del Congresso di Sonia Gandhi) ha rinnovato l’impegno al dialogo. Singh
e Musharraf si sono confrontati per la prima volta in occasione dell’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite a New York nel settembre scorso. A novembre,
infine, l’India ha dato inizio al ritiro progressivo delle truppe stanziate in
Kashmir. Una prima unità di circa mille uomini delle forze speciali ha lasciato
la città di Anantnag il 17 novembre scorso, ma non è chiaro quanti altri
militari – sui 300mila stanziati – se ne andranno nei prossimi mesi. I gruppi
separatisti restano scettici. Definiscono il ritiro una farsa e l’apertura
delle vie di comunicazione un espediente per spostare l’attenzione dalla risoluzione
effettiva del conflitto.

Un conflitto dimenticato. Nel Kashmir indiano,
infatti, la guerra continua. Nell’ultimo mese, durante le elezioni municipali
–
le prime in 27 anni – decine di persone sono cadute vittima degli attentati
compiuti dai militanti islamici che hanno cercato di boicottarle. D’altra parte,
le azioni delle forze di sicurezza indiane hanno continuato a colpire i civili.
Le organizzazioni per i diritti umani le accusano di ogni genere di abusi: uccisioni
e arresti indiscriminati, retate contro famiglie innocenti per catturare i
presunti terroristi, repressione di manifestazioni pacifiche. Neanche le
imponenti nevicate delle ultime settimane hanno fermato del tutto le violenze.
L’esercito
ha sospeso solo temporaneamente le operazioni per portare soccorso alle
vittime del disastro naturale che ha causato almeno 300 morti. Poi il 3 marzo
è
tornato a dare la caccia ai terroristi. Il 7 marzo i soldati hanno ucciso una
decina di
militanti e il giorno successivo i guerriglieri hanno assassinato un influente
uomo politico mentre
tornava dalla moschea dove si era recato per le preghiere del mattino.