09/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo sessanta anni riparte il bus che unisce i due Kashmir, indiano e pachistano
  frontiera
Continuano i preparativi del primo viaggio in autobus attraverso la Linea di Controllo (LoC), il confine che dal 1949 divide il Kashmir indiano da quello pachistano. Le prime date di partenza sono fissate per il 7 e il 14 aprile prossimo, quando - dopo quasi sessanta anni - un centinaio di persone in tutto potranno rivedere i famigliari dall’altra parte del “muro” kashmiro. Cento infatti è il numero di permessi speciali che verranno distribuiti: per partecipare alla corsa infatti non saranno validi passaporti e comuni documenti di viaggio. Un’iniziativa che ha generato un diffuso malcontento, dopo la gioia e la commozione dei primi giorni d’attesa. “Avrebbero dovuto informarci attraverso i giornali che sarebbero stati messi a disposizione i moduli di richiesta. Non sapevamo nulla a riguardo”, ha detto alla Bbc un cittadino del Kashmir indiano. Molte persone che vivono fuori dalle principali città non sono state informate sulla procedura da seguire, resa necessaria – dicono le autorità pachistane e indiane – per accertare l’identità dei passeggeri. Ragioni di sicurezza che ricordano la drammatica realtà di questa terra, ancora contesa da India e Pakistan e teatro di un sanguinoso conflitto che provoca decine di morti ogni giorno. Solo in territorio indiano, dal 1989 a oggi, hanno perso la vita almeno 40mila persone, ma secondo fonti indipendenti i morti sarebbero molti di più.
 
al votoLa via della speranza. Il nuovo servizio di trasporto collegherà le capitali delle due regioni kashmire, l’indiana Srinagar e la pachistana Muzaffarabad e non ammetterà viaggiatori stranieri. Nonostante le limitazioni burocratiche, questo collegamento attraverso le montagne himalayane ha un grande significato simbolico. E’ un passo ulteriore nel processo di pace iniziato da India e Pakistan nell’aprile 2003. Per la contesa del Kashmir, le due potenze nucleari hanno infatti combattuto ben tre guerre (1947-49, 1965 e 1971). In seguito, a partire dal 1989, diversi gruppi guerriglieri musulmani hanno cominciato un’insurrezione armata in territorio indiano contro “le truppe d’occupazione”. Alcuni di questi chiedono l’indipendenza da New Dheli, altri l’annessione al Pakistan. I civili del Kashmir indiano (la maggior parte di fede musulmana) sono di continuo vittime degli scontri e degli attacchi compiuti dalle due parti in lotta.  
 
Il processo di pace. Intanto, i negoziati di pace hanno portato alla proclamazione del cessate il fuoco lungo la LoC nel novembre 2003. Il primo incontro per discutere la tregua è stato tenuto dal presidente pachistano Musharraf e dall’allora primo ministro indiano Vajpayee nel gennaio 2004. A maggio, il neoeletto premier indiano Manmohan Singh (esponente del Congresso di Sonia Gandhi) ha rinnovato l’impegno al dialogo. Singh e Musharraf si sono confrontati per la prima volta in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York nel settembre scorso. A novembre, infine, l’India ha dato inizio al ritiro progressivo delle truppe stanziate in Kashmir. Una prima unità di circa mille uomini delle forze speciali ha lasciato la città di Anantnag il 17 novembre scorso, ma non è chiaro quanti altri militari – sui 300mila stanziati – se ne andranno nei prossimi mesi. I gruppi separatisti restano scettici. Definiscono il ritiro una farsa e l’apertura delle vie di comunicazione un espediente per spostare l’attenzione dalla risoluzione effettiva del conflitto.
  soldati indiani
Un conflitto dimenticato. Nel Kashmir indiano, infatti, la guerra continua. Nell’ultimo mese, durante le elezioni municipali – le prime in 27 anni – decine di persone sono cadute vittima degli attentati compiuti dai militanti islamici che hanno cercato di boicottarle. D’altra parte, le azioni delle forze di sicurezza indiane hanno continuato a colpire i civili. Le organizzazioni per i diritti umani le accusano di ogni genere di abusi: uccisioni e arresti indiscriminati, retate contro famiglie innocenti per catturare i presunti terroristi, repressione di manifestazioni pacifiche. Neanche le imponenti nevicate delle ultime settimane hanno fermato del tutto le violenze. L’esercito ha sospeso solo temporaneamente le operazioni per portare soccorso alle vittime del disastro naturale che ha causato almeno 300 morti. Poi il 3 marzo è tornato a dare la caccia ai terroristi. Il 7 marzo i soldati hanno ucciso una decina di  militanti e il giorno successivo i guerriglieri hanno assassinato un influente uomo politico mentre tornava dalla moschea dove si era recato per le preghiere del mattino.
 

Francesca Lancini

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