Il regime ha disseminato l'Albania di bunker. Qualcuno ne ha fatto una chiesa

Segni
tangibili della sindrome da accerchiamento con cui il dittatore Enver Hoxha,
ha tenuto
sottomesso il suo popolo per circa 40 anni, i bunker albanesi sono
oltre 750.000, la maggior parte sulle coste e pianure di un territorio
di appena 28.000 km2
(circa quanto il Lazio), il 70 % del quale è montagnoso, e non sono
mai stati utilizzati. Alcuni sono stati in parte ricoperti dalla vegetazione,
altri si
vede che hanno tentato di distruggerli, per lo più con scarso successo.
Sono come
funghi di cemento disseminati nelle campagne, ma spuntano anche, a
sorpresa, nelle strade delle città. Normalmente sono di cemento armato
a forma di igloo,
ma alcuni sono stati scavati nella roccia, sui fianchi delle montagne.
I bunker
in Albania furono costruiti dai cinesi su commissione del governo
comunista
allo scopo di difendere i cittadini albanesi da un temuto possibile
sbarco, e
successiva “invasione” straniera, come quella italiana che avvenne nel
1912 a
Valona ... Il bello è che
furono fatti costruire proprio negli anni ’70, quando, se proprio uno
Stato
avesse progettato di invadere l’Albania, certo quelle costruzioni non
avrebbero
potuto molto contro le nuove armi!

Ora,
nel
villaggio di Jaru, in provincia di Fier, in un
bunker scavato nella montagna, un prete ha fatto nascere una chiesetta.
Jaru è
uno dei tanti villaggi albanesi dove, a differenza delle città, la
qualità della
vita
non si è evoluta, anche perché la povertà è
concentrata soprattutto nelle zone rurali: qui le case sono per la
maggior parte baracche, di una stanza sola per tanti figli, senza bagno
e con
i
fili dell’elettricità scoperti, così che spesso qualcuno, soprattutto
bambini, ne muore. I bimbi sono malvestiti, anche senza calze in pieno
inverno
e giocano nei viottoli sterrati che dividono le baracche. Le bambine
stanno
spesso a casa a badare alle faccende domestiche.

La zona di Jaru è poi piena di
pozzi di petrolio, costruiti a suo tempo dai cinesi, le cui pompe però sono
quasi tutte ferme, e quindi pur non essendo sfruttati, inquinano fortemente
l’aria.
Nei villaggi
albanesi come questo, dove non c’è niente, la messa è l'occasione per
incontrarsi, cantare insieme, distrarsi da una vita per lo più dura ed è momento
speciale per i bambini. Così a Jaru un ex garage per carroarmati, è diventato
sede di cerimonie, centro di messaggi di pace e, soprattutto, punto di incontro
di persone, possibilità di scambio e solidarietà. Questo anche se l’energia
elettrica, non è che manca come succede più volte al giorno in Albania,
semplicemente non c’è. Ma pur se celebrata quasi al buio la messa resta
occasione d’incontro. E non è poco. Anche attraverso il divieto e la
persecuzione di ogni pratica religiosa diversa da quella dello Stato infatti,
il regime aveva fatto regredire il valore dell’aiuto reciproco: si portava la
gente a tradire il proprio vicino e a sospettare di esso, imponendo tra le
persone la paura.

Non
è facile liberarsi da questa eredità, così come è molto difficile distruggere
quei bunker di cemento. Ma in Albania qualcosa sta cambiando, soprattutto tra
i
ragazzi: nel Centro Sociale Murialdo di Fier, dove si svolgono attività
educative e ricreative per i giovani del posto, gli operatori sono molto
contenti perché da qualche anno sono sempre di più i ragazzi volontari (anzi,
soprattutto le volontarie) che vengono gratuitamente per aiutare nelle attività
di recupero i coetanei svantaggiati. Questa diffusione del volontariato
è per le ragazze anche un modo di uscire di casa, in cui i padri vogliono tenerle
sotto controllo, e dimostra inoltre un interesse verso l’altro probabilmente
impensabile anni fa.
"Mjaft"
è il nome di un diffuso movimento giovanile di
Tirana e significa soprattutto "basta", in particolare alla
corruzione politica, ma anche al degrado ambientale,
alla discriminazione delle donne, ai traffici, alla disoccupazione, alla
povertà, alla tradizione della vendetta, alla crisi del sistema sanitario ed
educativo. In un Paese colpito in pochi anni dal crollo delle piramidi
finanziarie, dal dramma dei profughi kosovari e dalla difficile ripresa, è una
speranza che detto “basta!”, si prosegua sulla strada della solidarietà, malgrado
i bunker.
Ludovica
Jona