09/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il regime ha disseminato l'Albania di bunker. Qualcuno ne ha fatto una chiesa
l'ingresso del bunker trasformato in chiesetta - foto di ludovica jonaSegni tangibili della sindrome da accerchiamento con cui il dittatore Enver Hoxha, ha tenuto sottomesso il suo popolo per circa 40 anni, i bunker albanesi sono oltre 750.000, la maggior parte sulle coste e pianure di un territorio di appena 28.000 km2 (circa quanto il Lazio), il 70 % del quale è montagnoso, e non sono mai stati utilizzati. Alcuni sono stati in parte ricoperti dalla vegetazione, altri si vede che hanno tentato di distruggerli, per lo più con scarso successo.
 
Sono come funghi di cemento disseminati nelle campagne, ma spuntano anche, a sorpresa, nelle strade delle città. Normalmente sono di cemento armato a forma di igloo, ma alcuni sono stati scavati nella roccia, sui fianchi delle montagne. I bunker in Albania furono costruiti dai cinesi su commissione del governo comunista allo scopo di difendere i cittadini albanesi da un temuto possibile sbarco, e successiva “invasione” straniera, come quella italiana che avvenne nel 1912 a Valona ... Il bello è che furono fatti costruire proprio negli anni ’70, quando, se proprio uno Stato avesse progettato di invadere l’Albania, certo quelle costruzioni non avrebbero potuto molto contro le nuove armi!
 
interno della chiesa - foto di ludovica jonaOra, nel villaggio di Jaru, in provincia di Fier, in un bunker scavato nella montagna, un prete ha fatto nascere una chiesetta. Jaru è uno dei tanti villaggi albanesi dove, a differenza delle città, la qualità della vita non si è evoluta, anche perché la povertà è concentrata soprattutto nelle zone rurali: qui le case sono per la maggior parte baracche, di una stanza sola per tanti figli, senza bagno e con i fili dell’elettricità scoperti, così che spesso qualcuno, soprattutto bambini, ne muore. I bimbi sono malvestiti, anche senza calze in pieno inverno e giocano nei viottoli sterrati che dividono le baracche. Le bambine stanno spesso a casa a badare alle faccende domestiche.
 
pozzi di petrolio abbandonati - foto di ludovica jonaLa zona di Jaru è poi piena di pozzi di petrolio, costruiti a suo tempo dai cinesi,  le cui pompe però sono quasi tutte ferme, e quindi pur non essendo sfruttati, inquinano fortemente l’aria.
Nei villaggi albanesi come questo, dove non c’è niente, la messa è l'occasione per incontrarsi, cantare insieme, distrarsi da una vita per lo più dura ed è momento speciale per i bambini. Così a Jaru un ex garage per carroarmati, è diventato sede di cerimonie, centro di messaggi di pace e, soprattutto, punto di incontro di persone, possibilità di scambio e solidarietà. Questo anche se l’energia elettrica, non è che manca come succede più volte al giorno in Albania, semplicemente non c’è. Ma pur se celebrata quasi al buio la messa resta occasione d’incontro. E non è poco. Anche attraverso il divieto e la persecuzione di ogni pratica religiosa diversa da quella dello Stato infatti, il regime aveva fatto regredire il valore dell’aiuto reciproco: si portava la gente a tradire il proprio vicino e a sospettare di esso, imponendo tra le persone la paura.
 
murales del giornale giovanile - foto di ludovica jonaNon è facile liberarsi da questa eredità, così come è molto difficile distruggere quei bunker di cemento. Ma in Albania qualcosa sta cambiando, soprattutto tra i ragazzi: nel Centro Sociale Murialdo di Fier, dove si svolgono attività educative e ricreative per i giovani del posto, gli operatori sono molto contenti perché da qualche anno sono sempre di più i ragazzi volontari (anzi, soprattutto le volontarie) che vengono gratuitamente per aiutare nelle attività di recupero i coetanei svantaggiati. Questa diffusione del volontariato è per le ragazze anche un modo di uscire di casa, in cui i padri vogliono tenerle sotto controllo, e dimostra inoltre un interesse verso l’altro probabilmente impensabile anni fa.
 
"Mjaft" è il nome di un diffuso movimento giovanile di Tirana e significa soprattutto "basta", in particolare alla corruzione politica, ma anche al degrado ambientale, alla discriminazione delle donne, ai traffici, alla disoccupazione, alla povertà, alla tradizione della vendetta, alla crisi del sistema sanitario ed educativo. In un Paese colpito in pochi anni dal crollo delle piramidi finanziarie, dal dramma dei profughi kosovari e dalla difficile ripresa, è una speranza che detto “basta!”, si prosegua sulla strada della solidarietà, malgrado i bunker.
 
Ludovica Jona
Categoria: Popoli, Religione
Luogo: Albania