
Migliaia di persone, dopo una settimana di marcia, arriveranno a La Paz oggi
per chiedere ancora una volta la nazionalizzazione del gas. Dopo un anno, quindi,
nulla è cambiato. O quasi. Nonostante il referendum di luglio abbia chiaramente
urlato il volere dei boliviani, la questione degli idrocarburi è ben lontana dall'essere
risolta. Siamo nuovamente di fronte a una mobilitazione di massa provocata dalle
stesse ragioni che lo scorso ottobre provocarono violenti scontri e quindi le
dimissioni di Lozada e il subentro di Mesa. Cinquemila boliviani, tra cui molte
donne con in braccio i figli, hanno percorso 230 chilometri a piedi per marciare
sulla capitale e imporre al governo di varare la legge e nazionalizzare finalmente
quella che è la principale risorsa di un paese povero e in difficoltà. Non solo.
Riferendosi alle 56 persone morte durante le proteste popolari dell’ottobre nero,
la folla chiede che Gonzalo Sánchez de Lozada venga processato per genocidio.
A questa gente, dunque, non basta che il parlamento abbia appena detto sì a che
Gony e i suoi quindici ex ministri siano messi sotto accusa per violazione dei
diritti e delle garanzie costituzionali dei cittadini. Pretendono maggiore giustizia.
E a raccontarci il clima che si respira in queste ore in Bolivia è un cooperante
italiano ormai da più di un anno in Bolivia.
Ma il rinvio a giudizio di Gonzalo Sánchez de Lozada non è una buona cosa?
“Il via libera del Parlamento è una bella notizia, ma è come il fumo negli occhi.
Molti boliviani, infatti, avvertono la sensazione di essere stati raggirati. Come
dichiarazione di principio è ineccepibile, ma il rovescio della medaglia è pesante
da digerire. Il Mmr, partito di maggioranza, ha infatti chiesto che i sedici imputati
vengano processati tutti assieme. E come mai proprio
la coalizione al governo preme affinché i propri esponenti siano messi sotto
processo tutti in una volta? La risposta è chiara: perché così il processo sarà
sì unico, ma anche complesso e infinito. Io continuo a lavorare nei tribunali
e ho a che fare ogni giorno con processi e sentenze. Ecco: anche nei casi in cui
gli imputati sono soltanto due o tre, i procedimenti durano anni.
E’ sufficiente che uno degli avvocati non si presenti all’udienza per far rimandare
i dibattimenti di giorni, di mesi. È questa la routine. E se si pensa che può
succedere con semplici imputati, immaginate cosa accadrà di fronte a sedici accusati
eccellenti, difesi dai migliori avvocati del Paese. Sapranno maneggiare con una
bravura tale il codice penale, che si appelleranno a turno a ogni più piccola
minuzia procedurale, arrivando a protrarre il processo per anni.
E perché l’attuale capo dello Stato, Carlos Mesa, ha evitato il rinvio a giudizio
davanti all’Alta Corte nonostante fosse nella coalizione del governo Gony come
vice presidente?
Il Parlamento non ha lasciato che venisse processato perché tecnicamente il vice
in Bolivia non fa parte del governo. È una carica esterna. A giudizio è andato
tutto il governo di allora, meno Mesa. Non solo. I boliviani riconoscono a Mesa,
almeno in questo caso, molte attenuanti. Non credono che sia del tutto pulito,
ma comunque gli riconoscono il fatto di essere stato il primo a smarcarsi dal
governo, a denunciare i metodi usati per gestire la questione del gas e il conflitto
sociale scaturito. Comunque, nonostante lo stesso Mesa abbia dichiarato a più
riprese tutta la sua soddisfazione per il “grande passo avanti fatto dalla democrazia
boliviana e dalla giustizia” il popolo resta perplesso. Non ha nessuna speranza
di vedere quei tipi dietro le sbarre.
Ma come è visto adesso Mesa?
Finora la maggior parte dei boliviani lo ha appoggiato, sopportando anche quell’autoritarismo
dimostrato in molte occasioni, ma giudicato necessario per uscire da situazioni
di empasse stagnanti da decenni. Adesso però basta. Ora molti vorrebbero che il
presidente concertasse un po’ di più con il Parlamento. E’ questa l’idea di tutti.
Fino a che c’era un immobilismo da sconfiggere andava bene anche l’assolutismo
presidenziale, ma ora è un atteggiamento sbagliato che non porta a nulla e scavalca
il volere del popolo.
E intanto Mesa e l’argentino Néstor Kirchner hanno firmato a Sucre, capitale
costituzionale dello Stato boliviano, un protocollo all’accordo sull’integrazione
energetica che prevede di aumentare dagli attuali quattro fino a venti milioni
di metri cubi al giorno la quantità di gas che Buenos Aires acquisterà da La Paz.
Il gas, che potrà cominciare a essere venduto solo dopo l’approvazione
da parte del Parlamento boliviano della ‘Legge sugli idrocarburi’ attualmente
in discussione al Congresso, dovrebbe soddisfare le esigenze energetiche delle
sette province nord-orientali dell’Argentina. Per questa ragione l’accordo prevede
la costruzione di un gasdotto lungo 1.500 chilometri, per la cui realizzazione
i due governanti hanno previsto un investimento di un miliardo di dollari. Ma
perché Mesa ha avuto tanta fretta?
La Bolivia ha urgenza di soldi liquidi, perché deve provvedere a far funzionare
la macchina statale. Per questo ha aumentato la quantità di gas da vendere all’Argentina.
Tutto questo mentre la legge sugli idrocarburi è, appunto, ancora in discussione.
È su questo punto che sorge la polemica. In tanti nel Paese avrebbero preferito
che prima venisse risolta la questione legge, in modo da agire in conformità con
quanto prevede e solo dopo affrontare le trattative. Invece Mesa ha dato più peso
alla necessità di assicurarsi le entrate di cui il Paese necessita e di regolare
i rapporti con l’Argentina, sia dal punto di vista diplomatico sia di alleanze
strategiche.
In che modo le relazioni fra i due Paesi possono essere considerati strategiche?
Innanzitutto perché isolano il Cile. Bolivia e Argentina hanno sempre avuto pessimi
rapporti con quel paese.

L’attrito fra boliviani e cileni è dovuto in particolare al problema dello sbocco
al mare. Se la Bolivia quindi si allea con l’Argentina, le possibilità di riavere
il proprio tratto di costa aumentano e il Cile rimane tagliato fuori, in ogni
senso. Isolato all’interno del continente. Isolato nella sua posizione pro Usa.
Isolato nella sua prepotenza. Quando fu venduta la prima tranche di gas all’Argentina,
Mesa aveva messo una clausola esplicita che nemmeno una molecola sarebbe dovuta
passare al Cile. È chiaro che l’intento è lasciarlo da solo per costringerlo a
cambiare.
Finalmente i boliviani si sentono forti, hanno un’arma potente: il disperato
bisogno cileno di gas. Sarà giocando su questa debolezza che la Bolivia potrà
vincere. Magari è la volta buona che riuscirà a sedersi al tavolo delle trattative.
E la ragione dell’avvicinamento Mesa- Kirchner si esaurisce qui?
No. Si va ben oltre. C’è una questione che non tutti considerano. In Argentina
ci sono più di un milione di boliviani. E se si pensa che in Bolivia ci sono otto
milioni di abitanti, i conti sono presto fatti. Instaurare ottimi rapporti con
l’Argentina è vitale anche dal punto di vista sociale. È un modo per tutelare
e dare garanzie a tutti questi immigrati.