20/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



In marcia per gli idrocarburi. Il referendum non è bastato. Il problema resta grave
Migliaia di persone, dopo una settimana di marcia, arriveranno a La Paz oggi per chiedere ancora una volta la nazionalizzazione del gas. Dopo un anno, quindi, nulla è cambiato. O quasi. Nonostante il referendum di luglio abbia chiaramente urlato il volere dei boliviani, la questione degli idrocarburi è ben lontana dall'essere risolta. Siamo nuovamente di fronte a una mobilitazione di massa provocata dalle stesse ragioni che lo scorso ottobre provocarono violenti scontri e quindi le dimissioni di Lozada e il subentro di Mesa. Cinquemila boliviani, tra cui molte donne con in braccio i figli, hanno percorso 230 chilometri a piedi per marciare sulla capitale e imporre al governo di varare la legge e nazionalizzare finalmente quella che è la principale risorsa di un paese povero e in difficoltà. Non solo. Riferendosi alle 56 persone morte durante le proteste popolari dell’ottobre nero, la folla chiede che Gonzalo Sánchez de Lozada venga processato per genocidio. A questa gente, dunque, non basta che il parlamento abbia appena detto sì a che Gony e i suoi quindici ex ministri siano messi sotto accusa per violazione dei diritti e delle garanzie costituzionali dei cittadini. Pretendono maggiore giustizia. E a raccontarci il clima che si respira in queste ore in Bolivia è un cooperante italiano ormai da più di un anno in Bolivia.

Ma il rinvio a giudizio di Gonzalo Sánchez de Lozada non è una buona cosa?
“Il via libera del Parlamento è una bella notizia, ma è come il fumo negli occhi. Molti boliviani, infatti, avvertono la sensazione di essere stati raggirati. Come dichiarazione di principio è ineccepibile, ma il rovescio della medaglia è pesante da digerire. Il Mmr, partito di maggioranza, ha infatti chiesto che i sedici imputati vengano processati tutti assieme. E come mai proprio  la coalizione al governo preme affinché i propri esponenti siano messi sotto processo tutti in una volta? La risposta è chiara: perché così il processo sarà sì unico, ma anche complesso e infinito. Io continuo a lavorare nei tribunali e ho a che fare ogni giorno con processi e sentenze. Ecco: anche nei casi in cui gli imputati sono soltanto due o tre, i procedimenti durano anni.
 
E perché?
E’ sufficiente che uno degli avvocati non si presenti all’udienza per far rimandare i dibattimenti di giorni, di mesi. È questa la routine. E se si pensa che può succedere con semplici imputati, immaginate cosa accadrà di fronte a sedici accusati eccellenti, difesi dai migliori avvocati del Paese. Sapranno maneggiare con una bravura tale il codice penale, che si appelleranno a turno a ogni più piccola minuzia procedurale, arrivando a protrarre il processo per anni.

E perché l’attuale capo dello Stato, Carlos Mesa, ha evitato il rinvio a giudizio davanti all’Alta Corte nonostante fosse nella coalizione del governo Gony come vice presidente?
Il Parlamento non ha lasciato che venisse processato perché tecnicamente il vice in Bolivia non fa parte del governo. È una carica esterna. A giudizio è andato tutto il governo di allora, meno Mesa. Non solo. I boliviani riconoscono a Mesa, almeno in questo caso, molte attenuanti. Non credono che sia del tutto pulito, ma comunque gli riconoscono il fatto di essere stato il primo a smarcarsi dal governo, a denunciare i metodi usati per gestire la questione del gas e il conflitto sociale scaturito. Comunque, nonostante lo stesso Mesa abbia dichiarato a più riprese tutta la sua soddisfazione per il “grande passo avanti fatto dalla democrazia boliviana e dalla giustizia” il popolo resta perplesso. Non ha nessuna speranza di vedere quei tipi dietro le sbarre.
Ma come è visto adesso Mesa?
Finora la maggior parte dei boliviani lo ha appoggiato, sopportando anche quell’autoritarismo dimostrato in molte occasioni, ma giudicato necessario per uscire da situazioni di empasse stagnanti da decenni. Adesso però basta. Ora molti vorrebbero che il presidente concertasse un po’ di più con il Parlamento. E’ questa l’idea di tutti. Fino a che c’era un immobilismo da sconfiggere andava bene anche l’assolutismo presidenziale, ma ora è un atteggiamento sbagliato che non porta a nulla e scavalca il volere del popolo.

E intanto Mesa e l’argentino Néstor Kirchner hanno firmato a Sucre, capitale costituzionale dello Stato boliviano, un protocollo all’accordo sull’integrazione energetica che prevede di aumentare dagli attuali quattro fino a venti milioni di metri cubi al giorno la quantità di gas che Buenos Aires acquisterà da La Paz. Il gas, che potrà cominciare a essere venduto solo dopo l’approvazione da parte del Parlamento boliviano della ‘Legge sugli idrocarburi’ attualmente in discussione al Congresso, dovrebbe soddisfare le esigenze energetiche delle sette province nord-orientali dell’Argentina. Per questa ragione l’accordo prevede la costruzione di un gasdotto lungo 1.500 chilometri, per la cui realizzazione i due governanti hanno previsto un investimento di un miliardo di dollari. Ma perché Mesa ha avuto tanta fretta?
La Bolivia ha urgenza di soldi liquidi, perché deve provvedere a far funzionare la macchina statale. Per questo ha aumentato la quantità di gas da vendere all’Argentina. Tutto questo mentre la legge sugli idrocarburi è, appunto, ancora in discussione. È su questo punto che sorge la polemica. In tanti nel Paese avrebbero preferito che prima venisse risolta la questione legge, in modo da agire in conformità con quanto prevede e solo dopo affrontare le trattative. Invece Mesa ha dato più peso alla necessità di assicurarsi le entrate di cui il Paese necessita e di regolare i rapporti con l’Argentina, sia dal punto di vista diplomatico sia di alleanze strategiche.

In che modo le relazioni fra i due Paesi possono essere considerati strategiche?
Innanzitutto perché isolano il Cile. Bolivia e Argentina hanno sempre avuto pessimi rapporti con quel paese. L’attrito fra boliviani e cileni è dovuto in particolare al problema dello sbocco al mare. Se la Bolivia quindi si allea con l’Argentina, le possibilità di riavere il proprio tratto di costa aumentano e il Cile rimane tagliato fuori, in ogni senso. Isolato all’interno del continente. Isolato nella sua posizione pro Usa. Isolato nella sua prepotenza. Quando fu venduta la prima tranche di gas all’Argentina, Mesa aveva messo una clausola esplicita che nemmeno una molecola sarebbe dovuta passare al Cile. È chiaro che l’intento è lasciarlo da solo per costringerlo a cambiare.
Finalmente i boliviani si sentono forti, hanno un’arma potente: il disperato bisogno cileno di gas. Sarà giocando su questa debolezza che la Bolivia potrà vincere. Magari è la volta buona che riuscirà a sedersi al tavolo delle trattative.

E la ragione dell’avvicinamento Mesa- Kirchner si esaurisce qui?
No. Si va ben oltre. C’è una questione che non tutti considerano. In Argentina ci sono più di un milione di boliviani. E se si pensa che in Bolivia ci sono otto milioni di abitanti, i conti sono presto fatti. Instaurare ottimi rapporti con l’Argentina è vitale anche dal punto di vista sociale. È un modo per tutelare e dare garanzie a tutti questi immigrati. 

 

Stella Spinelli

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