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Visti gli scarsi risultati ottenuti nelle sue sette visite dal 2006 a oggi, dall'ennesimo viaggio in Birmania di Ibrahim Gambari sarebbe lecito aspettarsi poco. L'inviato dell'Onu è giunto oggi nel Paese per convincere la giunta militare a essere clemente con Aung San Suu Kyi, la leader dell'opposizione sotto processo per aver accolto in casa l'americano che a inizio maggio nuotò fino alla sua residenza, violando le restrizioni degli arresti domiciliari. Ma anche se Gambari ripartirà a mani vuote, come è più che probabile, la visita sembra confermare il quadro che già stava emergendo: dietro l'impenetrabile facciata del regime, i generali birmani stanno trattando.
Da quasi un mese e mezzo, Aung San Suu Kyi è detenuta nella foresteria del carcere di Insein, alle porte di Yangon. Nelle prime due settimane del processo, i giudici sembravano voler procedere spediti: gli interrogatori di una ventina di testimoni dell'accusa, di Suu Kyi e di un solo testimone per la difesa furono smaltiti nel giro di pochi giorni, e il verdetto - tutti davano per scontata la massima pena per questi casi, cioè cinque anni - era atteso per la fine di maggio.
Poi, improvvisamente, la macchina si è inceppata. Gli avvocati della Lega nazionale per la democrazia, il partito di Suu Kyi, hanno fatto ricorso contro la mancata accettazioni di altri testimoni da loro inseriti nella lista. E quasi un mese dopo, di appello in appello, siamo ancora a questo punto. L'ultimo rinvio è arrivato due giorni fa: l'udienza prevista per oggi è stata rinviata a data da destinarsi.
La visita di Gambari, spesso snobbato da un regime che di solito gli manda incontro esponenti di secondo piano, ha come obiettivo quello di mediare a beneficio di Suu Kyi. Nonché di preparare l'arrivo del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, presumibilmente la prossima settimana. Ban è già stato in Myanmar un anno fa, dopo il passaggio del devastante ciclone Nargis, e riuscì a convincere la giunta ad aprire parzialmente il Paese agli operatori umanitari stranieri.
Non che Ban possa fare miracoli. D'altronde, i mezzi a disposizione della comunità internazionale - o più propriamente, di quella occidentale - sono limitati: le sanzioni economiche, appena prorogate dall'amministrazione Obama, hanno dimostrato di essere armi spuntate. Se qualcosa dietro le quinte si sta muovendo, piuttosto, è piuttosto frutto di un (almeno a parole) timido cambio di atteggiamento da parte della Cina, il grande sponsor dei militari birmani.
Al momento Pechino in pratica controlla a distanza la Birmania. Acquista a prezzi da monopolista - come India e Thailandia, ma in misura maggiore - le abbondanti materie prime che l'Occidente non può comprare a causa delle sanzioni, progetta la costruzione di un oleodotto che colleghi il territorio cinese alla costa birmana, e alle porte di Yangon ha una "delegazione commerciale" che in sostanza è una base militare. Mai critica verso le decisioni del regime, nell'ultimo mese la Cina sembra aver cambiato registro. L'arresto di Aung San Suu Kyi e il processo nei suoi confronti sono stati condannati in un documento firmato a fine maggio da 45 ministri degli esteri europei e asiatici, tra cui quello cinese.
E' impossibile capire cosa cosa l'ermetica giunta militare stia preparando. Secondo alcuni esperti, i generali sarebbero rimasti spiazzati dalla ferma risposta della comunità internazionale, e stanno cercando un modo di salvare la faccia pur eliminando Aung San Suu Kyi dalle elezioni del prossimo anno; con tutti i loro limiti, le prime dal 1990 a oggi. Come minimo, Pechino segue con estremo interesse la situazione.
"L'aria sta cambiando. Non sappiamo ancora in quale direzione, ma siamo nel mezzo di una transizione", conferma a PeaceReporter un operatore umanitario dell'Onu che vive da anni in Birmania. "La Cina ora controlla quasi la totalità di una torta che però è piccola. Quando si accorgerà che aprire economicamente il Paese farebbe ingrandire a dismisura quella torta, potrebbe decidere che avere una fetta più piccola le converrebbe comunque". E per trovare il lievito, in questo caso, non si può prescindere dall'affare Suu Kyi.
Alessandro Ursic