06/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La vicenda di Giuliana Sgrena per come ce la vorrebbero raccontare
Giuliana Sgrena è ricoverata all'ospedale militare del Celio a Roma. L'Iraq è lontano ma solo geograficamente. Baghdad, la sera nella capitale irachena, l'odore degli spari e del sangue di Nicola Calipari, Giuliana continuerà a sentirli per giorni, settimane, mesi. Probabilmente per sempre. Sarà difficile prendere le distanze dai giorni del suo rapimento e dalle ore successive alla sua liberazione. Quelle ore resteranno un film che Giuliana Sgrena tornerà a guardare quotidianamente come se fosse successo tutto il giorno prima. Proprio come sta facendo in questi primi giorni scrivendone e parlandone continuamente: per il suo giornale, con i suoi compagni del Manifesto, con i magistrati della procura di Roma e con tanti colleghi di tante testate che vogliono sapere come sono andate le cose. Tutti vogliono conoscere la sua versione sulla morte di Nicola Calipari, sulle centinaia di colpi che si sono abbattuti sull'auto che li riportava all'aeroporto di Baghdad e a casa. Molto di quello che sa per ora è coperto dal segreto istruttorio, e quello che può dire più che riempire dei vuoti, spalanca nuovi interrogativi. Su quanto è successo e su quello che sarà dell'Iraq.

Perchè hanno sparato. Giuliana Sgrena racconta che l'auto sulla quale si trovavano lei e Nicola Calipari si trovava ormai in prossimità dell'aeroporto. L'autista aveva per due volte comunicato a Roma e all'ambasciata che erano diretti proprio lì. Non doveva passare un posto di blocco, ma non andava veloce. Mancava meno di un chilometro all'arrivo. Improvvisamente dal buio gli spari. Tanti centinaia, tre-quattrocento. Subito Calipari si china verso di lei per proteggerla, giusto in tempo per morire colpito alla testa da un proiettile. “Ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso” scrive. L'autista che grida “siamo italiani, siamo italiani”. Il colpo alla spalla, un tank che continua a sparare. Poi, dopo la fine degli spari, l'attesa. Giuliana Sgrena non sa quanto tempo sia passato, forse venti minuti, prima del trasporto all'ospedale.

Forse un agguato. E' proprio mentre arrivano i colpi degli americani che a Giuliana tornano in mente le parole dei suoi rapitori. Prima di liberarla l'avevano avvertita di stare attenta “perchè ci sono gli americani che non vogliono che tu torni”. “Avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità” scrive ancora sul Manifesto. Un rischio che non diminuisce col passare delle ore, visto che in una intervista televisiva Giuliana dice di non escludere che si sia trattato di un agguato che aveva lei come preda. Né quel sapore amaro viene cancellato dalla prima, zuccherosa versione dell'accaduto fornita già venerdì sera dal comando Usa in Iraq in cui si parlava di alta velocità, check point, intimazioni a fermarsi non rispettate.
Quella del comando della Terza divisione è una versione dell'accaduto che fa infuriare anche la presidenza del consiglio perchè anche a Roma sapevano come era andata. Calipari infatti quando arriva a Baghdad si accredita. Spiega agli americani perchè è lì e che cosa ha intenzione di fare. Li tiene costantemente informati e dalla stessa macchina che poi verrà colpita sulla strada per l'aeroporto spiega dove sono di minuto in minuto. Tant'è che all'aeroporto ad aspettare quell'auto, oltre agli uomini dei servizi italiani, c'è anche un colonnello americano. Tutti dunque sapevano.

Ritorno in/dall' Iraq. Ha detto Giuliana Sgrena: “Non tornerò più in Iraq”.Come darle torto dopo quello che ha passato. Ma il suo “non torno” ha un altro significato. Interroga il mondo su ciò che è diventato l'Iraq, su ciò che è diventata la guerra e su quello che devono fare i giornalisti di fronte ad essa. E' diventata un fenomeno inenarrabile, nell'accezione più letterale dell'aggettivo: che non si può raccontare. Ma soprattutto che qualcuno non vuole che si racconti. E' una resa? Può darsi. Meglio pensare che si tratti per tutti i giornalisti di una ritirata strategica. Un modo per riprendersi dopo una sconfitta, riorganizzarsi e tornare in prima linea. Per far la guerra alla guerra.
Poi c'è chi dall'Iraq dovrebbe tornare, il contingente italiano ad esempio. A Washington si teme che la morte di Calipari possa far vacillare l'alleato Berlusconi, spingendolo ad annunciare l'uscita dalla coalizione dell'Italia.Timori vani probabilmente. La guerra si alimenta dei suoi morti, li provoca. E' difficile che un morto la fermi.


 

Marco Formigoni

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