Giuliana Sgrena è ricoverata
all'ospedale militare del Celio a Roma. L'Iraq è lontano ma
solo geograficamente. Baghdad, la sera nella capitale irachena,
l'odore degli spari e del sangue di Nicola Calipari, Giuliana
continuerà a sentirli per giorni, settimane, mesi.
Probabilmente per sempre. Sarà difficile prendere le distanze
dai giorni del suo rapimento e dalle ore successive alla sua
liberazione. Quelle ore resteranno un film che Giuliana Sgrena
tornerà a guardare quotidianamente come se fosse successo
tutto il giorno prima. Proprio come sta facendo in questi primi
giorni scrivendone e parlandone continuamente: per il suo giornale,
con i suoi compagni del Manifesto, con i magistrati della procura di
Roma e con tanti colleghi di tante testate che vogliono sapere come
sono andate le cose. Tutti vogliono conoscere la sua versione sulla
morte di Nicola Calipari, sulle centinaia di colpi che si sono
abbattuti sull'auto che li riportava all'aeroporto di Baghdad e a
casa. Molto di quello che sa per ora è coperto dal segreto
istruttorio, e quello che può dire più che riempire
dei vuoti, spalanca nuovi interrogativi. Su quanto è successo
e su quello che sarà dell'Iraq.
Perchè hanno sparato.
Giuliana Sgrena racconta che
l'auto sulla quale si trovavano lei e Nicola Calipari si trovava
ormai in prossimità dell'aeroporto. L'autista aveva per due
volte comunicato a Roma e all'ambasciata che erano diretti proprio
lì. Non doveva passare un posto di blocco, ma non andava
veloce. Mancava meno di un chilometro all'arrivo. Improvvisamente dal
buio gli spari. Tanti centinaia, tre-quattrocento. Subito Calipari
si china verso di lei per proteggerla, giusto in tempo per morire
colpito alla testa da un proiettile. “Ho sentito l'ultimo respiro
di lui che mi moriva addosso” scrive. L'autista che grida “siamo
italiani, siamo italiani”. Il colpo alla spalla, un tank che
continua a sparare. Poi, dopo la fine degli spari, l'attesa. Giuliana
Sgrena non sa quanto tempo sia passato, forse venti minuti, prima del
trasporto all'ospedale.
Forse un
agguato. E' proprio mentre arrivano i colpi degli
americani che a
Giuliana tornano in mente le parole dei suoi rapitori. Prima di
liberarla l'avevano avvertita di stare attenta “perchè ci
sono gli americani che non vogliono che tu torni”. “Avevo
giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento
per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara
delle verità” scrive ancora sul Manifesto. Un rischio che
non diminuisce col passare delle ore, visto che in una intervista
televisiva Giuliana dice di non escludere che si sia trattato di un
agguato che aveva lei come preda. Né quel sapore amaro viene cancellato
dalla prima, zuccherosa versione dell'accaduto fornita già
venerdì sera dal comando Usa in Iraq in cui si parlava di alta
velocità, check point, intimazioni a fermarsi non rispettate.
Quella
del comando della Terza divisione è una versione dell'accaduto che fa
infuriare anche la presidenza del consiglio perchè anche a Roma
sapevano come era andata. Calipari infatti quando arriva a Baghdad si
accredita. Spiega agli americani perchè è lì e che cosa ha intenzione
di fare. Li tiene costantemente informati e dalla stessa macchina che
poi verrà colpita sulla strada per l'aeroporto spiega dove sono di
minuto in minuto. Tant'è che all'aeroporto ad aspettare quell'auto,
oltre agli uomini dei servizi italiani, c'è anche un colonnello
americano. Tutti dunque sapevano.
Ritorno
in/dall' Iraq. Ha detto Giuliana Sgrena: “Non tornerò più in
Iraq”.Come darle torto dopo quello che ha passato. Ma il suo “non
torno” ha un altro significato. Interroga il mondo su ciò
che è diventato l'Iraq, su ciò che è diventata
la guerra e su quello che devono fare i giornalisti di fronte ad
essa. E' diventata un fenomeno inenarrabile, nell'accezione più
letterale dell'aggettivo: che non si può raccontare. Ma
soprattutto che qualcuno non vuole che si racconti. E' una resa? Può
darsi. Meglio pensare che si tratti per tutti i giornalisti di una
ritirata strategica. Un modo per riprendersi dopo una sconfitta,
riorganizzarsi e tornare in prima linea. Per far la guerra alla
guerra.
Poi c'è chi
dall'Iraq dovrebbe tornare, il contingente italiano ad esempio. A
Washington si teme che la morte di Calipari possa far vacillare
l'alleato Berlusconi, spingendolo ad annunciare l'uscita dalla
coalizione dell'Italia.Timori vani probabilmente. La guerra si
alimenta dei suoi morti, li provoca. E' difficile che un morto la
fermi.