30/06/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia della moglie del Maresciallo Tito, tra intrighi e miserie

scritto per noi da
Francesca Rolandi

Alcuni giorni fa i riflettori dei media serbi si sono riaccesi sulla figura di Jovanka Broz, vedova 85enne del presidente jugoslavo Tito. Le dichiarazioni di Ivica Dačiċ e Rasim Ljajiċ, rispettivamente ministri serbi degli Interni e del Lavoro e delle Politiche Sociali, secondo le quali alla signora Broz starebbe per essere consegnato un passaporto, hanno riportato agli onori della cronaca la controversa vicenda della ex first lady jugoslava, che nei giorni successivi ha rilasciato una delle sue rarissime interviste al quotidiano belgradese Politika.

Era il 10 giugno 1980, a poco più di un mese dalla morte di Tito avvenuta il 4 maggio, quando una decina di persone si presentò alla villa in cui Jovanka viveva, al numero 15 di via Užička, a Belgrado, per prelevare della documentazione dagli uffici del presidente. Di fronte all'opposizione della padrona di casa, le serrature di porte e armadi vennero forzate e asportati tutti gli scritti, compresi quelli di carattere personale, lettere, fotografie e quant'altro. La signora Broz ricorda che quel giorno, quando la servitù fu mandata via e lei si trovò sola con un gruppo di sconosciuti, temette per la propria vita. In realtà, quel momento rappresentò solo l'inizio di una drammatica parabola discendente. Seguita, il 27 luglio, dalla visita di un alto funzionario del partito che, sorseggiando un caffè nel suo salotto, le avrebbe intimato di lasciare la residenza che occupava da decenni nei giorni successivi, per trasferirsi nella villa di Boulevar della Pace, 15, nel quartiere belgradese di Dedinje. La motivazione addotta era che l'edificio di via Užička sarebbe stato trasformato in un museo. Non andò proprio così, tanto che nel 1997 vi si trasferì Miloševiċ con la sua famiglia, e nel 1999 lo stesso edificio fu distrutto dalle bombe Nato.

Dedinje, quartiere chic della capitale serba, costituitosi nella prima metà del Novecento come area residenziale per ricchi commercianti e politici, ospitò nel periodo socialista residenze ufficiali e private degli alti funzionari del regime e, dagli anni Novanta, anche le ville dei nuovi arricchiti, tycoon o profittatori di guerra che fossero. Nel 2006 i media si accorgono che in una di queste ville, quasi diroccata, vive l'anziana vedova: senza quasi mai uscire in tre decenni, privata dei diritti civili, si dice sotto lo stretto controllo di un apparato di sicurezza, che non è ben chiaro a chi faccia capo. Gli anni sono passati, Jovanka è invecchiata, la casa è andata progressivamente in rovina ed è stata anche danneggiata dai bombardamenti che hanno colpito il vicino ex-Marsciallato (che, ironia della sorte, è stato venduto nel 2006 all'amministrazione Usa per la costruzione della nuova ambasciata). La signora Broz è abituata a girare per casa con cappotto e guanti, perché l'edificio non ha riscaldamento, e a convivere con i buchi nel soffitto, parte del quale è già crollato. Nell'ultima intervista rilasciata, Jovanka insiste in maniera ossessiva sulle perdite d'acqua e sugli allagamenti, sul freddo patito e sulle mille richieste di ottenere riparazioni, inoltrate alle autorità e seguite da promesse ogni volta disattese. In una storia che ricorda un romanzo kafkiano, sei commissioni sono passate a inspezionare la casa, hanno constatato i danni, ma nessuno ha mai provveduto alla loro riparazione.

Nel 2006, appunto, entra in scena il ministro Ljajiċ, uomo 'delle patate bollenti' della politica serba e coordinatore del team di cooperazione con il tribunale dell'Aia. Ljajiċ è il primo politico a interessarsi personalmente al 'caso Jovanka' e, nel giro di pochi giorni, le fa ottenere quel tanto agognato riscaldamento, insieme alla carta d'identità e al libretto sanitario. A distanza di tre anni, ora, sembra sia arrivata anche l'ora del passaporto. "Da una parte è una questione di umanità", dichiara Ljajiċ, "perché si tratta di una donna di 85 anni che non ha i mezzi per vivere, ma dall'altra è una questione politica, perché parliamo del rapporto che un Paese ha con la sua storia, della moglie del presidente che ha governato questo Paese per 40 anni". E la Serbia con la sua memoria storica non ha un rapporto facile.

Fino ad alcuni anni fa la vedova di Tito si vedeva solo una volta all'anno sulla tomba del marito, poi più nulla. "Il motivo è che l'auto messa a mia disposizione", spiega Jovanka, "si è rotta e non è più stata sostituita. E se avessi voluto farmi accompagnare da un familiare avrei dovuto denunciare la cosa e ottenere un'autorizzazione". Ma un'autorizzazione da parte di chi? Le speculazioni si susseguono e si rinvigorisce la teoria secondo la quale la signora Broz vivrebbe in una sorta di gabbia non certo dorata sotto il controllo di una rete di sorveglianza. Chi starebbe dietro questa rete di sorveglianza non si capisce, dal momento che il ministero degli Interni dichiara di essersi interessato da poco al suo caso e mancano smentite da parte degli organi ufficiali.

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Parole chiave: jovanka broz, maresciallo tito, jugoslavia
Categoria: Donne, Politica, Storia
Luogo: Serbia