Gioia per la liberazione di Giuliana Sgrena, dolore per la morte di Nicola Calipari

Giuliana Sgrena, la giornalista italiana del
Manifesto, ritrova finalmente la libertà e con questa l'affetto della sua famiglia e dei
suoi colleghi.
La liberazione è avvenuta al termine di una trattativa condotta dai servizi segreti
italiani. Gli agenti del Sismi stavano portando la Sgrena in macchina verso l'aeroporto
quando un blindato Usa ha puntato un faro sull'automobile dove viaggiavano la
Sgrena e tre funzionari del Sismi disarmati e ha aperto il fuoco uccidendo Nicola
Calipari, uno degli agenti italiani, regista delle trattative, e ferendone un
altro. E' stata ferita, a una spalla, anche Giuliana Sgrena, che è arrivata questa
mattina all'aeroporto di Fiumicino. Le condizioni della Sgrena sembrano buone. La
dinamica dell'accaduto resta misteriosa e i rapporti diplomatici tra Italia e
Stati Uniti hanno vissuto un momento di forte tensione.
"Il fuoco continuava. L’autista non riusciva neanche a spiegare che eravamo italiani.
Non andavamo molto veloci, date le circostanze", ha dichiarato Giuliana Sgrena
a Rai News 24. Il tono delle dichiarazioni della giornalista italiana del Manifesto
aumenta le perplessità suscitate dalla dinamica della liberazione della Sgrena
e soprattutto mette ancora più in risalto le responsabilità dell'esercito statunitense
per la morte di Nicola Calipari. Ancora più pesanti le dichiarazioni di Pier Scolari,
che ha detto che ""gli americani non volevano che Giuliana ne uscisse viva" ai
giornalisti che si trovano davanti all'ospedale Celio di Roma dove Giuliana è
ricoverata per un probabile intervento chirurgico alla clavicola.
Sono passati 29 giorni dal 4 febbraio. Quel giorno Giuliana Sgrena era in giro
per le strade di Baghdad, per fare come sempre il suo lavoro. Usciva dall'Università
An-Nahrein di Baghdad dove si era recata, con un autista e un interprete, per intervistare
le famiglie sfollate nei mesi scorsi da Falluja. Subito fuori dal muro di cinta
del complesso universitario, la macchina sulla quale viaggiava Giuliana Sgrena con
i suoi collaboratori viene bloccata da un gruppo di uomini armati e viene rapita.
Cominciava l'attesa spasmodica di notizie e, poche ore dopo, veniva diffuso su
internet un comunicato di rivendicazione da un gruppo che si firmava Organizzazione della Jihad islamica.
I rapitori chiedevano il ritiro, nel giro di 72 ore, delle truppe italiane presenti
in Iraq. Un brivido correva sulla schiena della famiglia, della redazione del
Manifesto e di tutta l'Italia. La richiesta era identica a quella avanzata a suo
tempo per Enzo Baldoni. Il giorno dopo, il 5 febbraio, arriva un secondo comunicato
di contenuto identico.
In Italia e all'estero si mobilitano subito tante persone che chiedono la liberazione
immediata di una giornalista come Giuliana che, in tutta la sua lunga e prestigiosa
carriera, non ha mai omesso di sottolineare il suo no alla guerra, forte e chiaro,
suffragato dall'esperienza personale di chi di guerre ne ha viste molte e conosce
le sofferenze che questa comporta per la popolazione civile. Il Consiglio degli
Ulema dei Sunniti, massima autorità religiosa per la minoranza islamica in Iraq,
il 6 febbraio, lancia un appello ai rapitori per chiedere l'immediata liberazione
di Giuliana, una cronista che si è sempre battuta per il popolo iracheno.
Il dilemma che tiene con il fiato sospeso tutti è quello sulla natura del gruppo
dei rapitori: un movimento che rapisce occidentali per ottenere un riscatto o
un movimento che ha rapito una giornalista italiana per punire l'Italia per la
sua partecipazione al conflitto? Il 7 febbraio viene diffuso su internet un comunicato
del gruppo di al-Zarqawi, l'uomo più temuto della guerriglia irachena. Il comunicato
prende le distanze dal rapimento e questo sembra allontanare l'ipotesi del rapimento
politico, ma l'8 febbraio tutti restano gelati. Un sito internet, come già accaduto
per Simona Pari e Simona Torretta, diffonde la notizia che Giuliana Sgrena è stata
giustiziata. Il sito dove è apparsa la notizia e la firma di un gruppo sconosciuto
fa ritenere immediatamente infondata la notizia, ma l'ansia viene definitivamente
fugata da un nuovo comunicato dell'Organizzazione della Jihad islamica del 10 febbraio che rinnova la richiesta del ritiro delle truppe italiane dall'Iraq
entro 48 ore dalla richiesta in cambio della libertà per la giornalista italiana.
Tutti si stringono attorno all'anziano padre, orgoglioso partigiano, e alla madre
di Giuliana Sgrena.
Il 16 febbraio, la tv satellitare 'Al Arabiya' trasmette un video in cui Giuliana
Sgrena, in lacrime, le mani giunte in preghiera, si rivolge in italiano e in francese
al suo compagno, Pier Scolari, e a tutti gli italiani per chiedere il ritiro delle
truppe italiane dall'Iraq e per chiedere la diffusione delle fotografie che lei
stessa ha scattato per testimoniare le sofferenze della popolazione civile irachena.
Il 19 Febbraio il telegiornale della televisione del Qatar Al Jazeera mostra
quattro foto delle sofferenze del popolo iracheno scattate da Giuliana Sgrena,
raccolte in un video da Pier Scolari, e diffuse dal
'Manifesto'. "Liberate Giuliana" e "Stop the war" sono gli slogan scanditi a Roma in un
corteo che raduna 500 mila persone secondo gli organizzatori. Il messaggio è forte
e chiaro: liberate la pace e le voci che si battono per i più deboli. Il 1 marzo,
il ministro degli Interni iracheno Falah Al-Naqib dichiara che Giuliana Sgrena
"è viva", ma la speranza non è suffragata da altre informazioni e cresce l'ansia
per la sua sorte. Fino alla grande notizia di oggi: Giuliana è libera, è viva
e sta bene. Ora bisogna capire bene cos'è successo e, soprattutto, ricordarsi
di tutti quelli che oggi, in Iraq, sono ancora ostaggio di questa guerra: Florence
Aubenas, il suo interprete Hussein Hanoun Al Saadi, e tutto il popolo iracheno.