
“Provo un dolore immenso che le parole non riescono a raccontare”. Mukhtar Mai
è sotto shock: ha da poco appreso la notizia che cinque dei sei uomini che l'hanno
violentata un pomeriggio di due anni e mezzo fa per decreto di un tribunale tribale
(
panchayat) della provincia di Multan, in Pakistan, sono appena stati assolti in appello,
mentre il sesto ha avuto la pena di morte commutata in ergastolo.
Attorno a lei ci sono amici e parenti, subito accorsi per confortarla e incoraggiarla
a continuare nella sua battaglia legale.
Ma più che guardare al futuro, la trentaduenne divenuta simbolo della condizione
delle donne nelle aree rurali del Pakistan, deve combattere contro gli spettri
di un passato ancora troppo vicino.
Cronaca di un dramma. Nel giugno del 2002 suo fratello quattordicenne viene accusato di aver avuto
una relazione di nascosto con la figlia di un potente clan locale, i Mastoi.
Questi ultimi, inferociti, si appellano al tribunale tribale, reclamando a gran
voce vendetta per l’onore ferito. “Occhio per occhio”, è l’immediata interpretazione
del giudice, che punta il dito contro Mukhtar. La donna implora pietà, ma viene
trascinata a forza in una stanza e violentata da sei uomini.
Ore dopo il padre la ritrova con gli abiti lacerati e in stato di shock, mentre
si trascina verso casa davanti agli occhi di tutto il villaggio. La famiglia si
fa forza e decide di ottenere giustizia attraverso le vie legali. La stampa locale
viene subito informata, quella internazionale riprende la storia di Mukhtar, che fa
il giro del mondo tra l’incredulità generale. Più tardi anche il fratello denuncerà
di essere stato seviziato.
La giustizia pakistana, forse grazie anche alle pressioni delle organizzazioni
per i diritti umani, emette un verdetto immediato: pena di morte per tutti e sei
e risarcimento di poco meno di diecimila dollari per la Mai, oltre all’opportunità
di cambiare città e identità. Ma la donna rifiuta: decide di restare nel suo villaggio,
per costruire con i soldi del risarcimento una scuola aperta a bambini di entrambi
i sessi. Oggi in due stanze spoglie, Mukhtar insegna loro che l’Islam è tolleranza
e che donne e uomini hanno gli stessi diritti.
Dopo il danno, la beffa. Ma un anno e mezzo dopo aver cominciato la sua nuova vita, ecco la notizia drammatica:
dei suoi sei violentatori, cinque sono appena stati assolti e uno – che ha ammesso
di aver avuto un rapporto sessuale con lei, sostenendo che fosse sua moglie –
viene condannato all’ergastolo. In attesa di fare ricorso alla Corte Suprema,
oggi Mukhtar teme per la sua vita e per quella dei suoi familiari.

“Mi è tornato in mente tutto quello che ho subito – ci ha raccontato dalla sua
abitazione a Meerwala, dove l’abbiamo raggiunta telefonicamente –, il dolore
fisico, quello dell’anima, l’umiliazione, la vergogna. Sono cose che niente e
nessuno potrà mai cancellare. Non mi sarei mai aspettata una decisione del genere.
Quegli uomini hanno rovinato la mia vita, anche se con l’aiuto dei miei familiari
e degli amici più cari sono riuscita a trovare la forza di andare avanti.”
Nell'attesa, la speranza. Ma perché Mohammad Ejaz Chaudry e Mahmoud Akhtar Shaeed Sadici, i due giudici
a cui era stato affidato l’incarico, non le hanno creduto? “Qui in Pakistan è
difficile che si dia ragione a una donna”, continua Mukhtar rassegnata. “Spesso
siamo considerate esseri inferiori, che si devono comportare secondo un codice
molto rigido. Non siamo libere, non abbiamo gli stessi diritti di un uomo. Quando
ho saputo di come vivono le donne da voi, in Europa, non ci credevo. Sono più
indipendenti, i loro diritti sono rispettati e tutelati molto più che da noi.
Ora ho chiesto agli avvocati che mi stanno aiutando di rivolgersi alla Corte Suprema
del Pakistan. Questo crimine non può restare impunito”.
La decisione dei giudici ha scatenato la reazione della società civile pakistana,
che ha reagito con alcune manifestazioni di protesta guidate da gruppi femministi
locali: tutti stretti intorno a Mukhtar, invocando giustizia per le donne e l’uguaglianza
tra sessi. Ma nonostante il supporto di migliaia di persone in tutto il Pakistan
e nel mondo, Mukhtar teme che ora la sua vita e quella dei suoi familiari sia
in pericolo: “Dopo quel terribile episodio di due anni e mezzo fa mi è stata data
una scorta, che vigila notte e giorno sulla mia casa. Ma ho comunque paura che
si vogliano vendicare. D’altronde l’hanno già fatto quando accusarono mio fratello
di aver avuto un rapporto sessuale con una loro parente. La mia famiglia è povera,
siamo di origini umili. Loro invece appartengono a un clan molto potente. E’ stato
grazie alla loro influenza che il panchayat ha emesso la sua sentenza contro di me”.
Mukhtar dovrà attendere a lungo per il verdetto della Corte Suprema Pakistana.
Ma è sicura che, alla fine, la giustizia avrà la meglio: “Queste violenze contro
noi donne nelle aree tribali devono finire. Il silenzio aiuta chi ci fa del male.
Se fosse confermata la loro assoluzione sarebbe una grande sconfitta non solo
per me, ma per tutte le donne che hanno sofferto ingiustamente per il solo fatto
di essere più deboli. Questa è la nostra ultima possibilità di ottenere giustizia.
Nonostante il dolore che sto provando abbia fatto riaffiorare tutti i miei incubi,
sono convinta che Allah sia con me".