stampa
invia
Tra il 29 e il 30 di giugno l'Iraq assegnerà contratti ventennali per lo sfruttamento delle riserve petrolifere alla compagnie internazionali.
La decisione, sostiene il ministro per il petrolio iracheno Hussain Shahristani, è stata presa per incrementare la produzione e le entrate del governo, che hanno fortemente risentito dalla caduta del prezzo del petrolio. La motivazione fornita dalle autorità, però, non ha evitato il sorgere di aspre polemiche. Contro questo progetto si è scagliato Fayad al-Nema, ex direttore della compagnia nazionale South Oil Company, secondo il quale la concessione di sfruttamento alle compagnie straniere metterà in ginocchio l'economia del Paese e ne limiterà l'indipendenza. Al-Nema, insieme a molti altri dirigenti statali, sostiene di essere stato rimosso dal suo incarico a causa dell'opposizione al progetto. Nonostante l'Iraq sia il terzo produttore di petrolio al mondo, con vastissimi giacimenti non sfruttati e ampie zone ancora da esplorare, il governo iracheno è sull'orlo della bancarotta. Tra gli errori commessi, quello di aver creduto che la quotazione del petrolio sarebbe rimasta alta e non aver re-investito i proventi per incrementare la produzione. Al contrario la decisione del governo è stata quella di aumentare gli stipendi degli impiegati statali e di assumere nuove persone, cosa che ha portato il primo ministro Nouri al-Maliki ad ottenere un ottimo risultato alle elezioni provinciali, ma ha lasciato la casse dello stato senza soldi quando il prezzo del petrolio ha invertito la tendenza.