17/06/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Robert Fisk si avventura all'esterno per testimoniare una straordinaria mobilitazione nelle vie di Tehran

di Robert Fisk,
inviato del quotidiano britannico The Indipendent

Il destino dell'Iran, ieri sera, era in un sudicio svincolo autostradale a nord di Tehran chiamato piazza Vanak, dove - dopo giorni di violenza - i sostenitori del presidente ufficiale Mahmoud Ahmadinejad si sono scontrati con gli iraniani urlanti ed infuriati che hanno deciso che Mirhossein Mousavi dovrebbe essere il presidente del loro Paese.

Incredibilmente - e ne sono testimone perché mi trovavo esattamente dietro di loro - solo 400 uomini delle forze speciali della polizia iraniana tenevano questi due eserciti separati. Ci sono stati lanci di pietre e di gas lacrimogeni, ma per la prima volta dall'inizio di questa epica crisi la polizia ha promesso di proteggere entrambe le parti.
"Per favore, per favore, tenete lontani i Basiji da qui", prega una donna di mezza età rivolgendosi ad un agente delle forze speciali con giubbotto antiproiettile e casco mentre le milizie
Il poliziotto le sorride. "Con l'aiuto di Dio" dice. Altri due poliziotti vengono sollevati dalla folla. "Tashakor, tashakor" - "grazie, grazie" - urla la folla.
Questo è un fatto fenomenale. Le forze armate speciali della Repubblica Islamica, che finora si erano sempre schierate con i Basiji, si sono preparate per una volta a proteggere tutti gli iraniani e non solo i seguaci di Ahmadinejad. Il precedente di questa improvvisa neutralità è conosciuto da tutti - fu quando l'esercito dello Shah si rifiutò di sparare su milioni di dimostranti che chiedevano il suo rovesciamento nel 1979.

Tuttavia questa non è una rivoluzione per rovesciare la Repubblica Islamica. Entrambi i gruppi di manifestanti gridavano "Allahu Akbar" ("Dio è grande") a piazza Vanak ieri sera. Ma se le forze di sicurezza iraniane stanno assumendo un atteggiamento neutrale, allora Ahmadinejad è davvero nei guai.
Appena la nebbiolina del crepuscolo sparisce dietro le strade del nord di Tehran, la folla diventa più aggressiva. Ho sentito un barbuto agente Basiji esortare i suoi uomini ad assaltare i 10 000 uomini e donne di Mousavi dall'altra parte del cordone della polizia. "Dobbiamo difendere il nostro Paese adesso, proprio come abbiamo fatto durante la guerra Iran-Iraq" grida sovrastando il trambusto. Ma l'uomo di Ahmadinejad che cerca di calmarlo gli urla "Siamo tutti cittadini! Non creiamo una tragedia. Dobbiamo avere unità".
E' chiaro che la decisione della guida suprema Ayatollah Ali Khamenei di ordinare al Consiglio dei Guardiani la riconta dei voti delle elezioni di venerdì non è riuscita a far svanire la rabbia e il sospetto dell'opposizione riformista in Iran.
All'inizio sembrava che il consiglio avrebbe esaminato tutti i risultati elettorali. Poi solo alcuni. Successivamente è stato detto agli iraniani che avrebbero potuto attendere anche 10 giorni prima di sapere la decisione dei guardiani. Era anche, forse, il fatto che Ahmadinejad era volato a Yekateringbur per il summit di Shangai ad annoiare i delegati della conferenza con i suoi discorsi invece che gli iraniani che lui crede di rappresentare. Ma in piazza Vanak, l'altra sera, questo non significava nulla.

Poliziotti in borghese - forse rendendosi conto della gravità della situazione a cui ha condotto la loro obbedienza agli uomini di Ahmadinejad - persuadono uomini di mezza età di entrambe le parti ad incontrarsi nel mezzo della strada, al centro di piazza Vanak, in una piccola terra di nessuno. L'uomo di Mousavi, con una maglietta marrone, mette le mani intorno alle braccia del barbuto agente iraniano che proviene dalla parte dei sostenitori di Ahmadinejad. "Non possiamo permettere che succeda" gli dice. E prova, come ogni musulmano fa quando vuole mostrare il suo desiderio di pace e fiducia, a baciare la faccia dell'avversario. L'uomo con la barba lo scuote fisicamente, urlandogli insulti.
Le due file di polizia stanno ora fianco a fianco, con le braccia unite per tenere lontana la folla, fissando i loro compagni dell'altra fila con crescente preoccupazione. Un americano-iraniano, pochi metri lontano, mi urla in inglese che "dobbiamo mostrare loro che non possono farlo ancora. Non possono governarci. Vogliamo un nuovo presidente. O trovano loro una nuova via, o lo faremo noi".

L'assoluta convinzione di questi uomini è spaventosa, come lo è il rifiuto totale di ogni compromesso, con una parte che domanda obbedienza alle parole dell'Ayatollah Khomeini e lealtà ai fantasmi della guerra Iran-Iraq del 1980-88, e l'altra (forte dei milioni che hanno marciato lunedì) che chiede libertà, anche se all'interno della Repubblica Islamica, cosa che non hanno mai avuto prima d'ora. Forse ora hanno la polizia dalla loro parte. Se l'esempio di ieri notte è significativo, alcuni agenti di alto rango (e forse gli stessi poliziotti, sconvolti dal loro atteggiamento degli scorsi quattro giorni) hanno deciso che le forze speciali non collaboreranno più con il potere basato sulla paura dei prepotenti seguaci di Ahmadinejad.
Solo poche ore prima, i sette uomini uccisi dai Basiji alla fine della manifestazione di lunedì sono stati sepolti in segreto dalla polizia al cimitero 257, un grande cimitero vicino al santuario di Khomeini, dove il fondatore della Repubblica Islamica giace sotto una moschea dalle cupole dorate e mura di mattonelle blu. Questi onori non sono riservati alle vittime dei Basiji. Giacciono sotto un cumulo di terra, senza segni per riconoscere le tombe, senza informazioni date alle famiglie su quello che è stato il loro destino.

Ma i giornali filo-governativi a Tehran hanno scritto della loro morte e uno ha addirittura dedicato la prima pagina alla furiosa condanna del rettore dell'Università di Tehran verso l'intrusione dei Basiji nel campus domenica notte, quando le forza di sicurezza hanno ucciso sette uomini, ferito diversi altri e danneggiato e saccheggiato i dormitori dell'università.
Fahrad Rabar ha detto che perseguirà gli assassini in tribunale, aggiungendo che "l'invasione dell'università di Tehran, simbolo dell'istruzione più alta, ha scatenato in me un'ondata di rabbia e tristezza".
E' ormai troppo tardi per finire questa violenza fratricida? Per ogni parte, la fedeltà alla propria causa sta diventando rapidamente più forte che un ragionevole dialogo. La libertà che i sostenitori di Mousavi hanno assaggiato - ignorare,tenere in poca considerazione e disprezzare l'autorità clericale che li ha sempre tanto umiliati - è talmente intossicante che ora stanno fronteggiando i loro nemici politici nelle strade con uno spirito strano e inquietante, e tuttavia sincero.

Ad un certo punto ieri notte, uomini e donne con addosso nastri verdi simbolo di Mousavi stavano in piedi nella strada vicino a quei 100 metri di terra di nessuno, di fianco a donne con il velo che sventolavano la bandiera iraniana - il simbolo patriottico di Ahmadinejad. Hanno persino parlato del risultato di questo pauroso scontro fra le due parti.
E' un racconto diverso da quello di tre ore prima, quando uomini e donne di Ahmadinejad avevano manifestato in piazza Val-y-asr. Non una parola è stata pronunciata sull'oceanica manifestazione di lunedì dell'opposizione, né delle manifestazioni nelle città di Shiraz, Mashad, Babol e Tabriz. Infatti, la maggioranza degli iraniani non ha alcuna informazioni su questi eventi. I censori di Ahmadinejad hanno fatto il loro lavoro. Gli striscioni erano prevedibili. "Morte al traditore" - Mousavi, naturalmente, è il "traditore" della repubblica. "Morte a chiunque è contro la Guida Suprema" - che è un po' strano, perché né Mousavi né i suoi milioni di sostenitori sono contro l'Ayatollah Khamenei (a parte il fatto che i due uomini non si piacciono); è per Ahmadinejad che hanno un odio viscerale ed è lui che stanno cercando di deporre.

L'ex presidente del parlamento, Gholamli Haddadadel, ha individuato il più debole degli argomenti di Mousavi quando si è rivolto ad una folla che non poteva essere di più di 5000 persone. "Sa Mousavi quante persone hanno votato per Ahmadinejad nelle aree rurali e nei villaggi?" ha chiesto. "L'Iran non è solo Tehran. Sappiamo che Mousavi ha avuto 13 milioni di voti, ma Ahmadinejad ne ha avuti 24 milioni". Ma, naturalmente, queste sono proprio le statistiche che Mousavi e i suoi contestano. Alcuni predicatori hanno parlato alla piccola folla, con le loro guardie del corpo - e anche paramedici - che controllavano la situazione. C'era anche un famoso cantante religioso iraniano a pregare con questo pubblico avvolto in striscioni.
E' stato sulla strada di ritorno per Val-y-ars che ho notato un mucchio di uomini, tutti vestiti con pantaloni mimetici e magliette bianche, molti con manganelli della polizia, andare verso il nord di Tehran. Li seguivano i manifestanti islamisti, nella loro marcia di 4 miglia fino a Vanak. Due reclute stavano in mezzo ai sostenitori di Mousavi quando un uomo anziano ha chiesto loro consiglio. Sarebbe dovuto rimanere se i Basiji avessero rotto il cordone della polizia? "I Basiji picchiano forte, molto forte" ha detto uno dei soldati. E battendo la mano sulla spalla dell'uomo ha scosso la testa.

traduzione a cura di Francesco Gastaldon

Parole chiave: robert fisk, basiji, ahmadinejad, mousavi
Categoria: Elezioni, Politica
Luogo: Iran