Il regime iraniano è da tempo bersaglio di critiche internazionali per avere
censurato migliaia di siti internet considerati “non islamici”.
Dalle elezioni parlamentari del febbraio 2004 l’uso di filtri per limitare l’accesso
alla rete è andato crescendo, insieme alla repressione, per contrastare il vorticoso
aumento dei blog. I blog, pagine personali in rete, contenenti articoli di commento
sull’attualità, sono diffusissimi nel paese. Anche la guida suprema Ali Khamenei
ha la sua pagina personale.
Il regime, in occasione di eventi pubblici come le elezioni o come accadde durante
le manifestazioni studentesche del 2003, ha compreso quanto queste pagine virtuali
possano essere influenti sull’opinione interna e hanno iniziato a bloccare selettivamente
l’accesso ad oltre 10mila siti.
Il governo amministra un ISP (Internet Services Provider) che è direttamente
controllato dal ministero dell’informazione, ma perché un cittadino possa aprire
una pagina personale in rete appoggiandosi al provider statale, è necessaria anche
l’autorizzazione del Ministero per la dottrina Islamica. Non basta, dovrà anche
accettare i sistemi di filtro sulla casella di posta e verso l’esterno, infine
dovrà giurare per scritto che non visiterà siti non islamici. All’ombra del provider
governativo sta crescendo un sottobosco di piccoli fornitori di rete cui i bloggers
possono affidarsi con maggior facilità. Ma anche per loro rimane il problema della
legge, che considera illegale ogni forma di critica al regime e ai suoi esponenti.
Si tratta di una norma che è stata sostenuta dal ministero della giustizia e dai
conservatori più radicali, ma non soltanto. Il sistema dei filtri è considerato
una pratica di tutela legale anche da personalità riformiste come Abdollah Motamedi,
il ministro delle telecomunicazioni e dell’Information Technology.
Arash Sigarchi, 28 anni, scriveva in un giornale riformista che venne chiuso nel 2000. Il 22
febbraio è stato condannato, dal tribunale rivoluzionario di Gilan, a 14 anni
di prigione con le accuse di spionaggio e diffamazione, oltre che per la infamante
collaborazione con American Radio Farda. Poiché la legge iraniana non permette
di condannare cittadini per offese politiche, gli oppositori del regime e i giornalisti
vengono spesso accusati di essere spie o nemici della rivoluzione. Nel suo blog,
Panhjareh Eltehab, che significa finestra sull’ansietà, aveva parlato della detenzione
di 20 suoi colleghi giornalisti, in particolare di Shahram Rafihzadeh e Rozbeh
Mir Ebrahimi. Sigarchi era già stato arrestato il 27 agosto 2004 per avere pubblicato
un articolo con le foto della manifestazione di familiari dei detenuti uccisi
nell’89 a Tehran. L’Organizzazione per la Libertà di Stampa ha invitato il presidente
Khatami ad intervenire per la liberazione di Sigarchi e ha caldeggiato anche le
delegazioni di tutti i paesi che parteciperanno al meeting di Ginevra -preparatorio
al World Summit on the Information Society (WSIS) – affinché chiedano il rilascio
alle controparti iraniane. Secondo un portavoce dell’organizzazione “Le autorità
stanno cercando di fare di lui un monito, calando una così pesante sentenza su
un weblogger.
Mohamad Reza Nasab Abdolahi, arrestato il 24 febbraio, condannato a sei mesi di carcere e un milione di Rials
di multa con l’accusa di avere insultato i capi della nazione e di avere fatto
propaganda anti governativa sul suo sito internet Webnegar (Web Writer). Abdolahi,
studente, attivista per i diritti umani e redattore anche del giornale studentesco
Noghteh Sare Khat, ritiene di essere stato punito per avere pubblicato una lettera
aperta all’Ayatollah Ali Khamenei su un:
http://www.iranreform.persianblog.com/ e per la sua collaborazione con testate straniere.
Mojtaba Lotfi: giornalista online, è stato incarcerato il 5 febbraio, condannato a 3 anni
e dieci mesi per aver scritto menzogne in rete. Lotfi scriveva nel quotidiano
riformista Khordad, chiuso dalle autorità nel 2000. Nel maggio 2004 era già stato
arrestato per avere pubblicato su
http://www.naqshineh.com/ un articolo intitolato "Respect for human rights in cases involving the clergy"