10/02/2004
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Cresce il consumo di eroina e la coltivazione dell’oppio torna a livelli record
Fuori dal cancello, lungo il muro di argilla, uomini e donne di tutte
le età stanno in coda. Sono tossicodipendenti, eroinomani per
l’esattezza. Aspettano di entrare nell’unico centro di
disintossicazione di Kabul, il Nejat Centre, alla periferia sud-ovest
della città. Tutti riusciranno a entrare, ma pochi, solo i più gravi,
ce la faranno a ottenere uno dei soli dieci posti letto disponibili. I
fortunati che vengono ricoverati rimangono nel centro per sei
settimane, durante le quali vengono sottoposti a una terapia intensiva
di disintossicazione.
Il Nejat è la prima e unica struttura del genere in tutto
l’Afghanistan. Infatti, fino a poco tempo fa, la droga non era un
problema in questo paese. Tutti, tradizionalmente, hanno sempre fumato
hashish, ma il consumo di eroina è una piaga portata dall’ultima
guerra. L’oppio prodotto in Afghanistan è sempre stato esportato e
lavorato nei paesi vicini, dove invece il consumo di eroina costituisce
un dramma sociale diffusissimo. Anche nei campi profughi. Così è
successo che i rifugiati afgani scappati in Pakistan o in Iran durante
la guerra sono diventati tossicodipendenti e, tornati adesso nel loro
paese, hanno diffuso l’uso di eroina anche in Afghanistan.
Si stima che nella sola Kabul vi siano oggi oltre 20 mila
tossicodipendenti. Inizialmente l’eroina veniva fumata, ma ora si sta
diffondendo la pratica di iniettarsela con la siringa, il che ha
portato con sé anche la diffusione dell’Aids e dell’epatite. A
peggiorare la situazione interviene poi il fatto che recentemente si
sono diffusi in Afghanistan anche laboratori di lavorazione, rendendo
la droga disponibile direttamente in patria a prezzi ridottissimi,
accessibili a tutti.
La produzione afgana di oppio, su cui in questi due giorni si è tenuta
a Kabul una conferenza ad alto livello, è tornata a prosperare,
tornando ad avvicinarsi ai livelli del periodo talebano. Il raccolto
del 2003 è stato di 3,6 tonnellate metriche, il 6 per cento in più
rispetto al 2002. Sempre più vicino alle 4,6 tonnellate metriche del
1999, l’annata record precedente allo sradicamento delle piantagioni
imposto ai talebani dalla comunità internazionale (un provvedimento
che, con lo stoccaggio dei raccolti nei magazzini, non fece altro che
far lievitare il prezzo dell’eroina sul mercato mondiale, a tutto
vantaggio dei talebani).
Il dato più preoccupante è che la produzione non è aumentata solo
quantitativamente, ma geograficamente e demograficamente. Nel 1999 le
piantagioni di papavero da oppio erano presenti in 18 delle 32 province
afgane. Oggi la coltivazione interessa ben 28 province, coinvolgendo
oltre il 7 per cento della popolazione afgana. Il problema principale
infatti è che, per i poveri contadini afgani, coltivare oppio conviene:
una famiglia di oppiocoltori guadagna quasi 4 mila dollari all’anno,
una fortuna in un paese povero come l’Afghanistan. Nessuno ci vuole
rinunciare, né i coltivatori, né tanto meno i trafficanti, che
ovviamente sono quelli che ci guadagnano davvero. Sono loro, i signori
della guerra mujaheddin e talebani, che quest’anno si intascheranno il
grosso dei 2,3 miliardi di dollari fruttati dal raccolto 2003.
Soldi che poi vengono investiti per l’acquisto di armi e per il
pagamento dei combattenti. “Il narcotraffico è la fonte principale
dell’instabilità e del terrorismo che affliggono l’Afghanistan – ha
denunciato prima di partire per la conferenza di Kabul Antonio Maria
Costa, direttore dell’Undoc, l’ufficio antidroga e anticrimine delle
Nazioni Unite –. Se non combattiamo seriamente questo problema
rischiamo di vanificare tutti gli sforzi fatti fino a oggi per creare
un Afghanistan nuovo e democratico”. Il narco-business è sfruttato sia
nel sud dai talebani, che si finanziano coi proventi del narcotraffico
verso il Pakistan, sia nel nord dai ‘commander’ mujaheddin, che si
arricchiscono invece con il traffico d’oppio verso le repubbliche
centroasiatiche e l’Iran, e che si contendono con le armi il controllo
delle piantagioni, com’è avvenuto questo fine settimana nella provincia
nord-orientale di Badakhshan (diventata dal nulla una delle
maggiori aree di produzione del paese), dove tre giorni
di combattimenti tra fazioni rivali hanno lasciato sul terreno decine
di morti e centinaia di feriti.
Gli Stati Uniti e i paesi occidentali hanno una grossa responsabilità
per questa situazione. Infatti gli Usa, non riuscendo a sradicare
questo business nei territori dei talebani rimasti fuori dal controllo
del governo provvisorio di Kabul, hanno deciso di lasciar fare la
stessa cosa ai loro alleati mujaheddin dell’ex Alleanza del Nord per
non privarli di un’equivalente fonte di finanziamento necessaria a
combattere i comuni nemici talebani. Oggi questa tendenza, almeno a
parole, sembra stia cambiando. Visto il fallimento del progetto di
creazione di un nuovo esercito afgano (solo un decimo delle truppe
previste è stata formata) il Pentagono ha annunciato un nuovo piano di
addestramento per formare un nuovo corpo militare afgano specializzato
nella lotta al narcotraffico. I più critici verso Washington accusano
però l’amministrazione americana di essere poco interessata a questo
problema in ragione del fatto che l’eroina afgana finisce sul mercato
europeo (che rifornisce per il 90 per cento) ma solo in minima parte
arriva a varcare l’oceano.
E poi, la guerra americana per il controllo dell’Afghanistan è tutt’altro che
finita e l’oppio può ancora tornare utile.
Enrico Piovesana