09/02/2004
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Esodo di migliaia di profughi verso occidente, attraverso la frontiera con il Ciad
Oltre
a qualche indumento e pochi averi a loro è rimasto solo l’ovest. La
speranza cioè di fuggire da una guerra che da anni saccheggia le loro
case, brucia i loro campi, uccide le loro famiglie. Spesso però, sulle
lunghe piste di sabbia che potrebbero portare alla
salvezza, li attendono drappelli di banditi senza scrupoli. Sono i
miliziani di origine araba del gruppo Janjaweed , inviati nelle zone
occidentali del Paese per combattere i ribelli dell’Nda (National
democratic alliance ), che da anni si oppongono al governo centrale di
Khartoum.
La crisi umanitaria nella regione del Darfur, al confine tra Sudan e
Ciad, si aggrava sempre di più. Migliaia di sudanesi stanno
abbandonando case e villaggi per
oltrepassare, il confine e raggiungere gli altri centomila disperati
che li hanno preceduti. Alcuni di loro si muovono con mezzi di fortuna,
altri a piedi.
Il viaggio è pericoloso. Si attraversano regioni aride e inospitali,
dove la morte, a cavallo o a bordo di una jeep, colpisce di frequente
le colonne di donne, vecchi e bambini in fuga. Le storie che essi
raccontano dai campi di raccolta del vicino Ciad sono inquietanti.
Nell’accampamento di Nderta, una giovane donna zoppica vistosamente. Ha
la gamba destra fratturata e il collo segnato da profonde cicatrici,
uguali a quelle di suo figlio, nato da poco più di un mese. “E’
successo qualche giorno fa. Ero in casa da sola, nel mio villaggio
di Kalkat. Mio marito era uscito da poco. Alcuni arabi sono arrivati in
groppa a dei cammelli e hanno fatto irruzione. Indossavano uniformi
dell’esercito sudanese. Erano armati fino ai denti, uno di loro aveva
persino un bazooka. Volevano rubarci tutto quello che avevamo: qualche
pentola e una cassa
con pochi vestiti. Mi sono rifiutata. Hanno cominciato a picchiarmi
selvaggiamente, fino a rompermi una gamba. Sono riuscita a stringere il
mio piccolo tra le braccia un attimo prima
che cominciassero a frustarmi. I colpi non hanno risparmiato nemmeno
lui. Ha cicatrici sul collo e in testa.
Poi si sono presi tutto e sono spariti. Sono salita sul mio asino
assieme al mio bambino e sono arrivata in Ciad. Mio marito mi ha
raggiunta per aiutarmi a costruire un rifugio, ma è subito tornato in
Sudan”.
Poco lontano, nel campo profughi di Yakata, un’altra donna sudanese non
riesce a camminare: “Sono arrivata due mesi fa. Vivo con alcuni
familiari. Sono tornata in Sudan per raccogliere un po’ di grano nel
mio campo. Volevo portarlo ai miei parenti qui in Ciad. Mi sono
aggregata a un gruppo di profughi che volevano attraversare il confine.
Siamo stati raggiunti da una pattuglia di miliziani a cavallo. Hanno
aperto il fuoco su di noi e mi hanno colpita alla gamba. Siamo riusciti
a fuggire e abbiamo raggiunto il campo di Yakata.
Dal campo di Abssogo le fa eco il lamento di una profuga, anch’essa
sopravvissuta a un attacco dei briganti del deserto: “Un mese fa il mio
villaggio in Sudan è stato attaccato da alcuni predoni. Hanno
saccheggiato tutto e poi hanno dato fuoco alle case. Così siamo venuti
in Ciad. Una decina di giorni fa ho riattraversato il confine e sono
tornata in Sudan per prendere quello che era rimasto delle mie cose. Ma
i banditi mi hanno raggiunta e picchiata a sangue con i bastoni. Mi
hanno rotto un braccio e sono fuggiti con le poche cose che portavo con
me”.
Pochi giorni fa, un aereo militare ha lanciato alcune bombe nei pressi
di Tina, città di confine tra Ciad e Sudan. Nelle esplosioni sono morte
due persone e quindici sono rimaste ferite. Tra i morti c’era
un bambino di due anni.