09/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un membro dell’Slm racconta il dramma di una guerra che sembra non finire mai
Rifugiato sudaneseDa anni il Sudan è dilaniato da una guerra intestina che vede il governo fondamentalista islamico di Khartoum e le milizie arabe della Janjaweed opporsi con le armi all’Nda (National democratic alliance ), l’alleanza formata dallo Spla/m (Sudanese people’s liberation army/movement ) e altri gruppi, tra i quali il Sudanese liberation movement (Slm ) nella regione occidentale del Darfur, al confine con il Ciad. Nonostante i numerosi incontri tra i rappresentanti governativi e quelli ribelli – l’ultimo è avvenuto nel dicembre 2003, a Nairobi, con la mediazione del segretario di Stato americano, Colin Powell – nel Paese africano continua a scorrere il sangue e prosegue la fuga di decine di migliaia di profughi verso il Ciad. Aziz, membro dell’Slm , racconta il dramma di una guerra che sembra non finire mai.

Aziz sorseggia una tazza di tè e con lo sguardo sembra inseguire qualcosa in lontananza. La voce è profonda, il suo inglese conserva un influsso arabo-sudanese.

“Sono nato a Conroy, un villaggio del Sudan occidentale, trentatre anni fa. Mia madre, la prima delle due mogli di mio padre, mi dette alla luce sotto un albero. E’ così che si nasce – continua sorridendo – dalle nostre parti”.

Soldato Spla “A Conroy ho vissuto la mia infanzia, insieme a diciannove tra fratelli e sorelle. Dopo aver frequentato le scuole elementari, medie e superiori ho deciso, a 19 anni, di iscrivermi alla facoltà di economia di Khartoum. Volevo continuare gli studi e laurearmi”.

In quel periodo, un episodio terribile ha segnato per sempre il suo corpo. E la sua vita. Il tono diventa improvvisamente grave, il suo sguardo si fa serio.
“Un giorno, il governo ha reclutato me e altri miei compagni. Dovevamo entrare a far parte dell’esercito e sedare le rivolte nel sud del Paese. Siamo saliti su un veicolo insieme ad altri militari e siamo partiti. Stavamo percorrendo una strada sterrata quando ho sentito un’esplosione tremenda.
Quando ho ripreso i sensi, i miei due compagni e la mia gamba sinistra non c’erano più. Da allora milito tra i combattenti dell’Slm , che assieme al maggiore gruppo ribelle del Darfur, lo Spla/m (Sudanese peoples’ army/movement ), costituisce l’Alleanza nazionale democratica ( Nda ). Ma io non ho mai sparato un colpo contro nessuno”.

“Nel frattempo Conroy era stato distrutto dal fuoco appiccato da alcuni miliziani arabi del deserto. Hanno sempre cercato di liberarsi di noi neri nelle regioni occidentali del Sudan. Vogliono cacciarci dalle nostre terre, eliminandoci o costringendoci a fuggire verso il Ciad.
Rubano i nostri raccolti, picchiano e violentano le nostre donne, i nostri figli. Il governo fondamentalista di Khartoum li fomenta e li appoggia, arrivando spesso ad arruolare bambini contro di noi. E’ quello, il nostro vero nemico”.

Le parole di Aziz sono un appello alla comunità internazionale. Una richiesta di aiuto che arriva dalle zone di confine tra il suo Paese e il Ciad, dove da un anno più di 100mila profughi sudanesi vivono di stenti, in balia della sabbia e dei predoni del deserto.

“Pochi conoscono il dramma della popolazione nera nel Sudan. Non abbiamo mai avuto un presidente che ci rappresentasse, né alcuna figura di rilievo nel governo. Sono tutti arabi. Il mondo crede che la guerra intestina che da vent’anni dilania il nostro Paese sia nata dall’odio tra cristiani e musulmani”.

“Non è così. Io sono musulmano e ho lottato fianco a fianco con amici cristiani. Abbiamo combattuto e continuiamo a combattere contro il razzismo, non contro la religione. Noi dell’ Nda chiediamo solo di essere lasciati in pace e di avere strade, pozzi, scuole per i nostri figli. Non vogliamo continuare a morire”.

Oggi Aziz è in Italia e sogna di tornare dalla sua famiglia, che ora vive nella città di Nyala. “Sono in Italia da sette mesi. Vivo a Palermo da alcuni amici, ma il mio cuore è in Sudan. Da queste parti la vita per un profugo è difficile. Non parlo bene la vostra lingua, non posso lavorare. Penso ogni giorno alla mia famiglia e sogno di tornare in un Paese libero, dove anche noi neri un giorno non correremo il rischio di saltare su una mina o di trovare il nostro villaggio in fiamme”.

Accenna un sorriso, alza lo sguardo, poi sussurra: “Non so perché, ma qualcosa mi dice che questo, un giorno, avverrà”.

Pablo Trincia
 
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Sudan