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Scritto per noi da
Alessandro Badella
Dopo la notizia della rimozione del bando dall'Osa che pendeva su Cuba dal 1962, le reazioni all'evento sono state abbastanza incerte su ambo i fronti e anche all'interno dell'opposizione al castrismo. Chiaramente è lecito e doveroso valutare e "pesare" la portata della suddetta apertura.
In primo luogo, si tratta solo di un primo step verso una eventuale ammissione all'interno dell'organizzazione internazionale, che dovrà, proprio come ha riferito il segretario di Stato statunitense, Hillary Clinton, valutare la posizione dell'isola sul alcune tematiche fondamentali, in primis i diritti umani. In parole povere, un pregiudiziale rifiuto ad un'ammissione è stato eliminato, ma ad oggi mancano i fondamenti che permettano a Cuba di raggiungere gli standard minimi pretesi dall'organizzazione.
Sicuramente lo staff di Barack Obama ha ottenuto un importante successo diplomatico, non tanto nel prendere una decisione in materia (visto che il 60% delle finanze dell'organizzazione è in mano agli americani), ma nell'esercitare un soft power che ha messo di comune accordo tutti i membri dell'organizzazione.
Anche per questa contraddizione interna alla "diplomazia della mano tesa", l'apertura a Cuba ha avuto un certo malcontento in entrambi i paesi. Alcuni esponenti repubblicani come Mario e Lincoln Diaz-Balart di Miami, hanno definito l'Osa "un putrido imbarazzo, un corpo putrescente" scandalizzandosi per il tradimento della natura anti-comunista dell'organizzazione regionale.
Anche a Cuba le reazioni sono state abbastanza fredde. Storicamente La Havana ha sempre visto l'Osa come la longa manus imperialista statunitense sul bacino caraibico e sul Continente latinoamericano. Oltre alla contrapposizione ideologica, anche l'atteggiamento abbastanza compassato, e del Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla, e di Fidel Castro, pone un serio problema sul seguito dell'iniziativa dell'Organizzazione degli Stati Americani. Nella Cuba dei primi Anni Sessanta circolava il motto: "Con la Oea o sin la Oea, ganaremos la pelea" (Vinceremo la battaglia con o senza l'Osa). E ancora oggi sembrerebbe uno slogan potenzialmente in voga.
Gioiscono alcuni paesi caraibici, in modo particolare la Jamaica, che ospita sui due principali quotidiani dell'isola articoli al limite del sensazionalismo per la "vittoria diplomatica di Cuba". Il motivo è molto semplice. Da un lato, la diplomazia Caricom ha svolto un ruolo importante per la decisione dell'annuale meeting Osa, poiché nello scorso aprile il Primo Ministro di Trinidad, Patrick Manning, si era attivato per un normalizzazione dei rapporti, così come l'ambasciatore della Guyana, Albert Radmin. Altro motivo non secondario è il filo diretto tra le economie dei paesi caraibici e quella di Cuba. Dal 2000, il Caricom ha un accordo di associazione con Cuba, che prevede alcune aree di libero scambio. Chiaramente, un'eventuale adesione di Cuba all'Osa potrebbe essere davvero vantaggiosa per le economie di queste piccole isole.
A livello di diplomazia bilaterale, infatti, Cuba sembra andare più spedita. La scorsa settimana, oltre ad aver ricevuto l'amichevole visita del presidente paraguayano Lugo, vi è stato anche il sigillo della normalizzazione delle relazioni tra Cuba e Salvador, relazioni che si erano rotte dopo la Rivoluzione castrista. In questo caso però si tratta di una apertura determinata da affinità politiche, visto che la controparte è Funes, primo presidente di sinistra del Salvador.