08/06/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Incidenti fra indios e polizia causano oltre trenta morti. No dei nativi al nuovo Tlc e alla svendita delle risorse naturali del Paese alle multinazionali Usa

Non si placano le anime in Perù dopo le violenze dei giorni scorsi. Gli incidenti scoppiati fra popolazioni indigene e polizia hanno causato la morte di trentasei persone: 24 agenti e 9 civili. Più di cento le persone rimaste ferite. Lo scontro adesso si sposta sull'asse politico fra sostenitori dei nativi e quelli della repressione. Il presidente Alan Garcia a questo punto sembra avere le spalle al muro. Dodici poliziotti presi in ostaggio sarebbero stati uccisi a colpi di machete. Paura che il conflitto sociale degeneri e getti il Paese nelle braccia di una guerra civile.

Le popolazioni native dell'area amazzonica, circa 5.000 persone appartenenti a una sessantina di tribù, manifestano da tempo per impedire che le risorse naturali peruviane, petrolio e gas naturale in primis, prendano la via del libero mercato e si svendano agli Usa.
Da aprile gli indios sono sul piede di guerra: troppe minacce all'area amazzonica in cui vivono, troppa paura che le ricchezze naturali peruviane possano finire nelle mani delle multinazionali straniere che, soprattutto in Perù, detengono la leadership in quasi tutti i campi dell'economia di mercato. Troppi, ancora, i timori che le terre che dagli anni Settanta il governo ha restituito ai nativi possano nuovamente tornare nelle mani dello Stato (che se le riprenderebbe con la forza) e da lì prendere il via verso altre nazioni. Oggi il presidente Alan Garcia si vede attaccato dai più fronti che in parte lo ritengono responsabile delle morti degli ultimi giorni.
"Questa è la nostra terra, la nostra cultura, la nostra identità. Per noi questi territori hanno un valore spirituale. Per il 'mercato' queste terre, invece, hanno un'importanza commerciale negoziabile" dicono i rappresentanti indigeni che spiegano come, con la legge voluta dall'amministrazione di Garcia circa il 60 percento delle terre amazzoniche del Perù possa essere venduto alle multinazionali che ne estrarrebbero idrocarburi.

Gli indios dunque, dicono basta. Da aprile le manifestazioni indigene sono state quotidiane e assolutamente pacifiche. Come da sempre avviene nella cultura della gente che vive da quelle parti. Il timore che il nuovo Trattato di Libero Commercio con gli Usa potesse in qualche modo spopolare la zona amazzonica e regalare le risorse ai potenti della terra ha fatto in modo che le popolazioni di etnia awajun e baguinos iniziassero a protestare. Ma c'è un problema: protestare in Perù significa anche esporsi in prima persona alla repressione delle forze di sicurezza, proprio come avvenuto la scorsa settimana. Gli agenti, infatti, non si sono risparmiati e hanno aperto il fuoco sulla folla dapprima utilizzando gas lacrimogeni con l'intento di disperdere la folla e in un secondo momento sparando proiettili veri e propri ad altezza uomo. Non contenti hanno anche chiesto l'intervento di elicotteri che hanno lanciato dall'alto lacrimogeni e aiutando gli oltre 700 poliziotti intervenuti nell'area.
Da questa mattina, dopo giorni di incidenti, la situazione sembra essere leggermente migliorata. I manifestanti stanno pian piano abbandonando le loro posizioni, soprattutto dopo la dichiarazione del coprifuoco e dello stato d'emergenza da parte dell'amministrazione peruviana. Ma la mobilitazione dei nativi, fedeli alla loro cultura ancestrale legata in mo do viscerale alla terra, non si fermerà di sicuro.

 

Alessandro Grandi

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