04/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Nepal, un Paese sull'orlo del collasso
 
In Nepal, uno dei Paesi più poveri del pianeta, si consuma dal 1996 un conflitto dimenticato che ha causato la morte di 11mila persone, tra cui moltissimi civili.
A scontrarsi sono i guerriglieri del Partito comunista nepalese di orientamento maoista  (Ncp) e l’esercito governativo. I ribelli conducono la cosiddetta “guerra del popolo” per porre fine alla monarchia costituzionale e instaurare un regime comunista. Entrambe le parti hanno finora rivaleggiato in atrocità. I ribelli, che controllano ormai due terzi del regno himalayano, continuano ad arruolare con la forza adulti e bambini. Rapiscono i ragazzi dalle scuole e portano via i contadini per strappar loro le terre o perché si sono rifiutati di pagare il pizzo.  I campi di addestramento e ri-educazione maoista sono spesso a ore di mulattiera, nascosti nelle campagne.  D’altro canto, il governo di Kathmandu è da anni sotto accusa per diverse violazioni dei diritti umani: esecuzioni sommarie, arresti ingiustificati, persecuzione dei dissidenti, repressione della libertà di stampa, sparizioni e torture. Secondo un recente rapporto di Amnesty International, il Nepal avrebbe registrato nel 2004 il maggior numero di persone fatte scomparire dalle forze governative. Secondo un recente rapporto di Human Rights Watch, negli ultimi cinque anni i desaparecidos nepalesi sarebbero 1.200. Le persone sequestrate verrebbero rinchiuse in caserme dell’Esercito trasformate in centri di detenzione e tortura. I reati commessi da polizia e militari restano in gran parte impuniti, visto che il sistema giudiziario è controllato dagli addetti alla sicurezza.
 
Governo e affari. La grave instabilità politica e la mano dura del re Gyanendra nello stanare la guerriglia hanno contribuito all’aggravamento della situazione. Il sovrano è anche un ricchissimo uomo d’affari (sue sono numerose imprese nepalesi) e un personaggio molto discusso. Nel giugno 2001 è salito al potere dopo il misterioso sterminio della famiglia reale. E’ ormai accertato che sia lui il mandante dell’assassinio del fratello e re Birendra compiuto dal principe ereditario. Un massacro che, secondo molti osservatori, non si può leggere solo come una congiura di palazzo e in merito al quale non sono state avviate indagini da parte della comunità internazionale. Anzi, dopo l’attentato contro le Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, Gyanendra è riuscito a giustificare la sua presa del potere presentandosi come sostenitore della lotta al terrorismo mondiale, poco importa se islamico o maoista. A novembre dello stesso anno, infatti, ha dichiarato lo stato d’emergenza e lanciato un’offensiva in cui sono morti oltre cento ribelli. Un anno dopo, nell’ottobre 2002, il re ha inflitto una svolta autoritaria al Paese, sciogliendo il parlamento e assumendo i pieni poteri. Il primo ministro Deuba è tornato in carica solo nel luglio 2004, in seguito alle manifestazione dei partiti democratici che chiedevano di indire nuove elezioni. Il cessate il fuoco proclamato all’inizio del 2003 è durato solo sette mesi.
 
L'offensiva maoista. La situazione in Nepal è precipitata nel mese di agosto 2004, quando i maoisti hanno portato l’incubo della guerra a Kathmandu, rispondendo alla massiccia offensiva lanciata dalle truppe governative nell’Accham, seicento chilometri a ovest della capitale.  Il 18 agosto l’Ncp ha fatto esplodere alcuni ordigni contro un hotel di lusso ed è riuscito ad accerchiare la città, bloccandone ogni via d’accesso. Il Paese per alcuni giorni si è fermato: grandi aziende (accusate dai guerriglieri di sfruttare i dipendenti), alberghi e negozi di proprietà dello stesso re hanno chiuso i battenti sotto la minaccia di attentati. Per una settimana – l’assedio è stato tolto il 24 agosto – un milione e mezzo di persone hanno temuto di essere ridotte alla fame. “Il Nepal è il nono Paese più povero al mondo”, afferma un portavoce di Amnesty. Qui un lavoratore guadagna in media un dollaro al giorno e la disoccupazione è endemica. Il blocco di Kathmandu ha rappresentato una nuova mossa strategica nuova della guerriglia che in questo modo ha impegnato le forze dell’Esercito in aree urbane e ha dimostrato – con un grande impatto mediatico - l’incapacità del governo nel proteggere i cittadini.
 
L'Iraq in Nepal. Pochi giorni dopo, il primo settembre 2004, il dramma iracheno ha toccato anche il piccolo regno a maggioranza hindu. Dopo il rapimento e  l’uccisione nel Paese mediorientale di dodici connazionali,  una folla inferocita ha attaccato due moschee, alcuni edifici di compagnie aeree musulmane e agenzie di lavoro per migranti. Tre giorni più tardi un’altra bomba ha colpito il centro culturale americano. Le tensioni di agosto, seppure slegate dalle vicende irachene, hanno preparato il terreno a queste violenze. Le 5mila persone scese in strada a protestare contro l’Esecutivo il primo settembre nutrivano motivazioni diverse. Tra loro c’era chi esprimeva il malcontento verso una monarchia incapace di combattere la miseria e la totale mancanza di sicurezza in cui è costretta a vivere gran parte della popolazione, ma c’erano anche molti integralisti hindu decisi a contrastare la convivenza fino ad oggi pacifica tra comunità religiose diverse. Sono seguiti nuovi scioperi e proteste e dal 24 dicembre al 28 febbraio i maoisti hanno imposto un nuovo assedio a Kathmandu.
 
Il Nepal nel mondo. Oggi il Paese sembra, dunque, prossimo al collasso e l’estrema miseria potrebbe diventare la condizione per un epilogo rivoluzionario. In Nepal si sta giocando una partita dove è difficile indovinare chi muova le pedine . All’incertezza sugli sviluppi futuri, si aggiunge quella su chi stia dietro ai gruppi ribelli. E’ evidente solo la posizione strategica del regno, che funziona da Stato cuscinetto tra India e Cina, ma non il ruolo dei due Paesi confinanti. Nuova Delhi, insieme a Stati Uniti e Gran Bretagna, ha sostenuto le forze governative, ma nello stesso tempo ha lasciato aperte le frontiere consentendo ai ribelli nepalesi di nascondersi e costruire basi in territorio indiano. Per quanto riguarda Pechino, invece, solo l’ideologia ‘filomaoista’ dell’Ncp farebbe ancora pensare a legami con la Repubblica Popolare.
 

 

Francesca Lancini

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