
In Nepal, uno dei Paesi più poveri del pianeta, si consuma
dal 1996 un conflitto dimenticato che ha causato la morte di 11mila persone,
tra cui moltissimi civili.
A scontrarsi sono i guerriglieri del Partito comunista
nepalese di orientamento maoista (Ncp) e l’esercito governativo. I ribelli
conducono la cosiddetta “guerra del popolo” per porre fine alla monarchia
costituzionale e instaurare un regime comunista. Entrambe le parti hanno finora
rivaleggiato in atrocità. I ribelli, che controllano ormai due terzi del regno
himalayano, continuano ad arruolare con la forza adulti e bambini. Rapiscono i
ragazzi dalle scuole e portano via i contadini per strappar loro le terre o
perché si sono rifiutati di pagare il pizzo. I campi di addestramento e ri-educazione
maoista sono spesso a ore di mulattiera, nascosti nelle campagne. D’altro canto, il governo di Kathmandu è da
anni sotto accusa per diverse violazioni dei diritti umani: esecuzioni
sommarie, arresti ingiustificati, persecuzione dei dissidenti, repressione
della libertà di stampa, sparizioni e torture. Secondo un recente rapporto di
Amnesty International, il Nepal avrebbe
registrato nel 2004 il maggior numero di persone fatte scomparire dalle forze
governative. Secondo un recente rapporto di Human Rights Watch, negli ultimi
cinque anni i desaparecidos nepalesi
sarebbero 1.200. Le persone sequestrate verrebbero rinchiuse in caserme dell’Esercito
trasformate in centri di detenzione e tortura. I reati commessi da polizia e
militari restano in gran parte impuniti, visto che il sistema giudiziario è
controllato dagli addetti alla sicurezza.
Governo e affari. La grave instabilità politica e la mano dura del re
Gyanendra nello stanare la guerriglia hanno contribuito all’aggravamento della
situazione. Il sovrano è anche un ricchissimo uomo d’affari (sue sono numerose
imprese nepalesi) e un personaggio molto discusso. Nel giugno 2001 è salito al
potere dopo il misterioso sterminio della famiglia reale. E’ ormai accertato
che sia lui il mandante dell’assassinio del fratello e re Birendra compiuto dal
principe ereditario. Un massacro che, secondo molti osservatori, non si può
leggere solo come una congiura di palazzo e in merito al quale non sono state
avviate indagini da parte della comunità internazionale. Anzi, dopo l’attentato
contro le Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, Gyanendra è riuscito a giustificare
la sua presa del potere presentandosi come sostenitore della lotta al
terrorismo mondiale, poco importa se islamico o maoista. A novembre dello
stesso anno, infatti, ha dichiarato lo stato d’emergenza e lanciato
un’offensiva in cui sono morti oltre cento ribelli. Un anno dopo, nell’ottobre
2002, il re ha inflitto una svolta autoritaria al Paese, sciogliendo il
parlamento e assumendo i pieni poteri. Il primo ministro Deuba è tornato in
carica solo nel luglio 2004, in seguito alle manifestazione dei partiti
democratici che chiedevano di indire nuove elezioni. Il cessate il fuoco
proclamato all’inizio del 2003 è durato solo sette mesi.
L'offensiva maoista. La situazione in Nepal è precipitata nel mese di agosto 2004,
quando i maoisti hanno portato l’incubo della guerra a Kathmandu, rispondendo
alla massiccia offensiva lanciata dalle truppe governative nell’
Accham, seicento chilometri a ovest
della capitale. Il 18 agosto l’Ncp ha
fatto esplodere alcuni ordigni contro un hotel di lusso ed è riuscito ad
accerchiare la città, bloccandone ogni via d’accesso. Il Paese per alcuni
giorni si è fermato: grandi aziende (accusate dai guerriglieri di sfruttare i
dipendenti), alberghi e negozi di proprietà dello stesso re hanno chiuso i
battenti sotto la minaccia di attentati. Per una settimana – l’assedio è stato
tolto il 24 agosto – un milione e mezzo di persone hanno temuto di essere
ridotte alla fame. “Il Nepal è il nono Paese più povero al mondo”, afferma un
portavoce di
Amnesty. Qui un
lavoratore guadagna in media un dollaro al giorno e la disoccupazione è endemica.
Il blocco di Kathmandu ha rappresentato una nuova mossa strategica nuova della
guerriglia che in questo modo ha impegnato le forze dell’Esercito in aree
urbane e ha dimostrato – con un grande impatto mediatico - l’incapacità del
governo nel proteggere i cittadini.
L'Iraq in Nepal. Pochi giorni dopo, il primo settembre 2004, il dramma
iracheno ha toccato anche il piccolo regno a maggioranza hindu. Dopo il rapimento e
l’uccisione nel Paese mediorientale di dodici connazionali, una folla inferocita ha attaccato due
moschee, alcuni edifici di compagnie aeree musulmane e agenzie di lavoro per
migranti. Tre giorni più tardi un’altra bomba ha colpito il centro culturale
americano. Le tensioni di agosto, seppure slegate dalle vicende irachene, hanno
preparato il terreno a queste violenze. Le 5mila persone scese in strada a
protestare contro l’Esecutivo il primo settembre nutrivano motivazioni diverse.
Tra loro c’era chi esprimeva il malcontento verso una monarchia incapace di
combattere la miseria e la totale mancanza di sicurezza in cui è costretta a
vivere gran parte della popolazione, ma c’erano anche molti integralisti hindu decisi a contrastare la convivenza
fino ad oggi pacifica tra comunità religiose diverse. Sono seguiti nuovi
scioperi e proteste e dal 24 dicembre al 28 febbraio i maoisti hanno imposto un
nuovo assedio a Kathmandu.
Il Nepal nel mondo. Oggi il Paese sembra, dunque, prossimo al collasso e
l’estrema miseria potrebbe diventare la condizione per un epilogo
rivoluzionario. In Nepal si sta giocando una partita dove è difficile
indovinare chi muova le pedine . All’incertezza sugli sviluppi futuri, si
aggiunge quella su chi stia dietro ai gruppi ribelli. E’ evidente solo la
posizione strategica del regno, che funziona da Stato cuscinetto tra India e Cina,
ma non il ruolo dei due Paesi confinanti. Nuova Delhi, insieme a Stati Uniti e
Gran Bretagna, ha sostenuto le forze governative, ma nello stesso tempo ha
lasciato aperte le frontiere consentendo ai ribelli nepalesi di nascondersi e
costruire basi in territorio indiano. Per quanto riguarda Pechino, invece, solo
l’ideologia ‘filomaoista’ dell’Ncp farebbe ancora pensare a legami con la
Repubblica Popolare.