Uccisioni, arresti e sparizioni. Il Nepal, dopo un mese dal colpo di mano del re

Uccisioni, arresti, sparizioni. Dopo il primo febbraio, quando
il re Gyanendra ha licenziato il parlamento e preso il potere assoluto, in
Nepal è stato instaurato un clima di paura. L’Esercito, che ha sostenuto il
colpo di mano del sovrano, è stato incaricato di cancellare ogni voce di
dissenso. In febbraio sono stati arrestati almeno 531 attivisti politici e
difensori dei diritti umani. Di questi, 319 sono ancora in prigione o agli
arresti domiciliari. Dopo l’autogolpe del re ci sono stati dunque più di 17
arresti al giorno. Solo nella capitale Kathmandu, almeno 133 persone sono state
messe dietro le sbarre o agli arresti domiciliari dalle forze di sicurezza:
oltre 100 di queste non sono ancora state liberate. Drammatico anche il dato
sulle uccisioni: nell’ultimo mese ci sono state 227 vittime in 45 distretti su
75: 174 (162 maoisti, 11 civili e 1 persona non identificata) sono state uccise
dalle forze di sicurezza, mentre le altre 53 (19 civili, 23 poliziotti e 11
militari) dai ribelli maoisti. Cinquanta persone sono morte nei fuochi
incrociati tra guerriglieri e militari nel Bardiya, distretto occidentale del
Paese.
Trattative e golpe. I combattimenti tra maoisti ed Esercito si consumano
soprattutto al di fuori della valle di Kathmandu, nella giungla e sulle montagne.
La “guerra del popolo” – come la chiamano i ribelli – per rovesciare la
monarchia e instaurare una repubblica comunista dura dal ’96 e finora ha
causato 11mila morti. Al momento la possibilità che le due parti in conflitto
si
siedano al tavolo delle trattative sembra remota. I maoisti hanno subito
condannato il colpo di mano del re e hanno risposto con un assedio alla
capitale durato dal 13 al 26 febbraio scorsi. Il leader maoista Prachanda ha
però minacciato di ordinare un nuovo blocco a tempo indeterminato (dal 14 marzo
in poi) delle principali arterie che portano a Kathmandu, qualora il re non
ponga fine all’attuale stato d’emergenza. L’ultimo assedio ha stremato i civili
che sono rimasti senza beni di prima necessità e hanno dovuto camminare per
giorni per recuperare qualcosa da mangiare. Dall’inizio di febbraio il Paese è
guidato da un nuovo Esecutivo di 10 ministri nominato direttamente dal sovrano.
Ogni organo di stampa è sottoposto a censura ed è quasi impossibile reperire
notizie sulla situazione da fonti indipendenti. Secondo l’Esercito, in una
recente sanguinosa battaglia (28 febbraio-1 marzo) nel sud-ovest avrebbero
perso la vita 46 maoisti e 4 soldati.