04/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Uccisioni, arresti e sparizioni. Il Nepal, dopo un mese dal colpo di mano del re
  soldati
Uccisioni, arresti, sparizioni. Dopo il primo febbraio, quando il re Gyanendra ha licenziato il parlamento e preso il potere assoluto, in Nepal è stato instaurato un clima di paura. L’Esercito, che ha sostenuto il colpo di mano del sovrano, è stato incaricato di cancellare ogni voce di dissenso. In febbraio sono stati arrestati almeno 531 attivisti politici e difensori dei diritti umani. Di questi, 319 sono ancora in prigione o agli arresti domiciliari. Dopo l’autogolpe del re ci sono stati dunque più di 17 arresti al giorno. Solo nella capitale Kathmandu, almeno 133 persone sono state messe dietro le sbarre o agli arresti domiciliari dalle forze di sicurezza: oltre 100 di queste non sono ancora state liberate. Drammatico anche il dato sulle uccisioni: nell’ultimo mese ci sono state 227 vittime in 45 distretti su 75: 174 (162 maoisti, 11 civili e 1 persona non identificata) sono state uccise dalle forze di sicurezza, mentre le altre 53 (19 civili, 23 poliziotti e 11 militari) dai ribelli maoisti. Cinquanta persone sono morte nei fuochi incrociati tra guerriglieri e militari nel Bardiya, distretto occidentale del Paese.
 
Trattative e golpe. I combattimenti tra maoisti ed Esercito si consumano soprattutto al di fuori della valle di Kathmandu, nella giungla e sulle montagne. La “guerra del popolo” – come la chiamano i ribelli – per rovesciare la monarchia e instaurare una repubblica comunista dura dal ’96 e finora ha causato 11mila morti. Al momento la possibilità che le due parti in conflitto si siedano al tavolo delle trattative sembra remota. I maoisti hanno subito condannato il colpo di mano del re e hanno risposto con un assedio alla capitale durato dal 13 al 26 febbraio scorsi. Il leader maoista Prachanda ha però minacciato di ordinare un nuovo blocco a tempo indeterminato (dal 14 marzo in poi) delle principali arterie che portano a Kathmandu, qualora il re non ponga fine all’attuale stato d’emergenza. L’ultimo assedio ha stremato i civili che sono rimasti senza beni di prima necessità e hanno dovuto camminare per giorni per recuperare qualcosa da mangiare. Dall’inizio di febbraio il Paese è guidato da un nuovo Esecutivo di 10 ministri nominato direttamente dal sovrano. Ogni organo di stampa è sottoposto a censura ed è quasi impossibile reperire notizie sulla situazione da fonti indipendenti. Secondo l’Esercito, in una recente sanguinosa battaglia (28 febbraio-1 marzo) nel sud-ovest avrebbero perso la vita 46 maoisti e 4 soldati.

Francesca Lancini

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