04/06/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Ci scrive un turista obbligato a cancellare alcune foto scattate in piazza Tienanmen. Ecco perché.

Scritto per noi da
Ernesto Corvetti

 

ll poliziotto mi affianca mentre mi sto dirigendo verso la transenna che dà sul faccione di Mao, incorniciato all'ingresso della Città Proibita. Mi fa il saluto militare e mi chiede gentilmente di fargli vedere il passaporto. Poi chiama qualcuno al walkie-talkie e mi comunica che ci vorranno un paio di minuti. Dopo un po' arrivano dal centro della piazza due signorine in borghese, anche loro walkie-talkie munite, mi chiedono di mostrargli la macchina fotografica. “Lei è un giornalista?” No, ovviamente, sono un turista, così c'è scritto su mio visto. Il punto però è che ho appena visto e fotografato qualcosa che deve passare inosservato. Un ragazzo con gli occhialini spessi si è messo rigido e impettito proprio dove ogni giorno centinaia di turisti, soprattutto cinesi, assistono all'alzabandiera e al cambio della guardia. Rivolto verso il centro della piazza, ha sollevato un cartello su cui c'era scritto qualcosa che non ho fatto in tempo a leggere. Un poliziotto a due metri da me è partito di slancio e gli è piombato addosso, seguito a ruota da un'altra decina di persone, in divisa e in borghese. Hanno esaminato il cartello e poi hanno trascinato il ragazzo dentro un furgone della polizia, che è partito dopo un minuto circa. Io ho visto e fotografato tutto questo.

Chi è quel ragazzo? Cosa voleva comunicare? Probabilmente non lo saprà mai nessuno. Quanti altri episodi del genere si verificheranno oggi, 4 giugno 2009, in piazza Tienanmen? Forse nessuno, forse decine. La polizia è nervosa e soprattutto numerosa. La ragazza mi chiede di farle vedere le foto che ho scattato. A ogni immagine sul display dice, fredda, “la prossima!” Le passa in rassegna tutte, poi mi comunica che devo cancellarle. Perché? Stavo fotografando la piazza dove turisti con l'ombrellino e persone in uniforme si mischiano, non sono l'unico. “Lei non è un giornalista, non può fotografare i soldati”. Balle, chiunque sia stato a Pechino almeno una volta se ne è tornato a casa con la foto del soldatino in divisa verde sull'attenti, immobile, in mezzo alla gente che va e viene. Il fatto è che ho fotografato anche altro, lei ha visto, io so che lei sa e non ho scelta: cancello tutto e solo allora posso andarmene con il mio passaporto, di cui sono stati diligentemente annotati gli estremi. Anche stanotte ero qui, unico occidentale in mezzo a qualche decina di cinesi tiratardi e di innamorati che tubavano sulle panchine lungo il muro rosso della Città Proibita. Il fatto è che tutte le sere ogni accesso al centro di Tienanmen viene chiuso, inutile aspettarsi qualche “incidente”.

Ho percorso il viale della Lunga Pace, oltrepassato l'ingresso dell'ex palazzo imperiale poi ho puntato a sud, costeggiando l'Assemblea del Popolo, superato il monumento agli Eroi della Rivoluzione e il mausoleo di Mao, per sbucare sul lato della Qianmen, la porta “di fronte”, opposta alla Città Proibita. Niente, nulla, zero, nella notte tra il 3 e il 4 giugno, il vero anniversario della repressione degli studenti. Era palese, chiunque volesse attirare l'attenzione in un gesto comunque autolesivo non aveva interesse a farlo di fronte al nulla. Tuttavia la polizia presidiava l'intera piazza in forze, uomini in uniforme ogni 10 metri. Negli ultimi giorni abbiamo avuto tutti qualche problema di connessione, giornalisti accreditati sono stati “scoraggiati” mentre facevano riprese o foto in piazza Tienanmen e la vita della grande città è continuata come sempre, tra frenetici ritmi di lavoro e svago sempre più globalizzato nei nuovi distretti alla moda. E questa sarebbe stata una non notizia. Almeno fino a stamattina e a quel cartello di cui non sapremo mai il messaggio.

Parole chiave: Censura Tienanmen
Luogo: Cina