
Due milioni di dollari in bustarelle per finanziare una campagna elettorale e
ottenere favori e benefici finanziari. E’ questo l’ultimo scandalo in cui è invischiato
il colosso statunitense Titan, accusato di aver finanziato, tre anni e mezzo fa,
la campagna elettorale dell’attuale presidente del Benin, Mathias Kerekou, quadruplicando
così i propri proventi quando questi è stato riconfermato alla guida del Paese.
Attività illecite. All’accusa, mossa dalla Securities and Exchange Commission (Sec), la commissione
indipendente statunitense che controlla le società quotate in borsa, è subito
seguita la condanna al pagamento di 28,5 milioni di dollari, che la compagnia
dovrà versare per aver corrotto alcuni funzionari beninesi.
La Titan, una corporazione californiana che si occupa principalmente di tecnologie
militari e forniture per l’intelligence, è anche legata al business delle telecomunicazioni:
in Benin ha stretto un accordo con gli uffici delle Poste e delle Comunicazioni
locali dando vita a Libercom, il network gsm più utilizzato nel Paese africano. Secondo le indagini condotte
dalla Sec, nel 2001 alcuni membri della compagnia avrebbero pagato la cifra di
due milioni di dollari a un agente in incognito legato agli uomini di Kerekou,
che in quell’anno si stava ri-candidando alla presidenza beninese in vista delle
elezioni del 2002.
I soldi sarebbero serviti per stampare alcune magliette con la faccia di Kerekou
e per altre attività propagandistiche. Dopo la riconferma del presidente, (a Porto
Novo, la capitale dicono che potrebbe non essere al corrente dell’intera vicenda),
i proventi della compagnia sarebbero schizzati alle stelle. Una prassi ben nota,
con le compagnie straniere a pagare sottobanco ingenti mazzette a funzionari governativi
per ottenere favori. E alla quale, stando al rapporto reso noto dalla Sec,
i dirigenti della Titan sembrano aver fatto ricorso più volte in
passato e altrove: dopo diverse indagini sarebbero spuntati documenti
falsi che nascondevano il pagamento di alcune commissioni sospette in
Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, Giappone e Francia, oltre a un pagamento
in contanti effettuato a un analista della Banca Mondiale perchè
fornisse ‘assistenza’ ad alcuni progetti in Benin.
Kerekou: trent'anni al potere. Visitando il sito internet della compagnia si apprende che uno dei suoi principali
obiettivi è la “sicurezza nazionale della nostra madrepatria” e che tra i suoi
clienti c’è “il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, servizi di intelligence
e altri governi”. Tra cui quello beninese di Mathias Kerekou, non esattamente
un dittatore come l’appena scomparso vicino togolese Eyadema Gnassigbe, ma nemmeno
un baluardo di democrazia. Ex maggiore dell’esercito nazionale, nel 1972 salì
al potere nell’allora Dahomey (tre anni più tardi si chiamerà ‘Repubblica Popolare
del Benin’ e nel ’90 solo ‘Benin’) e da allora governa l’ex colonia francese,
escludendo la breve parentesi quinquennale del governo di Nicephore Soglo dal
1991 al 1996. Le elezioni del 2002, quelle che lo hanno riconfermato presidente
grazie anche all’intervento della Titan hanno sancito il suo ultimo mandato da
presidente.
La contractor californiana, che due anni fa fu a un passo dalla fusione con il gigante degli
armamenti, la Lockheed Martin, una delle multinazionali più criticate dai pacifisti
per le sue produzioni belliche e per le attività illecite, dovrà versare quasi
30 milioni di dollari per aver violato il Foreign Corrupt Practices Act. Un conto salato per molti, ma forse non per la compagnia stessa, che dichiara
un introito annuale di 2 miliardi di dollari.