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Fabiola Lalinde ha lottato per più di dodici anni prima di poter riavere i resti di suo figlio. Luis Fernando fu sequestrato e ucciso da agenti di pubblica sicurezza nel comune di Jardín (Antioquia). La determinazione e la caparbietà hanno trasformato questa donna disperata nella prima vittima colombiana che ha potuto denunciare la sua tragedia a una platea internazionale: Fabiola ha parlato davanti alla Commissione interamericana dei diritti umani della Organizzazione stati americani. Un cammino lungo, difficile, doloroso ma tenace che lei stessa ha chiamato Operazione Cirirí. Ed è ispirandosi a lei che è partita una petizione per chiedere a Uribe un po' di clemenza nella gestione dell'accordo umanitario.
A Medellin. Intanto, per commemorare i 25 anni dalla sparizione forzata e dall'esecuzione extragiudiziale di Luis Fernando, Fabiola ha deciso di chiamare il 2009 l'anno delle Nozze di piombo e impunità, e di organizzare varie iniziative.
Nonostante i resti del giovane siano stati ritrovati grazie alla costante insistenza della famiglia, infatti, ancora nessuno è stato giudicato per quell'omicidio e affinché nessuno dimentichi, per tutto l'anno sarà aperta a Medellín la Galería de la Memoria. Si tratta di uno spazio in cui tutte le vittime di desaparición forzada possano raccontare le loro storie, condividere il loro dolore con altre vittime e richiamare l'attenzione sulla reale brutalità di questi crimini.
La galleria organizzerà anche alcune giornate contro le impunità, giornate per la memoria e un seminario "La desaparición forzada en América Latina" che si terrà l'11 e il 12 agosto.
Operación Cirirí .Questa madre coraggio colombiana sabato 30 maggio ha raccontato di nuovo la sua vicenda tutta personale, ma così orrendamente simile ad altre migliaia di drammi familiari nel paese sudamericano. Questa volta lo ha fatto al V Congresso internazionale delle vittime del terrorismo, che si è svolto a Medellín. Il suo proposito, appunto, proporre una Operación Cirirí anche per ottenere un accordo umanitario tra lo Stato e la guerriglia, da anni tentato e sempre naufragato.
La testimonianza. Come riporta il giornale nazionale El Colombiano, la proposta di Fabiola Lalinde ha entusiasmato la platea, ma tra le più coinvolte e commosse ne è emersa una, Emperatriz de Guevara, un'altra donna, l'ennesima, che continua a sperare giustizia per la morte del figlio, il maggiore della polizia Julián Ernesto Guevara Castro, morto nel febbraio 2006 mentre era prigioniero delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Da due mesi, infatti, la guerriglia si è detta disposta a restituire le spoglie del giovane catturato il 1 novembre 1998 e morto dopo una lunga malattia, e a liberare il sergente Pablo Emilio Moncayo. Ma da quell'annuncio ancora niente nuove. A bloccare tutto è stato l'immediato e secco no del presidente Álvaro Uribe all'unica condizione imposta dalla guerriglia: la partecipazione nella trattativa della senatrice Piedad Córdoba, a capo della Ong Colombiane e colombiani per la pace e da tempo impegnata nella mediazione con le Farc. "Che il signor presidente ceda almeno un po' - ha così esordito la donna - speriamo solo questo. Almeno che ci permetta di riavere Moncayo e i resti del mio Julián".
"Non chiedo altro". "Ci sarebbero talmente tante cose da chiedere, che subito la mia supplica diventa secondaria, dato che la guerriglia si è già espressa in tal senso. Hanno detto che mi ridaranno il corpo appena ci saranno le condizioni per farlo, ma ancora non è stato possibile. Oltre al cadavere di Julián, ci sono tanti sequestrati da rilasciare. E lo faranno, non appena si verificheranno le circostanze richieste, ossia che Piedad Córdoba partecipi. Ecco tutto quello che pretendono, non hanno imposto altro impedimento", precisa la donna. "L'unica cosa che invece chiedo io e che già ho detto anche al Presidente è che, per l'amor di Dio, per cinque minuti della sua vita smetta di essere il presidente e sia padre. Non chiedo nient'altro".
La petizione. Accorati appelli che si sono trasformati in una petizione diretta a Casa Narino, e firmata, fra gli altri, dagli ex ostaggi delle Farc Sigifredo López, Orlando Beltrán Cuéllar, Alan Jara e Óscar Tulio Lizcano. La richiesta al Governo è che autorizzi la commissione formata da Piedad Córdoba, dal profesor Gustavo Moncayo, padre del giovane in mano della guerriglia da 12 anni, dalla Chiesa Cattolica e dal Comitato internazionale della Croce rossa, a continuare le trattative con le Farc. Manca soltanto che il capo di Stato dica sì.
"Dato che conosciamo perfettamente la sofferenza dei sequestrati e dei loro familiari - hanno affermato gli ex sequestrati - con urgenza sollecitiamo il signor presidente della Repubblica, dottor Álvaro Uribe Vélez, a facilitare la liberazione del capo dell'Esercito Pablo Emilio Moncayo, e a intraprendere il cammino necessario per concretizzare il tanto anelato scambio umanitario che salverà la vita dei sequestrati".
Stella Spinelli
Parole chiave: colombia, paramilitari, farc, guerriglia, terrorismo di stato