03/06/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Venti anni fa i carri armati nella piazza della protesta. Wang era uno studente. Oggi è un fuzionario

Scritto per noi da
Ernesto Corvetti

 

Il signor Wang ha quarant'anni circa. E' uno degli studenti di piazza Tienanmnen. Dopo “l'incidente” del giugno 1989 venne spedito in provincia. Sì, proprio come si era fatto vent'anni prima con le guardie rosse ormai da rottamare. La rieducazione nella Cina di periferia funzionava bene. A Wang era stata assegnato un ruolo burocratico di basso profilo, di controllo amministrativo. Noi diremmo, un lavoro da travèt. Lo svolgeva diligentemente. Lui era stato uno studente in gamba, una delle “cime” della sua generazione. Venne così notato da uno dei nuovi imprenditori cinesi, che gli fece la proposta giusta: “Perché non passi da questa parte?”
Oggi il signor Wang è a capo di una delle compagnie di real estate più potenti della Cina: costruzioni e compravendita immobiliare. Ha apportato all'impresa che ha creduto in lui il valore aggiunto del franchising: noi ci mettiamo il marchio, il lavoro vero lo fanno le decine di affiliate sparse per la Cina. Poi ci becchiamo la percentuale.
Di storie come quella di Wang ne esistono parecchie. Il vero epilogo di Tienanmen non è costituito da quel numero indefinito di morti in piazza e dai giustiziati del giorno dopo. Quanti? Due, tremila in tutto? Non si sa e probabilmente non lo si saprà mai. La generazione degli studenti con la fascetta bianca in testa tiene oggi le redini del potere economico cinese. Domani, forse, di quello politico.

Nessun segnale dalla Beida (l'università di Pechino), encefalogramma piatto alla Renda (quella del Popolo). Gli studenti del nuovo millennio pagano per studiare, sono i “principini” nati dalla politica del figlio unico, almeno due generazioni di familiari investono su di loro. Non c'è tempo per dedicarsi a un “incidente” di vent'anni fa. “Perché rivangare Tienanmen?”, mi chiede un amico da anni residente in Cina. “Non interessa a nessuno. Non interessa ai carnefici di allora, per ovvie ragioni, e neppure agli ex studenti. Nel 2022 saranno i nuovi leader del Paese. Perché giocarsi un futuro radioso per ritirare fuori questa storia? In questo senso, il movimento di piazza Tienanmen ha già vinto”. Chiedevano riforme. Le hanno avute. Chiedevano democrazia? “Hanno avuto pure quella”, insiste l'amico. Non è quella occidentale. Oggi un cinese può arricchirsi, discutere di tutto, viaggiare, consumare. Non può criticare le massime autorità dello Stato e del partito e organizzarsi in un movimento politico. “Del resto – continua – è più democratico un Paese in cui si possono insultare pubblicamente, in forma scritta, il premier o il capo dell'opposizione ma dove si alza il muro del silenzio appena si toccano i poteri forti che ci stanno dietro; oppure un Paese in cui si discute quotidianamente e diffusamente di tutto, dei problemi politici sostanziali, a patto che si lascino stare le massime cariche dello Stato?”

Tienanmen vent'anni fa. In Cina, oggi, ci sono problemi più urgenti. Dagli aerei non si sbarca tanto facilmente. Si rimane al proprio posto finché un signore in camice bianco e mascherina non ha puntato alle tempie di tutti i passeggeri una specie di pistola laser, alla ricerca i qualche linea di febbre. Poi c'è la weiji, la crisi. Dalla cintura manifatturiera a sud giungono voci di chiusure a catena, con tanto di imprenditori stranieri fuggiti con la cassa. Sono le aziende votate all'export e la filiera delle subforniture, quelle che subiscono il crollo del mercato Usa e la paralisi di quello europeo. In compenso, le regioni interne cominciano a godere del pacchetto di stimoli varato dal governo: infrastrutture, costruzioni. C'è nuova trippa per i signor Wang.

Parole chiave: tienanmen, cina, repressione, morti, impresa
Categoria: Diritti
Luogo: Cina