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Neanche i giudici hanno negato che quei 78 morti persero la vita per "soffocamento", ammanettati e gettati uno sopra l'altro, come scatoloni, nei camion dell'esercito che li avrebbero portati a una base militare 150 chilometri più in là, sotto il cocente sole del sud della Thailandia. Ma nonostante non ci siano dubbi sui fatti, per la strage di Tak Bai non c'è nessun colpevole: tutti gli ufficiali sotto processo sono stati assolti la scorsa settimana da una corte locale. Con una decisione che rischia di alimentare nuove tensioni nel problematico sud a maggioranza islamica, dove da anni sono attivi diversi movimenti ribelli separatisti.
Gli ufficiali coinvolti nell'episodio - una deportazione giunta dopo aver represso con la forza una manifestazione pacifica di protesta contro la detenzione di sei civili accusati di aver fornito armi ai ribelli - avevano "ragioni impellenti" per trasportare oltre mille dimostranti arrestati in quel modo. Per non parlare dei pestaggi, contro persone immobilizzate dalle manette ai polsi dietro la schiena, in episodi documentati successivamente dalla commissione nazionale per i diritti umani. "Hanno fatto del loro meglio, data la febbrile situazione", ha aggiunto la corte, per riportare "l'emergenza" sotto controllo.
"L'emergenza", in quel 25 ottobre 2004, erano i circa 1.500 dimostranti davanti alla stazione di polizia di Tak Bai, nella provincia meridionale di Narathiwat. Le forze dell'ordine lanciarono prima gas lacrimogeni, poi spararono proiettili in aria e infine direttamente sulla folla, causando sette morti. La situazione era già tesa: qualche mese prima fu lanciata la lotta separatista che ha già causato oltre 3.500 morti. La zona, come le vicine province di Yala e Pattani, è infatti diventata parte della Thailandia a inizio Novecento ma religiosamente, etnicamente e linguisticamente molto più prossima alla Malaysia. La strage di Tak Bai, insieme a quella dell'irruzione armata nella moschea di Kru Ze - dove morirono tutti i 32 ribelli lì asseragliati - non fecero che aumentare il risentimento della popolazione locale, che da decenni si sente trascurata da Bangkok e da un'elite di potere monoliticamente buddista.
Cinque anni dopo, i ribelli non hanno un nome, né un leader o un simbolo, ma rimangono attivi: la settimana scorsa, una serie di nove esplosioni coordinate ha scosso la città di Yala. Inizialmente considerato un potenziale rappresentante di al Qaeda nella regione, il movimento armato è in realtà descritto ora come un fenomeno puramente locale, che si nutre di rivendicazioni vecchie di cent'anni. Il primo ministro Abhisit Vejjajiva, in carica dallo scorso dicembre, ha promesso di riportare l'ordine grazie a un approccio basato non solo sulla forza, ma anche sulla giustizia e la riconciliazione. Ma la sentenza appena emessa (che scagiona quindi anche l'allora premier Thaksin Shinawatra, ora in esilio e nemico numero uno dell'attuale governo), agli occhi della minoranza islamica, confermerà l'impressione che le autorità thailandesi vogliono mantenere lo status quo senza fare nessuna concessione.