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Una
densa miscela di inquinamento e umidità ricopre oggi quella che per i
faraoni era una periferia del regno bagnata dal Nilo, ma che coi romani
prima e con gli arabi poi si è sviluppata in dimensioni ed importanza
fino a diventare una delle città arabe ed africane maggiormente
popolate, un enorme contenitore di storie, un sistema estremamente
dinamico e al contempo, a detta degli egiziani stessi, immobile (o
immobilizzante…?). Capitale amministrativa ed economica, soprattutto
dagli anni della rivoluzione nasseriana (1952) e poi con la "open door
policy" degli anni '70, il Cairo ha costituito e tuttora costituisce un
irresistibile magnete per la popolazione egiziana e per il turismo (e
gli investimenti) dall'estero, rappresentando perciò anche visivamente
uno spazio dove i processi paralleli di urbanizzazione, crescita
demografica e speculazione edilizia hanno subito una drastica ed
incontrollata accelerazione, intrecciandosi sempre di più alle
disparità sociali preesistenti.
Il cimitero. E poiché nella realtà le disparità sono ben rappresentate da confini sensibili,
salire gli scalini del ponte di ferro che attraversa l'autostrada alle spalle
della cittadella di Mohammed 'Ali può dare una percezione abbastanza chiara della
separazione - non solo spaziale - che si percepisce entrando nella "città dei
morti", dall'altra parte. Ed è un'emersione dalla confusione, dalla frenesia,
dalla sensazione di saturazione che il Cairo ti lascia addosso: per le strade
del cimitero una grande calma, pochissime macchine, il respiro e la vista si distendono
lungo le viuzze sterrate, seguendo la linea delle cupole finemente decorate che
muovono il profilo basso della Qarafah, ovverosia di ciò che è rimasto delle aree
riservate alla sepoltura dei morti della Cairo fatimida, mamelucca (soprattutto)
e poi ottomana. Situato a est del Nilo e del centro del Cairo, il cimitero si
estende alle zone a nord (Bab el-Nasr, Darrasa) e sud della cittadella, alle pendici
della montagna Moqattam (Imam Ech-Chefe'i).
Chi vive nella Città dei Morti? In ogni caso anche l'altissima pressione demografica, il cattivo stato delle
case popolari costruite negli anni del socialismo nasseriano e la mancata armonizzazione
fra salari e costi degli immobili di recente costruzione hanno portato, già dall'inizio
del secolo scorso, a una situazione di insediamento duraturo per altre parti della
(neo)popolazione cairota. È un processo avvenuto per alcuni tramite l'occupazione
(pro manutenzione) delle tombe di famiglia, per altri attraverso un "regolare"
procedimento di assegnazione delle tombe abbandonate dalla discendenza
e gestito storicamente dai becchini, che costituiscono perciò la classe
più agiata nel variegato e vivace microcosmo del cimitero, popolato
oggi da circa 15.000 persone fra le quali impiegati, lavoratori
giornalieri e gestori di piccoli commerci e laboratori.
Sentendoci parlare arabo, Rasha ci ferma: le traduciamo una breve
lettera, sul retro della foto lasciatale da una amica inglese che
periodicamente viene al Cairo a studiare la danza del ventre. Rasha è
venuta ad abitare qui coi genitori e i sei fratelli, in seguito al
terremoto che nel '93 ha abbattuto un intero settore della città
vecchia, altri arrivano invece da zone rurali del Cairo o dell'Egitto
meridionale e contano fino a due o tre generazioni di neo-cairoti che
nel cimitero sono nati e vissuti. Questa promiscuità fra vivi e morti
gradualmente si assimila, diventa assurdamente naturale: i panni stesi,
i bambini che giocano per la strada, l'impressionante massa di gente
che si riversa a tutto vendere e comprare nel gigantesco, incredibile
mercato del venerdì (suq el-guma'a) a ridosso del cavalcavia che chiude
un lato del cimitero sud… segnali di vita quotidiana nel cimitero, dove
non si ignorano i morti che "almeno - dice Rasha scherzando - sono
vicini tranquilli…".