06/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un soldato sardo parte per portare la pace nei Balcani e torna con un'orribile malattia
Il ragazzo di Quartu S. Elena aveva solo venticinque anni ed era alto, giovane e forte, quando nel 1999 rientrò da una missione di pace nei Balcani. “Ricordo che aveva ben chiara la sua situazione. Telefonò al giornale (l’Unione Sarda n.d.r ) perché voleva parlare della sua malattia”, dice Walter Falgio, allora cronista al quotidiano e continua: “Cominciava a crescere il caso uranio in Sardegna e lui si fece avanti. Era l’inizio del 2000, se ricordo bene. Arrivò in redazione e ci spiegò che aveva saputo d’aver contratto una patologia al sistema emo-linfatico. Voleva che l’esercito italiano gli riconoscesse la ‘causa di servizio’, ma non solo. Desiderava prima di tutto chiarezza sui pericoli dell’uranio impoverito, di cui aveva respirato le polveri durante il suo arruolamento in territorio di guerra”.

Il giornalista cerca tra i pensieri, tenta di rimettere ordine nella ragnatela di questioni scatenate dall’uso di queste armi, terribili e misteriose, protette dai comandi militari di tutto il mondo, come si fa col più segreto dei segreti. “Era gioviale, simpatico, gentile e cercava la verità – insiste Walter – non un risarcimento e basta. Non aveva appartenenze politiche, era un gran tifoso, questo sì, uno della curva Nord. I suoi amici non lo hanno mai dimenticato, la squadra non lo ha fatto, così ancora pochi giorni fa si continuava a sperare di salvarlo da un destino davvero ingiusto. Che aggiungere? La questione uranio impoverito, in generale le malattie contratte durante il servizio militare, sono un tema molto sentito qui. La Brigata Sassari, i sassarini, come li chiamano, sono in prima linea, il poligono di Perdasdefogu è un immenso laboratorio per la sperimentazione degli armamenti”.

“Valery è l’ennesima vittima dell’arma invisibile. Qui in Sardegna non sappiamo più comprendere come si possa negare l’evidenza”. A parlare è Mariella Cau, del comitato Gettiamo le basi . “I casi di malattia si moltiplicano, le autorità militari e politiche parlano, rassicurano, ma non succede nulla”, insiste con ragionevole perseveranza e continua: “In Italia dovrebbero esserci 16mila ettari occupati da poligoni per esercitazioni. Di questi 11.600 sono in Sardegna. A terra. In mare lo spazio utilizzato è più grande dell’intera regione. C’è un paesetto, a est della base, Salto di Quirra. Centocinquanta abitanti in tutto. Diciotto di loro hanno patologie al sistema emo-linfatico, una percentuale del dodici per cento, contro lo 0,069, no forse lo 0,0069, che è la media nazionale”. Ha una voce calma la signora Cau, continua a raccontare, ma le sue parole pesano come pietre: “C’è un paese più grande, Escalaplano, a ovest dell’insediamento militare. Duemila cinquecento persone e 14 bambini nati con malformazioni genetiche, cinque solo nel 1988, chissà perché? A volte i due centri si ritrovano avvolti in strane polveri appiccicose, una nebbia pesante, che arriva dal poligono”.

Non si può dire che la stampa abbia ignorato la cosa, specialmente quella locale. Così si è fatta anche un’indagine. “Approfondita davvero – insiste un po’ ironica la signora Cau – è durata quattro ore, il 7 marzo del 2003. Sono arrivati i giornalisti, il Sottosegretario alla difesa, l’On. Salvatore Ciccu, il professor Francesco Riccobono, geochimico dell'università di Siena. Dovevano fare due prelievi di terreno per controllare la percentuale di radioattività. Ne hanno fatti tre. Uno nel giardino di un albergo-ristorante, uno alla base di una rampa di lancio missilistica. Posti nei quali solitamente non cadono proiettili. Il terzo, per mostrare la disponibilità ad assecondare la preoccupazione degli organi di stampa, lo hanno lasciato indicare dai giornalisti presenti. Non aggiungo altro”. Lo stesso giorno la ASL 8 di Cagliari, incaricata dalla Procura militare, con tempestiva prontezza, aveva reso noto che il territorio circostante la base conteneva alte percentuali di arsenico. I prelievi erano stati effettuati, tuttavia, nelle vicinanze di una miniera ormai dismessa, quella di Baccu Locci, sotto Monte Cardiga. Peccato che dalla miniera in questione si prelevasse, appunto, arsenico. Inoltre, secondo la letteratura medica, la sostanza non provocherebbe patologie all’apparato emo-linfatico. Le forze armate hanno sempre negato l'uso di proiettili radioattivi durante le esercitazioni.

La rappresentante del Comitato gettiamo le basi conclude: “Secondo le inchieste qui non succede nulla, peccato che a indagare sulle attività militari siano organismi incaricati dal Ministero della Difesa, nella sua doppia veste di indagato e indagatore”. Valery non c’è più, dell’uranio impoverito non si sa molto, ma una cosa rimane a ricordare il caporalmaggiore Melis, Salvatore Vacca, Giuseppe Pintus, altri sei militari del poligono di Perdasdefogu di cui nessuno ricorda più il nome e tanti altri. La loro morte.

Roberto Bàrbera
 
Categoria: Guerra, Salute, Armi
Luogo: Italia
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