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scritto per noi da
Francesca Rolandi
C'era una volta lo spazio culturale jugoslavo. Dove non solo le idee circolavano, ma anche gli artisti, sull'onda di innumerevoli cooproduzioni, progetti comuni, relazioni umane che si instauravano anche dal basso, sotto la spinta di un sistema che spingeva spesso gli studenti a spostarsi all'interno della confederazione al di fuori della propria repubblica di appartenenza.
Poi venne la guerra e il sistema andò in pezzi. E quando questa finì, le scene culturali dei paesi della ex Jugoslavia rimasero, con poche eccezioni, circoscritte all'interno dei nuovi confini e iniziarono a ignorarsi. A distanza di 14 anni dalla fine del conflitto questa distanza sembra alimentata più dalla non conoscenza che da tensioni nazionalistiche. Basti pensare che un sondaggio effettuato qualche settimana fa da un importante media serbo ha mostrato come una percentuale preoccupante dei giovani serbi non sappia che Sarajevo è la capitale della Bosnia Erzegovina.
La manifestazione I giorni di Sarajevo, organizzata a Belgrado dal 14 al 17 maggio e giunta alla sua terza edizione, appare interessante perché si propone di utilizzare il vettore della cultura per dare un contributo alla conoscenza reciproca tra vicini che nella maggior parte dei casi non dialogano, pur parlando due varianti diverse di quella che prima della guerra era considerata la stessa lingua. Suo simbolo e logo è la fontana di Sebilj, simbolo della città di Sarajevo, che quest'ultima donò come segno di amicizia a Belgrado nel 1989 in occasione del IX vertice dei Paesi Non Allineati e che ancora troneggia sul fondo della zona pedonale di Skadarlja.
La scena culturale sarajevese vive un momento di fioritura. È vivace, interconnessa nei suoi diversi settori, e in gran parte engagée in senso antinazionalista. Il festival ha offerto ai belgradesi l'occasione di familiarizzare con la produzione bosniaca contemporanea, presentando spettacoli teatrali, concerti, film, spunti di arte contemporanea e di fotografia. E ha trovato una buona rispondenza di pubblico, pur avvenendo in concomitanza con un nutrito programma di eventi. Oltre alla volontà di presentare un'offerta culturale, una delle istanze principale del festival è quella di combattere i tabù che hanno avvolto in Serbia la memoria della guerra di Bosnia. Il periodo in cui si tiene il festival, la prima metà di maggio, è un rimando voluto al maggio 1992, quando iniziò l'assedio della capitle bosniaca.
A spiccare è stata la programmazione teatrale, apertasi con la piece teatrale Vremenski tunel [Tunnel del tempo], per la regia di Admir Glamočak, storia di un viaggio immaginario nella storia bosniaca, condito dall'humor surreale che è sempre stata un marchio distintivo della produzione sarajevese. Oltre a ciò, Dino Mustafiċ, che ha presentato due opere che parlano anche di Bosnia pur attraverso altre esperienze: Mortal combine, dramma sociale della transizione dal comunismo al capitalismo da un testo del giovane autore polacco Pawel Szala; Zvijer na mjesecu [La belva sulla luna], dramma sulla condizione dei profughi armeni sopravvisuti al genocidio da un testo di Richard Kalinoski. A concludere, Budućnost je u jajima [Il futuro è nelle uova], di Jonesco, per una produzione del Sarajevo War Theatre.
Non meno nutrita è stata la proposta musicale, con i concerti di due nomi chiave della scena musicale locale. I Dubioza Kolektiv, raccontano di una Bosnia molto diversa da come loro la vorrebbero, divisa secondo confini etnici e saccheggiata da una classe politica nazionalista e corrotta; il loro mix di hardcore, raggae e dub scandisce quasi tutte le proteste della società civile bosniaca. Il Damir Imamoviċ Trio, rivisita la musica tradizionale bosniaca, chiamata sevdah, e la contamina con il jazz, influenze arabe e indiane e ha rapito un auditorium dove si è registrato il tutto esaurito e dove molte persone conoscevano a memoria le canzoni. La sevdahlinke tiene a precisare Damir in conferenza stampa "è stata spesso erroneamente presentata come un tipo di musica legato eslusivamente alla tradizione musulmana anche se non lo è affatto. Molti degli artisti che ne hanno scritto la storia erano serbi o croati".
Oltre a questo, va registrata una nutrita presenza di documentari attenti ai temi di attualità, come Sarajevo Queer Festival 2008, sul primo evento culturale della comunità LGBT bosniaca, terminato ancora prima di cominciare con aggressioni e una violenta caccia all'uomo, o Demokracija u prevodu [Democrazia in traduzione], che racconta gli esperimenti di cittadinanza attiva della primavera sarajevese 2008, raccontati dagli occhi degli attivisti che li hanno vissuti.
E poi altro: installazioni, mostre fotografiche, workshop, presentazioni di libri , dj set e concerti notturni. Tra cui quello delle Starke [in bosniaco Starke sono le scarpe All Star], eclettico trio al femminile, che ama provocare e stuzzicare la mentalità benpensante bosniaca.
Tre panels di discussione hanno coinvolto attivisti e intellettuali di entrambe le capitali sui temi della libertà di circolazione, della libertà di stampa e di quella di orientamento sessuale. Si tratta di argomenti-chiave sia per la Serbia che per la Bosnia. In un momento in cui la prima sta negoziando facilitazioni nella sua politica dei visti, la seconda rischia di trovarsi un passo più indietro, nuove barriere sono in agguato e si prospetta una corsa al passaporto serbo da parte dei cittadini serbi di Bosnia. Una riflessione sui media è inoltre cruciale sia a Belgrado che a Sarajevo, sia per quanto riguarda le loro responsabilità negli anni Novanta, sia per l'importanza che in essi hanno raggiunto gruppi di potere politico che ne hanno assunto la proprietà. E dove gli spazi di libertà non sono ben sfruttati e le pressioni sono numerose e multifomi. Come quelle subite di recente in Serbia, dal punto di vista sia finanziario sia giudiziario, dal quotidiano Borba, che ha pubblicato per primo documenti relativi a un grande scandalo diplomatico che avrebbe poi travolto il consolato serbo negli Stati Uniti.
Lo stato dei diritti della popolazione LGBT è in entrambi i paesi preoccupante: una sorte simile a quella del Sarajevo Queer Festival 2008 era toccata al suo corrispondente belgradese nel 2004, mentre in Serbia una legge sulle discriminazioni a sfondo sessuale è stata bloccata dai rappresentanti delle comunità religiose. "Conoscere quello che avviene dall'altra parte è importante" riflette Boris, attivista di Niš "per creare delle relazioni, ma anche per confrontare delle esperienze. E in particolare lo è per un paese come la Serbia, dove il mondo delle Ngo e di chi si batte per i diritti umani è a volte controverso e fatica ad entrare in contatto con il resto della società".
L'evento, organizzato da Youth Initiative for Human Right (YIHR), è stato ospitato sia in sedi tradizionalmente militanti in senso antinazionalistico, come il Czkd, Centro per la decontaminazione culturale, che ha collaborato all'organizzazione, sia in sedi istituzionali, alcune delle quali non hanno sempre avuto un profilo "amichevole" rispetto a questo genere di iniziative. La direttrice del Czkd Borka Pavičeviċ racconta con soddisfazione che "il sostegno della città di Belgrado all'iniziativa è il coronamento di uno sforzo iniziato sin dagli anni Novanta, con numerose iniziative di sensibilizzazione sui temi bosniaci. Ciò testimonia che il tempo può aiutare a capire e che la società civile ha fatto il suo lavoro, di pressione sui poteri politici. Questi paesi sono nati dalla disintegrazione, ora deve emergere un bisogno che essi si reintegrino". Il bilancio del festival, che ha portato quasi 300 artisti bosniaci nella capitale serba, è largamente positivo a detta degli organizzatori e viene sottolineata la volontà di migliorarsi che ha caratterizzato la manifestazione di anno in anno. "Vedere i manifesti del festival in giro per Sarajevo" afferma Miljenko Jergoviċ, autore di Le Marlboro di Sarajevo durante la presentazione del suo nuovo romanzo, "è una bella vittoria".