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Con il protrarsi del conflitto, la questione del PTSD sta diventando sempre più
grave. Pochi giorni fa il Pentagono ha reso noto che nel 2004 il tasso di suicidi
tra i soli Marines è aumentato del 29 per cento: i 31 registrati costituiscono
il picco dell’ultimo decennio. Fino allo scorso novembre, in Iraq si erano tolti
la vita 40 soldati. Le storie di militari che si uccidono spuntano una dietro
l’altra dalle cronache dei giornali locali: l’ultima è quella del sergente Curtis
Greene, un 31enne della Florida con moglie e figli, che per la paura di essere
richiamato in servizio in Iraq si è impiccato in caserma. Come molti altri che
scelgono di togliersi la vita perché inseguiti dagli incubi dell’Iraq, ufficialmente
Greene non soffriva di PTSD. Non aveva mai cercato aiuto psicologico, e nessuno
nell’esercito aveva capito che qualcosa non andava. Casi come il suo rafforzano
negli esperti la convinzione che i veterani dell’Iraq afflitti da PTSD siano ben
più di quel 17 per cento riportato nel New England Journal of Medicine. “Quella ricerca aveva due limiti fondamentali – spiega Steven Robinson, direttore
del National Gulf War Resource Center – che non vanno dimenticati. Non comprendeva i soldati feriti in combattimento,
ed essendo stata fatta nella seconda metà del 2003 non ha potuto tenere conto
dello scoppio ritardato del PTSD: molti soldati cominciano ad avere problemi solo
una volta ritornati a casa”.
La paura di mostrarsi deboli. A questo bisogna aggiungere la paura di mostrarsi deboli davanti ai propri commilitoni
e alla società, o il timore – per chi vuole rimanere nell’esercito – di vedersi
pregiudicata la carriera militare. E’ celebre il caso del sergente Georg-Andreas
Pogany, inizialmente accusato di “codardia” (un crimine punibile con la pena di
morte, e scomparso dai tempi del Vietnam) per aver avuto un grave attacco di panico
al suo secondo giorno in Iraq, dopo aver visto i resti del cadavere di un soldato
iracheno. Di fronte al clamore provocato dalla vicenda, in seguito l’esercito
trasformò l’accusa di codardia in quella di “inadempienza dei propri doveri”,
e poi depennò anche quest’ultima. Ma il caso confermò che l’esercito non vede
di buon occhio chi si tira indietro per problemi psicologici, e per questo molti
soldati preferiscono rinchiudersi in sé stessi piuttosto che condividere le proprie
sofferenze con gli altri. “Nessuno vuole vedersi troncata la carriera sentendosi
dire che non può gestire lo stress”, dice Robinson.
La gestione dell'emergenza. Sebbene sul terreno esistano circa un centinaio di cliniche del dipartimento
per i Veterani – e vari ospedali militari – che offrono aiuto psicologico e psichiatrico,
la gestione dell’emergenza PTSD da parte di Washington sta scontentando un po’
tutti. Lo scorso settembre Steve Robinson scrisse un rapporto intitolato The Hidden Toll (“Il tributo di vite nascosto”), in cui puntava il dito contro il dipartimento
della Difesa per lo scarso aiuto offerto ai militari con problemi psicologici,
specialmente sul campo. “Da quel momento la situazione è addirittura peggiorata
– si sfoga Charles Sheehan-Miles, direttore dell’associazione Veterans for Common Sense –. Ci sono valanghe di soldati che tornano a casa e soffrono di PTSD, aumentando
la pressione sul sistema. E allo stesso tempo l’amministrazione sta tagliando
il budget sanitario per i crescenti costi della guerra e i tagli alle tasse. Noi
cerchiamo di farci sentire, ma la storia dimostra che non possiamo fare molto”.Alessandro Ursic