04/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Decine di migliaia di soldati usa tornano dall'Iraq con gravi problemi mentali
(2.continua)
 
Soldati Usa vicino al cadavere di un loro compagno ucciso in un'imboscataCon il protrarsi del conflitto, la questione del PTSD sta diventando sempre più grave. Pochi giorni fa il Pentagono ha reso noto che nel 2004 il tasso di suicidi tra i soli Marines è aumentato del 29 per cento: i 31 registrati costituiscono il picco dell’ultimo decennio. Fino allo scorso novembre, in Iraq si erano tolti la vita 40 soldati. Le storie di militari che si uccidono spuntano una dietro l’altra dalle cronache dei giornali locali: l’ultima è quella del sergente Curtis Greene, un 31enne della Florida con moglie e figli, che per la paura di essere richiamato in servizio in Iraq si è impiccato in caserma. Come molti altri che scelgono di togliersi la vita perché inseguiti dagli incubi dell’Iraq, ufficialmente Greene non soffriva di PTSD. Non aveva mai cercato aiuto psicologico, e nessuno nell’esercito aveva capito che qualcosa non andava. Casi come il suo rafforzano negli esperti la convinzione che i veterani dell’Iraq afflitti da PTSD siano ben più di quel 17 per cento riportato nel New England Journal of Medicine. “Quella ricerca aveva due limiti fondamentali – spiega Steven Robinson, direttore del National Gulf War Resource Center – che non vanno dimenticati. Non comprendeva i soldati feriti in combattimento, ed essendo stata fatta nella seconda metà del 2003 non ha potuto tenere conto dello scoppio ritardato del PTSD: molti soldati cominciano ad avere problemi solo una volta ritornati a casa”.
 
Un'operazione di pattugliamento porta a portaLa paura di mostrarsi deboli. A questo bisogna aggiungere la paura di mostrarsi deboli davanti ai propri commilitoni e alla società, o il timore – per chi vuole rimanere nell’esercito – di vedersi pregiudicata la carriera militare. E’ celebre il caso del sergente Georg-Andreas Pogany, inizialmente accusato di “codardia” (un crimine punibile con la pena di morte, e scomparso dai tempi del Vietnam) per aver avuto un grave attacco di panico al suo secondo giorno in Iraq, dopo aver visto i resti del cadavere di un soldato iracheno. Di fronte al clamore provocato dalla vicenda, in seguito l’esercito trasformò l’accusa di codardia in quella di “inadempienza dei propri doveri”, e poi depennò anche quest’ultima. Ma il caso confermò che l’esercito non vede di buon occhio chi si tira indietro per problemi psicologici, e per questo molti soldati preferiscono rinchiudersi in sé stessi piuttosto che condividere le proprie sofferenze con gli altri. “Nessuno vuole vedersi troncata la carriera sentendosi dire che non può gestire lo stress”, dice Robinson.
 
Una cura incerta. Gli psichiatri non hanno ancora capito se dal PTSD si può guarire. “Su questo aspetto il dibattito è ancora in corso – spiega Fine –. Il nostro approccio è quello di trattare il PTSD come una malattia cronica, con cui bisogna imparare a convivere. Altri psichiatri pensano invece che ci sia la possibilità di arrivare il più vicino possibile a una cura. Esistono comunque soldati che cercano aiuto da noi e poi ritornano a combattere: molti veterani del Vietnam con problemi di PTSD hanno poi servito durante la prima guerra del Golfo, altri hanno combattuto in quella e poi nell’operazione Iraqi Freedom”.
 
Un edificio di Baghdad brucia dopo l'ennesimo attacco dei ribelliLa gestione dell'emergenza. Sebbene sul terreno esistano circa un centinaio di cliniche del dipartimento per i Veterani – e vari ospedali militari – che offrono aiuto psicologico e psichiatrico, la gestione dell’emergenza PTSD da parte di Washington sta scontentando un po’ tutti. Lo scorso settembre Steve Robinson scrisse un rapporto intitolato The Hidden Toll (“Il tributo di vite nascosto”), in cui puntava il dito contro il dipartimento della Difesa per lo scarso aiuto offerto ai militari con problemi psicologici, specialmente sul campo. “Da quel momento la situazione è addirittura peggiorata – si sfoga Charles Sheehan-Miles, direttore dell’associazione Veterans for Common Sense –. Ci sono valanghe di soldati che tornano a casa e soffrono di PTSD, aumentando la pressione sul sistema. E allo stesso tempo l’amministrazione sta tagliando il budget sanitario per i crescenti costi della guerra e i tagli alle tasse. Noi cerchiamo di farci sentire, ma la storia dimostra che non possiamo fare molto”.
 
Meglio prevenire. Robinson è meno pessimista, ma riconosce che la situazione rimane critica. “L’approccio del dipartimento della Difesa è sempre quello, ma in questo momento il Congresso sta lavorando su nuove misure che potrebbero migliorare le cose. Tra qualche settimana presenterò una proposta di legge per garantire a ogni soldato che torna dalla guerra un colloquio con uno psicologo. E’ meglio combattere il PTSD sul nascere, piuttosto che aspettare che i soldati si presentino in ospedale già con seri sintomi”.
 
(2. fine. La prima parte è stata pubblicata giovedi' 3 marzo)

Alessandro Ursic

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