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Fino a 100mila morti iracheni, ormai 1.500 caduti e 11mila feriti tra le fila
dell’esercito statunitense. La triste contabilità del conflitto in Iraq è aggiornata
in continuazione, ma c’è un numero che nessuno può ancora quantificare con precisione
eppure si teme sia enorme: quello dei soldati che ritornano a casa con seri problemi
mentali.
I sintomi. Il PTSD si può manifestare in vari modi, dalla depressione agli incubi notturni,
dalla mancanza di emozioni agli sbalzi improvvisi di umore. Molti sperimentano improvvisi
attacchi di panico, piangono a dirotto senza un motivo apparente, rivivono ad
occhi aperti i momenti più terrificanti. Alcuni soldati si sentono colpevoli perché
sono sopravvissuti mentre i loro compagni sono morti, altri si isolano dalla famiglia
e dagli amici. “Come fai a raccontare a tuo padre di quando hai visto quell’iracheno
sanguinante che ha perso metà del corpo per l’esplosione di una bomba? – scrive
un soldato che soffre di PTSD sul sito dell’associazione di veterani Operation Truth – Come fai a raccontargli delle notti in cui hai dormito con un’arma carica
sotto il cuscino? E’ difficile trovare le parole per il puro terrore e la sensazione
di impotenza e rabbia che provi quando sei sotto il fuoco dei mortai o dei razzi
da 127 millimetri. I cadaveri, i civili feriti, quel maledetto odore e i canti
delle moschee alla sera sono sempre nella mia testa”.
La responsabilità di salvare gli altri. Lo stress può essere particolarmente elevato per chi ha decine di uomini ai
suoi ordini. Il tenente J. Phillip Goodrum, 34 anni, nei sei mesi in cui ha prestato
servizio in Iraq ha comandato 32 soldati, perdendone uno. La sua unità, addetta
al rifornimento delle truppe, percorreva in lungo e in largo il territorio iracheno.
“Viaggiavamo sempre – racconta – su convogli completamente insicuri. Non avevamo
né mappe, né protezioni, né scorta. La manutenzione dei veicoli era pessima ed
eravamo sempre a corto di carburante. Non c’è peggiore sensazione di avere poca
benzina quando sei in campo aperto e ti sparano addosso, mentre sei responsabile
della vita di decine di ragazzi”. Ora Goodrum è in cura al Walter Reed Army Medical Center di Washington, il più grande ospedale militare negli Usa. Tornato dall’Iraq
nel novembre 2003, ha cominciato a soffrire di attacchi di panico, ansia, continuo
stress. Gli hanno diagnosticato il PTSD, e da più di un anno si sottopone a colloqui
bisettimanali con psichiatri, lo imbottiscono di pillole e parla a scatti, con
una leggera balbuzie. “Non ho fatto i progressi che avrei dovuto”, dice. “Ancora
oggi, se sento l’odore del carburante mi ritorna tutto in mente. E ho attacchi
di panico quando mi trovo in una folla, o in mezzo al traffico”.Alessandro Ursic