stampa
invia
La torrida estate irachena è ormai alle porte, e con essa si ripropongono anche i problemi che ogni anno la popolazione deve affrontare, per sopportare le carenze di acqua potabile ed elettricità.
Quest'anno, però, il governo iracheno prevede una drammatica siccità, che peserà in modo disastroso sull'agricoltura del paese e che già starebbe causando danni gravissimi all'ecosistema delle paludi del sud. Secondo le autorità di Baghdad, però, la carenza di acqua non dipende dalla scarsità di precipitazioni -che non sono state diverse dal solito -, bensì dalla Turchia, che con le sue dighe starebbe rapidamente asciugando l'Eufrate e il Tigri, i due fiumi che per millenni hanno dissetato le civiltà della mesopotamia.
"Se il livello dell'Eufrate continua a calare - ha spiegato il direttore del centro iracheno per le Risorse Naturali, Aoun Thiab Abdullah - a luglio sarà un disastro, perché non sarà possibile irrigare i campi". "Questa siccità causerà lo sfollamento di molte persone" ha aggiunto, ricordando che l'irrigazione agricola in Iraq dipende al 90percento dai due fiumi. La situazione starebbe già da ora facendo sentire il proprio impatto in alcune provincie del centro del paese, come Najaf, dove sono state bandite le coltivazioni a riso per risparmiare acqua. Le autorità locali hanno già approntato un piano di razionalizzazione delle risorse, per privilegiare la distribuzione di acqua potabile e l'irrigazione del frumento, ma anche questi accorgimenti potrebbero non essere sufficienti se il livello delle riserve idriche del paese dovesse continuare a calare. Attualmente la disponibilità di acqua nelle dighe nel nord dell'Iraq è stimata intorno a 11 miliardi di metri cubici, mentre solo tre anni fa quelle stesse superavano i 40 miliardi. E la principale diga irachena sull'Eufrate, quella di Haditha, nello stesso periodo è passata da 8 miliardi di metri cubici a uno e mezzo.
Gli esperti iracheni sono convinti che la drastica riduzione della disponibilità idrica sia dovuta alle dighe che la Turchia ha costruito nelle zone prevalentemente agricole nel sud-est del paese, sistemi che ridurrebbero l'afflusso di acqua dell'Eufrate: 230 metri cubi di acqua al secondo contro gli oltre 950 che scorrevano nel 2000. All'impatto di queste dighe, inoltre, si dovrebbe aggiungere anche quello dell'enorme diga dell'Ilisu, della capacità stimata intorno ai 10 miliardi di metri cubi, che Ankara sta costruendo lungo il Tigri. Il governo iracheno ha più volte protestato con la Turchia, chiedendo al governo di Erdogan di lasciare fluire verso l'Iraq almeno 700 metri cubi di acqua al secondo. E lo scorso marzo, durante la sua storica visita in Iraq, il presidente turco Gul aveva promesso di raddoppiare le quote di acqua riservate agli iracheni. Una promessa che non è stata ancora mantenuta. La scorsa settimana, a questo proposito, il parlamento iracheno ha approvato una norma secondo cui la questione delle risorse idriche dovrà essere inclusa in qualsiasi futuro accordo con Ankara.
Secondo Karim al Yakubi, direttore del comitato per l'agricoltura e le risorse idriche del parlamento iracheno, il danno ambientale delle siccità si aggrava man mano che si scende a sud, fino alle paludi delle provincie di Dhi Qar e Bassora. Sedi di una civiltà millenaria, le paludi del sud negli anni '90 erano casa per circa 300mila sciiti, osteggiati da Saddam. Nel 1992, per reprimere le rivolte che seguirono l'operazione Desert Storm, l'ex dittatore le fece prosciugare devastando un florido ecosistema, che è stato da molti identificato come il luogo del biblico giardino dell'Eden.
Dopo la caduta di Saddam, nel 2003, gli abitanti sfollati di quelle zone rimossero i blocchi idrici e ricominciarono a popolare la zona, che in pochi anni, con il sostegno delle Nazioni Unite, era almeno in parte rifiorita. Alla fine del 2006 l'afflusso idrico nella zona era tornato oltre il 50percento di quanto era in passato. Ora però, anche questo successo del governo iracheno è minacciato dalla crisi idrica. Lo conferma anche il responsabile del centro per la Rinascita delle Paludi di Nassiriya, Osama Witwit, secondo cui il flusso di acqua sarebbe sceso a 42 metri cubici al secondo, dagli oltre 250 che scorrevano fino a un anno fa. Lo stesso Witwit sostiene che decine di famiglie hanno nuovamente lasciato la zona, per la difficoltà di reperire acqua potabile e di pescare. La riduzione della portata dei due fiumi, inotre, avrebbe come conseguenza la salinizzazione delle acque meridionali, che già risentivano del pesante inquinamento, che viene quasi interamente scaricato in acqua dalla rete fognaria della capitale.
Naoki Tomasini