03/02/2004
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Manca il cibo nelle aree rurali del paese, colpito da una grave crisi economica
Sette milioni e mezzo di affamati, circa due terzi della popolazione.
E’ questo il dato inquietante che emerge dall’ultimo rapporto delle
Nazioni Unite sull’emergenza alimentare nello Zimbabwe, dove la
situazione starebbe precipitando.
Nel settembre scorso, cinque milioni di persone nel Paese dell’Africa
meridionale dipendevano dai soccorsi inviati dalle organizzazioni
umanitarie, ma negli ultimi mesi questa cifra, già impressionante, è
cresciuta fino ad oltre sette milioni.
Sono in molti a sostenere che dietro alla situazione di estrema
emergenza in cui si trovano le aree e le comunità rurali del paese ci
sia l’ombra del Presidente, Robert Mugabe, più volte accusato di
crimini efferati contro i suoi oppositori. Ne sanno qualcosa i white
farmers, discendenti dei coloni europei e latifondisti che fino a
qualche anno fa controllavano la maggior parte dei terreni agricoli
dello Zimbabwe, prima di venire cacciati con la violenza nel nome di
una pur legittima redistribuzione.
Agricoltori e operatori umanitari hanno a più riprese denunciato la
politica delle risorse alimentari dell’attuale governo. L’accusa mossa
è di ostacolare l’arrivo di derrate nelle zone in cui avrebbe ottenuto
meno consensi durante le elezioni presidenziali del 2002, della cui
legittimità si sospetta fortemente.
Oltre alla crisi umanitaria, si aggiunge una pesante inflazione del 600
per cento e un tasso di disoccupazione del 70 per cento. Secondo gli
ultimi dati, solo un anno fa un sacco di 50 chili di grano venivano
venduto all’equivalente di 60 centesimi di euro. Oggi invece, vale ben
20 euro.
“Con il solo stipendio non riesco più a sfamare i miei bambini”,
racconta un bracciante. “Ogni settimana i prezzi del cibo aumenta.
Possiamo permetterci solo un misero pasto al giorno e da settimane non
mangiamo carne”.
Il World food programme (Wfp), principale fornitore di cibo del paese,
è stato inoltre accusato da diverse organizzazioni locali e
internazionali (tra cui lo Human Rights Watch) di non opporsi
efficacemente alle decisioni governative di privilegiare solo certe
aree, nonostante uno dei suoi portavoce, Richard Lee, abbia
categoricamente smentito qualsiasi tipo di legame tra il modo di
operare dell’organizzazione e i piani alti di Harare.
Al centro delle polemiche ci sono le soluzioni prese dal Presidente e
dai suoi collaboratori, responsabili di aver lasciato i terreni
confiscati in stato di abbandono, rallentando notevolmente la
produzione agricola nel Paese e lasciando molte famiglie nelle campagne
senza cibo.
Nel frattempo, milioni di abitanti vedono ogni giorno le proprie
razioni di cibo diminuire e i propri figli dimagrire a vista d’occhio.
Con la paura che un giorno la situazione possa peggiorare ulteriormente.
Pablo Trincia