19/05/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Migliaia di persone usano la cannabis terapeutica per alleviare i sintomi di malattie molto gravi. Ma la procedura è lunga e costosa

Scritto per noi da
Chiara Pracchi

Da sempre la cannabis viene utilizzata nella farmacopea e allo stesso tempo un pregiudizio ideologico ne limita la conoscenza e l'impiego.

Eppure la letteratura scientifica a riguardo è molto vasta e a favore dell'utilizzo dei cannabinoidi si sono schierati istituti come l'Accademia Nazionale delle Scienze americana, la British Medical Association o il Comitato per la Scienza e la Tecnologia della Camera dei Lords inglese. In Italia è possibile importare farmaci a base di cannabinoidi per contrastare il dolore e gli spasmi muscolari nella sclerosi multipla, la nausea durante la chemioterapia e il deperimento fisico nella sindrome da Hiv, ma anche le convulsioni epilettiche, l'artrite reumatoide e il glioblastoma (un tipo di tumore al cervello che secondo un recente studio dell'Università di Madrid verrebbe attaccato dalle molecole di tetraidrocannabinolo, THC, presenti nella marjuana.) La trafila burocratica per ottenere questi farmaci è estremamente complessa, lunga e costosa. Il servizio sanitario li fornisce solo in regime di day hospital e a seconda delle disponibilità finanziarie della regione. Così può capitare che la Provincia Autonoma di Bolzano o la Regione Marche passino il prodotto, ma che in altre regioni il comportamento vari addirittura a seconda dell'azienda sanitaria di appartenenza. Il costo medio, per un mese di trattamento, che si tratti di Sativex, Bedrocan o altri medicinali a base di cannabinoidi, si aggira intorno ai 5-600 euro, la metà dei quali per le tasse di importazione e le spese di spedizione. I tempi per ricevere il medicinale possono comportare anche mesi di attesa.

I pazienti che ricorrono legalmente ai farmaci a base di cannabinoidi non sono tanti. Secondo i dati comunicatici dal Dottor Diego Petriccione, direttore dell'Ufficio Centrale Stupefacenti del ministero della Sanità, nei primi quattro mesi del 2008, gli ordini sono stati solo un centinaio. Ma una breve ricerca su internet porta a conoscere numerosissime storie di dolore e di pazienti che, non potendo affrontare i costi e i tempi della trafila legale, ricorrono alla marijuana comprata per strada. Un fenomeno sommerso che non si è mai tentato di quantificare ufficialmente e che, stando a quanto ci ha comunicato il vice ministro alla Sanità, Ferruccio Fazio, attraverso il suo ufficio stampa, il governo non è interessato a studiare, nonostante l'erba comprata per strada possa risultare estremamente pericolosa per pazienti dal fisico fortemente debilitato, come ci ha spiegato il professor Francesco Crestani, presidente dell'Associazione Cannabis Terapeutica.

"La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo" recita l'articolo 32 della Costituzione. O almeno così dovrebbe. Giampiero Grassi, ricercatore presso l'Istituto Sperimentale per le Colture Industriali e forse il maggior conoscitore di canapa in Italia, sostiene che potremmo produrre il farmaco in Italia ad un terzo del prezzo attuale, risparmiando sulle tasse di importazione e di trasporto. L'Italia coltiva la miglior canapa terapeutica d'Europa, per la quale riceviamo anche dei finanziamenti dall'Unione Europea, ma siamo costretti a distruggerla quasi tutta, dopo averne utilizzata solo una minima parte negli ospedali. "Un istituto pubblico come il nostro - spiega il dottor Grassi- che agisse sotto regime controllato e senza scopo di lucro, potrebbe arrivare a produrre un estratto, facile da gestire e da miscelare con altre sostanze. Se le ragioni dei pazienti venissero prese in considerazione, si potrebbe stipulare un accordo con l'Istituto Farmaceutico Militare di Firenze, lo stesso che in questi giorni è stato attivato per il vaccino dell'influenza suina, perchè trasformino il prodotto naturale, che gli forniremmo noi, in un medicinale finito e commercializzabile. Resterebbero, è vero, tutti i problemi legati alla distribuzione, che fa capo all'AIFA (l'Agenzia Italiana del Farmaco), per superare i quali occorre la volontà politica".

Per Antonio Morandi, presidente della Società Scientifica Italiana di Medicina Ayurvedica, il problema riguarda più genericamente la definizione di farmaci sintetici e principi naturali. "La cordifolia, ad esempio - racconta - è una pianta fondamentale nella medicina ayurvedica ma non può essere prescritta perché contiene efedrina, ed è considerata tossica. L'efedrina sintetica, però, può essere somministrata tranquillamente. E' la lobby delle case farmaceutiche che guadagna sui brevetti: esistono due tipi di brevetti, quello di formula, nel caso della scoperta di una nuova molecola, che permette guadagni immensi perché ne garantisce la piena proprietà; e quello d'uso, che si applica ad una molecola già conosciuta e permette dei ricavi limitati. Nel caso delle piante tradizionali il brevetto è debolissimo perché sono tutti principi già conosciuti. Le case farmaceutiche non hanno quindi interesse a produrre certe medicine, non perché non ci si guadagni,ma perché ci si guadagna troppo poco". La tesi del dottor Morandi ci è stata confermata anche da un medico della casa farmaceutica Recordati, che ha parlato con noi in forma anonima, anche se - ci ha tenuto a sottolineare - il vero problema resta di tipo politico e cioè il fatto che l'Aifa non concede l'autorizzazione per la produzione del farmaco in Italia.

"Una soluzione sembra fornirla ancora Gianpaolo Grassi, che ha anticipato a PeaceReporter il progetto al quale sta lavorando: la cessione controllata di piantine ai pazienti per l'auto-produzione. "Perchè la pianta rispetti i requisiti medici, occorre che il principio attivo sia stabilizzato - spiega Grassi - che sia cioè in grado di garantire la stessa concentrazione di THC, così come avviene per le inflorescenze essiccate del Bedrocan, uno dei medicinali che importiamo dall'Olanda, che sono tutte al 18 percento. Per questo stiamo selezionando una pianta geneticamente ottimale da replicare enne volte" .
Il vantaggio di una distribuzione di questo genere non sarebbe solo di tipo pratico ed economico, ma anche terapeutico, dal momento che, negli anni, Grassi è riuscito a collezionare più di 200 famiglie di canapa, che variamente incrociate potrebbero permettere di sperimentare risposte ad hoc per ciascun paziente. "La maggior parte dei farmaci utilizzati si basa sul Delta 9 THC, il principio attivo più potente della canapa, o su un equivalente sintetico, come il dronabinolo e il nabilone - prosegue il dottor Grassi - ma i cannabinoidi sono una sessantina, alcuni dei quali, per altro, non psicoattivi, come il cannabinolo che prolunga l'azione del THC nella terapia del dolore. Sperimentare vari incroci potrebbe quindi essere un modo per mettere a punto risposte mirate alle diverse patologie ed esigenze del malato. Il tutto ovviamente dovrebbe avvenire nel rispetto della normativa vigente in materia di stupefacenti, che permetta alla polizia di controllare che dietro ad ogni pianta ci sia un nome, una prescrizione medica e una terapia: un sistema di tracciabilità della pianta che impedisca la frode o la moltiplicazione per talea". Un esperimento simile era già stato tentato alcuni anni fa dall'Università di Viterbo, ma un complicato sistema di sigilli posti a garanzia delle piantine, lo aveva fatto fallire. Grassi, che conta di poter presentare il suo progetto in un paio di mesi, si è detto invece sicuro che l'elettronica e le nanotecnologie ci aiuteranno a rispondere a queste esigenze".

"Il problema è che in Italia c'è pochissima sensibilità verso il dolore al punto che solo l'8 percento dei medici ha ritirato il ricettario speciale per gli oppiacei e i cannabinoidi"- sostiene la dottoressa Rosanna Cerbo, docente dell'Università La Sapienza di Roma e responsabile del centro di medicina del dolore ‘Enzo Borzomati' - pensiamo al decorso post operatorio: quando un paziente chiede un analgesico per alleviare il dolore, la frase più ricorrente che si sente rispondere è: ma non può resistere?"
Sui farmaci a base di cannabinoidi, però, la dottoressa Cerbo la pensa diversamente, pur avendo lottato per anni per iniziare anche in Italia la sperimentazione in associazione con la morfina, nella terapia del dolore oncologico acuto. "Io non credo che lo Stato debba passare un farmaco la cui efficacia non sia ancora stata provata scientificamente. Se c'è una battaglia che vale la pena di combattere è quella per la diffusione della morfina, che in questi anni ha dimostrato, al di là di ogni dubbio, di essere un'alleata preziosa nella lotta contro il dolore. Basti pensare che le Nazioni Unite considerano l'utilizzo di morfina terapeutica un parametro per giudicare il grado di civiltà di un Paese e l'Italia è agli ultimi posti nella classifica europea.

Le soluzioni ci sarebbero: produrre il principio attivo negli istituti statali, autorizzare le case farmaceutiche a farlo, o permettere l'auto-coltivazione terapeutica. Ma tutte implicano un atteggiamento culturale diverso, che nasce dalla conoscenza e dal rispetto della sofferenza.