“Gli stranieri mi chiedono jazz arabo, musica esotica come la chiamano
loro. Ho sempre guadagnato molto. Un cd lo vendo a 50 lire siriane, un
dollaro. E i turisti escono dal mio negozio con le borse piene. Però dopo l’inizio
della guerra in Irak per quasi un mese non ho
lavorato. Ora le cose vanno un po’ meglio. La colpa? Sì, gli Stati
Uniti, ma anche quei crazy muslims”.
Mohamed ha un buco per negozio, ma è difficile che passi inosservato in
questa stradina che porta al cuore del quartiere cristiano di Damasco.
Sono note musicali diverse da quelle che ci si abitua ad ascoltare nei
caffè, nei taxi, per strada. I consueti ritmi tradizionali lasciano il
posto a quelli di una musica
sempre araba, ma più raffinata e ricercata. Per entrarci bisogna
abbassare la testa e infilarsi nel locale facendosi largo tra le
persone. Poi si resta tutti pigiati.
“I giovani damasceni vengono da me e mi dicono: ho sentito una musica
straniera, il jazz, ne hai un cd? Le loro orecchie pretendono di
aprirsi a musica diversa, che non viene trasmessa dalla televisione e
dalle radio siriane” racconta Mohamed. Uno stereo malandato è disponibile per
far ascoltare uno dei tanti cd
che ricoprono le pareti. E Mohamed è prodigo nel fornire informazioni
sul cantante, il gruppo musicale e l’origine della musica. Nel negozio
di Mohamed si trova tutto il medioriente sottoforma di note musicali:
jazz libanese o iracheno, musica armena, oriental jazz.
“Dalla radio e dalla televisione arriva solo un tipo di musica che non
aiuta ad aprire la testa, a crescere, ad arricchirsi. Nel mio negozio
si può trovare di tutto” racconta Mohamed mentre un ragazzo con il
contrabasso infila la testa dentro il negozio. “C’è qualche novità di
jazz arabo?” chiede. “Sì, ma devo ancora copiarlo. Se ce la faccio te
lo duplico stanotte” risponde Mohamed.
Arrivano anche tre ragazzine siriane in cerca di musica occidentale.
“Il copyright non c’è sui dischi di importazione” spiega Mohamed “così
ne posso duplicare quanti ne voglio”. Un computer sul banco è sempre
pronto per fare copie di copie, anche di notte. La famiglia di Mohamed
è siriana, ma vive in Libano. “La gente in Libano parla francese,
perché si vuole distinguere dagli arabi. They don’t believe in
theirselves”. Sono arabi che non credono in loro stessi racconta
Mohamed con disprezzo.
Il Libano non gli piace: “la gente ti giudica per la religione cui
appartieni, per la tua faccia e non per la tua personalità, per chi sei
veramente”. Mohamed è musulmano, ma vive nel quartiere cristiano: “Non ho problemi
a stare qui, conosco le persone da tanto tempo e quando ci si conosce
non si ha paura gli uni degli altri. Quando ho vissuto in Arabia Saudita ho avuto qualche problema. Erano
diffidenti verso di me perché avevo la pelle bianca e mi scambiavano
per un cristiano. Giudicavano ciò che non conoscevano, avevano paura di
un estraneo, di ciò che è diverso da loro. Anche qui succede”.
Sui sacchetti per i cd, Mohamed ha fatto scrivere “Welcome”. E’ la
parola che tutti i siriani ripetono agli stranieri. “Welcome to Syria”,
ripetuta in modo ossessivo, come per convincerti che sei il benvenuto
in questo paese. Per toglierti dalla testa che sei in un paese
pericoloso.