“Stop the war” dice Amir il siriano, coi suoi occhi neri, preoccupati.
Sorride per un attimo, poi cambia di nuovo espressione e con le rughe
che gli disegnano lo sguardo, aggiunge: “Penso che tra un anno faremo
la stessa fine dell’Iraq. Ho paura, soprattutto per bambini e anziani.
Che ne sarà di loro? In televisione ho visto un’anziana donna irachena:
piangeva disperata”.
Nei suk di Aleppo e Damasco, le cittadelle-mercato
brulicanti di clienti e generose d’ogni tipo di merce, famosi simboli
dell’Oriente, si vende sempre meno. Nei ristoranti sono pochi i tavoli
occupati dagli stranieri, mentre per le guide turistiche il lavoro è
quasi un miraggio. Per il presidente Usa, George W. Bush, la Siria è
uno Stato canaglia, non solo responsabile di accogliere e proteggere
terroristi, ma anche colpevole di possedere e non voler smantellare gli
arsenali di distruzione di massa. Qui il popolo si sente stritolato tra
le minacce americane e la guerra irachena, tanto vicina che quasi si
respira nell’aria.
“Bush non ascolta nessuno” insiste Amir. “Ho visto le manifestazioni
per la pace in tv, ma i governi non hanno ascoltato le persone che
protestavano. Sono rassegnato: se Bush ha deciso di bombardarci,
nessuno riuscirà a impedirglielo”. Lo sfogo di Amir arriva mentre siamo
seduti al tavolino di un ristorante sulla strada interna tra Aleppo e
Hama e stiamo mangiando gli unici piatti che offre il menu: pizza al
timo, la variante con pomodoro e paprika, e panzerotti al formaggio.
Naturalmente si beve tè. “Gli americani vogliono mandare in Siria i
loro ispettori e lo chiedono a voce più alta dopo l’accordo con la
Libia. Perché non li mandano anche in Israele?”.
Amir ha 50 anni,
capelli corti arruffati, un giaccone verde di almeno due taglie più
grandi lo ripara dal freddo. Ha studiato all’Università letteratura e
lingue straniere e da alcuni anni fa la guida turistica. “In Siria un
professore universitario guadagna circa 300 dollari al mese” racconta
Amir “gli insegnanti delle scuole secondarie meno. E non abbastanza per
viverci. Invece una guida turistica può arrivare a guadagnare più di 50
dollari al giorno”. Amir è un uomo colto, gli occhi s’illuminano quando
parla della storia antica del suo paese. Ride, gesticola e fa
continuamente battute. Assomiglia a un napoletano. Quando non parla,
canta. Senza mai mollare la sigaretta. Ed è una fonte inesauribile di
aneddoti.
“La scorsa estate ho portato un gruppo di stranieri in giro
per la Siria, tra questi c’era un’americana che vive in Olanda. Mi ha
raccontato che suo padre, che vive negli Stati Uniti, l’ha scongiurata
di non venire in Siria, dicendole che il mio paese è pericoloso, che le
avrebbero fatto del male. Lei non ha avuto alcun problema con i siriani
e non si spiegava come suo padre potesse avere una tale opinione della
Siria. Abbiamo riso molto perché nel gruppo c’era una donna americana
che ha chiesto dove fosse l’Olanda e se gli olandesi utilizzano
telefono ed elettrodomestici. Purtroppo a causa della guerra in Irak e
delle minacce di Bush al mio paese, di turisti se ne vedono pochi ”. E’
un destino quello di Amir che ha colpito molti siriani. Da Aleppo a
Damasco le tasche di coloro che lavorano con i turisti sono più vuote.