02/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Parla Honoré Musoko, difensore dei diritti umani nell'Ituri
Chi si espone per difendere la popolazione civile durante un conflitto mette spesso a repentaglio sé stesso e il proprio lavoro. Chiedetelo a Honoré Musoko, 42 anni, avvocato, mezza vita passata a battersi per i diritti umani in una delle aree più pericolose e disastrate della terra: Regione di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), una boscaglia a pochi passi dall’Uganda e dal Sudan, teatro di una guerra fra gruppi ribelli che in sei anni ha causato la morte di almeno 60mila persone, non ultimi i nove caschi blu delle Nazioni Unite, uccisi la scorsa settimana in un’imboscata e gli oltre sessanta guerriglieri uccisi nelle ultime ore. 
Insieme alla sua organizzazione umanitaria, Justice Plus, con la quale si occupa di promuovere i diritti umani e condannarne le numerose violazioni nelle aree rurali dell’Ituri, Musoko ha tentato di riportare all’attenzione di media e organismi internazionali i risvolti e i retroscena di  questa guerra dimenticata. Catturato e arrestato in madrepatria da alcuni miliziani ribelli per alcune interviste rilasciate alle radio locali, e in seguito costretto a un breve esilio in Uganda, fino al 2003 ha lavorato presso la Corte Penale Internazionale, che di recente ha cominciato a occuparsi dei crimini commessi nella regione nord-orientale della Rdc. e nel novembre scorso è stato premiato dall’organizzazione Human Rights Watch, per le sue attività svolte. Oggi vive ad Eindhoven, in Olanda, dove lo abbiamo raggiunto.
 
 
Avvocato, lo scorso 25 febbraio nove caschi blu bengalesi della Monuc sono stati uccisi nell’Ituri (ieri la polizia ha arrestato il capo della milizia dell’Fni, Floribert Ndjabu, nda). Come giudica questo attacco ai peacekeepers?
Si tratta di un messaggio inviato dai signori della guerra locali alle Nazioni Unite e alla missione Monuc, che chiedono continuamente il disarmo. I ribelli sanno che senza armi non avrebbero più potere nella regione, dove al momento sono veri e propri re di intere aree rurali.
 
La Monuc è in Ituri dal 1999. Eppure sembra che i quasi 5mila caschi blu non siano riusciti a riportare la stabilità.
La Monuc ha lavorato bene, ma quello che ha fatto finora non basta. Il problema è che, pur non trattandosi di una regione vastissima, è difficile dispiegare tutti gli uomini su un territorio proibitivo e pieno di vegetazione, dove si può nascondere chiunque. Per questo i peacekeepers sono riusciti a riportare la calma nella città di Bunia, ma non nelle aree circostanti e nei villaggi.
 
Il nome ‘Ituri’ evoca subito la vecchia questione ‘etnica’ tra le popolazioni Hema e i Lendu. Ma è davvero legata alla razza, questa crisi?
E’ un errore definire questa guerra come una guerra etnica.
Certo, è pur vero che Hema e Lendu si sono scontrati in passato. Ma adesso tra la popolazione civile non è più così, nonostante quello che si scrive sui giornali. Per crederci basta farsi un giro nei mercati della regione. Vedrete uomini e donne Hema e Lendu conversare tranquillamente, interagire, scambiarsi le merci. La verità è che le due fazioni ribelli che si fanno la guerra, lo Upc e l’Fni sono composte per buona parte rispettivamente da Hema e Lendu. Ma è bene sottolineare che questo riguarda solo chi combatte.
 
Quando si parla di questa crisi si pensa subito alla Repubblica Democratica del Congo, di cui questa regione fa parte. Ma ci sono altri Paesi coinvolti…
Questo è un aspetto importante dell’intera questione. L’Uganda appoggia l’Fni, il Ruanda l’Upc. Ho alcune informazioni sui comandanti di entrambi i gruppi armati, e so che non sono congolesi. Ci pensa? Due Paesi che si fanno la guerra sul territorio di un terzo per il controllo del territorio. E a rimetterci è come al solito la popolazione civile. Ogni giorno avvengono gravi violazioni dei diritti umani: esecuzioni, stupri, atrocità di ogni genere. E’ normale che poi la gente fugga dai villaggi e vada a gonfiare le tendopoli dei campi per sfollati, dove le crisi umanitarie sono sempre in agguato.
 
Pensa che questa crisi umanitaria si possa paragonare a quella del vicino Darfur?
Non conosco il Darfur così bene da poter azzardare paragoni. Ma posso dire con certezza che prima dell’arrivo della missione militare congiunta tra Onu e Unione Europea (Artemis), la situazione umanitaria in Ituri era a dir poco tragica. E se guardiamo al numero dei morti, di sfollati e alla durata complessiva della crisi non siamo nemmeno troppo lontani.
 
Gli operatori umanitari sul luogo sostengono che vivere in Ituri sia tanto pericoloso quanto denunciarne le atrocità.
E’ vero. Bisogna sempre stare molto attenti a quello che si dice. E’ più conveniente segnalare problemi umanitari, come la mancanza di farmaci o di cibo per gli sfollati nei campi. Ma se si parla pubblicamente di scorribande, assassinii e violenze si rischia di finire nel mirino di qualcuno.
Io stesso ho dovuto lasciare la regione dietro alle minacce di personaggi a cui davano fastidio le attività della mia organizzazione, Justice Plus.
 
Quali sono le possibili soluzioni alla fine di questo conflitto?
Ritengo sia necessario un miglior dispiegamento delle truppe della Monuc, che al momento non possono garantire la sicurezza della popolazione nelle aree più isolate. Allo stesso tempo è necessario un lavoro diplomatico da parte della comunità internazionale che favorisca il dialogo tra Ruanda e Uganda, ancora ai ferri corti dalla fine della guerra del Congo nel 2002. Sono loro i principali attori e promotori di questo conflitto.
 

Pablo Trincia

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