
Chi si espone per difendere la popolazione civile durante un conflitto mette
spesso a repentaglio sé stesso e il proprio lavoro. Chiedetelo a Honoré Musoko,
42 anni, avvocato, mezza vita passata a battersi per i diritti umani in una delle
aree più pericolose e disastrate della terra: Regione di Ituri, nella Repubblica
Democratica del Congo (Rdc), una boscaglia a pochi passi dall’Uganda e dal Sudan,
teatro di una guerra fra gruppi ribelli che in sei anni ha causato la morte di
almeno 60mila persone, non ultimi i nove caschi blu delle Nazioni Unite, uccisi
la scorsa settimana in un’imboscata e gli oltre sessanta guerriglieri uccisi nelle
ultime ore.
Insieme alla sua organizzazione umanitaria, Justice Plus, con la quale si occupa di promuovere i diritti umani e condannarne le numerose
violazioni nelle aree rurali dell’Ituri, Musoko ha tentato di riportare all’attenzione
di media e organismi internazionali i risvolti e i retroscena di questa guerra
dimenticata. Catturato e arrestato in madrepatria da alcuni miliziani ribelli
per alcune interviste rilasciate alle radio locali, e in seguito costretto a un
breve esilio in Uganda, fino al 2003 ha lavorato presso la Corte Penale Internazionale,
che di recente ha cominciato a occuparsi dei crimini commessi nella regione nord-orientale
della Rdc. e nel novembre scorso è stato premiato dall’organizzazione Human Rights Watch, per le sue attività svolte. Oggi vive ad Eindhoven, in Olanda, dove lo abbiamo
raggiunto.
Avvocato, lo scorso 25 febbraio nove caschi blu bengalesi della Monuc sono stati
uccisi nell’Ituri (ieri la polizia ha arrestato il capo della milizia dell’Fni,
Floribert Ndjabu, nda). Come giudica questo attacco ai peacekeepers?
Si tratta di un messaggio inviato dai signori della guerra locali alle Nazioni
Unite e alla missione Monuc, che chiedono continuamente il disarmo. I ribelli
sanno che senza armi non avrebbero più potere nella regione, dove al momento sono
veri e propri re di intere aree rurali.
La Monuc è in Ituri dal 1999. Eppure sembra che i quasi 5mila caschi blu non
siano riusciti a riportare la stabilità.
La Monuc ha lavorato bene, ma quello che ha fatto finora non basta. Il problema
è che, pur non trattandosi di una regione vastissima, è difficile dispiegare tutti
gli uomini su un territorio proibitivo e pieno di vegetazione, dove si può nascondere
chiunque. Per questo i peacekeepers sono riusciti a riportare la calma nella città di Bunia, ma non nelle aree circostanti
e nei villaggi.
Il nome ‘Ituri’ evoca subito la vecchia questione ‘etnica’ tra le popolazioni
Hema e i Lendu. Ma è davvero legata alla razza, questa crisi?
E’ un errore definire questa guerra come una guerra etnica.
Certo, è pur vero che Hema e Lendu si sono scontrati in passato. Ma adesso tra
la popolazione civile non è più così, nonostante quello che si scrive sui giornali.
Per crederci basta farsi un giro nei mercati della regione. Vedrete uomini e donne
Hema e Lendu conversare tranquillamente, interagire, scambiarsi le merci. La verità
è che le due fazioni ribelli che si fanno la guerra, lo Upc e l’Fni sono composte per buona parte rispettivamente da Hema e Lendu. Ma è bene sottolineare
che questo riguarda solo chi combatte.
Quando si parla di questa crisi si pensa subito alla Repubblica Democratica del
Congo, di cui questa regione fa parte. Ma ci sono altri Paesi coinvolti…
Questo è un aspetto importante dell’intera questione. L’Uganda appoggia l’Fni, il Ruanda l’Upc. Ho alcune informazioni sui comandanti di entrambi i gruppi armati, e so che
non sono congolesi. Ci pensa? Due Paesi che si fanno la guerra sul territorio
di un terzo per il controllo del territorio. E a rimetterci è come al solito la
popolazione civile. Ogni giorno avvengono gravi violazioni dei diritti umani:
esecuzioni, stupri, atrocità di ogni genere. E’ normale che poi la gente fugga
dai villaggi e vada a gonfiare le tendopoli dei campi per sfollati, dove le crisi
umanitarie sono sempre in agguato.
Pensa che questa crisi umanitaria si possa paragonare a quella del vicino Darfur?
Non conosco il Darfur così bene da poter azzardare paragoni. Ma posso dire con
certezza che prima dell’arrivo della missione militare congiunta tra Onu e Unione
Europea (Artemis), la situazione umanitaria in Ituri era a dir poco tragica. E
se guardiamo al numero dei morti, di sfollati e alla durata complessiva della
crisi non siamo nemmeno troppo lontani.
Gli operatori umanitari sul luogo sostengono che vivere in Ituri sia tanto pericoloso
quanto denunciarne le atrocità.
E’ vero. Bisogna sempre stare molto attenti a quello che si dice. E’ più conveniente
segnalare problemi umanitari, come la mancanza di farmaci o di cibo per gli sfollati
nei campi. Ma se si parla pubblicamente di scorribande, assassinii e violenze
si rischia di finire nel mirino di qualcuno.
Io stesso ho dovuto lasciare la regione dietro alle minacce di personaggi a cui
davano fastidio le attività della mia organizzazione, Justice Plus.
Quali sono le possibili soluzioni alla fine di questo conflitto?
Ritengo sia necessario un miglior dispiegamento delle truppe della Monuc, che
al momento non possono garantire la sicurezza della popolazione nelle aree più
isolate. Allo stesso tempo è necessario un lavoro diplomatico da parte della comunità
internazionale che favorisca il dialogo tra Ruanda e Uganda, ancora ai ferri corti
dalla fine della guerra del Congo nel 2002. Sono loro i principali attori e promotori
di questo conflitto.