scritto per noi da
Giorgio Trucchi

Stanno avvicinandosi a Managua e oggi ci entreranno, uno ad uno. Si metteranno
davanti alla Asamblea Nacional e ci resteranno fino a che governo e deputati non
daranno risposte concrete alle loro richieste. Sono i
bananeros vittime del
Nemagón, ormai alla fine della loro marcia, l'ennesima, ma all'inizio di un'avventura
dagli esiti incerti. Un viaggio che hanno definito "Marcia senza ritorno".
Camminano ormai da dieci giorni. Sono partiti da Chinandega, 140 chilometri da
Managua, e i segni della stanchezza stanno comparendo, sui loro volti, sui loro
corpi. Mal nutriti, in parte disidratati, con i piedi pieni di vesciche, alla
disperata ricerca di uno scorcio d’ombra sotto il quale stendere le proprie amache.
Dolore e buon umore. Sono migliaia. Il grosso è arrivato proprio in questi giorni. Nell’approssimarsi
alla meta dovrebbero diventare settemila, più qualche migliaio che farà avanti
e indietro perché non è nelle condizioni di resistere in un accampamento improvvisato
e per di più per un tempo indefinito. Eppure, il buon umore non manca. Nonostante
la stanchezza, sono sempre pronti a parlare, a comunicare, a offrirti qualcosa
di quel poco o niente che hanno. Ridono e scherzano anche sulle condizioni dei
loro piedi. Un misto di disperazione, tenacia e senso dell'autoironia, che lascia
sempre sconcertato chiunque giunga lì per parlare con loro.
Voglia di giustizia. Uno dei leader delle tante organizzazioni che stanno partecipando a questa ennesima
tappa della lotta sta dormendo profondamente sull'amaca. Ma appena lo svegliamo,
mostra da subito un’immediata disponibilità a parlare.
“Siamo sempre di più – racconta - c'è un buon clima, la gente è attiva e con
la voglia di portare questa lotta fino in fondo. Per il momento è andato tutto
bene. Molta la stanchezza, ma non abbiamo ripetuto gli stessi errori dell'anno
scorso, quando in molti sono dovuti tornare a casa perché non ce la facevano,
svenivano e dovevano essere persino portati in ospedale. Quest'anno abbiamo diluito
le tappe ed evitato le camminate sotto il sole. Quindi stiamo tutti abbastanza
bene a parte gli ovvi problemi ai piedi, allo stomaco per la scarsità di liquidi
e alimenti. Proprio adesso, abbiamo invece ricevuto la dolorosa notizia che durante
questi nove giorni di marcia sono morte altre tre persone. Con loro, il numero
di questo massacro causato dalle multinazionali sale a 841 e sappiamo che un altro
compagno di La Paz Centro è in fin di vita. Ormai la media è di 100 morti all'anno
e la percentuale non può che aumentare, perché queste malattie non si fermano
e nessuno ha i mezzi economici per curarsi. Oggi entreremo a Managua. E ci restermo.
Non c'interesseranno discorsi e firme, vogliamo i fatti, perché per molti il tempo
sta finendo".
La lotta al femminile. Nel gruppo in marcia c’è anche Maria de los Angeles Hernandez, che ha partecipato
tante volte alle marce dei
bananeros. L'ultima volta l’abbiamo incontrata a Chinandega, durante la protesta contro
le multinazionali che non volevano ammettere che anche le donne si fossero ammalate
a causa del Nemagòn. Secondo
i padroni delle banane non avevendo lavorato direttamente nei campi, ma nel lavaggio del frutto, non
potevano essersi infettate. Non tenevano conto, invece, che le banane arrivavano
al lavaggio inzuppate di pesticida e che le donne si bagnavano costantemente con
acqua inquinata.
Anche l’anno scorso Maria de los Angeles ha marciato su Managua, insieme al marito,
Pedro Letama, 65 anni, ma non erano restati molto. Stavano molto male, soprattutto
lui.
La ritroviamo oggi, stesa sulla sua amaca, insieme a un gruppo di donne. Tutte
intorno al fuoco su cui è posta una pentola a bollire.
“Stiamo facendo una sopa. E' appena passata un'amica che mi ha regalato un osso e con questo ci facciamo
una sopa de res".
Hanno tutti visi stanchi, ma determinati.
Maria de los Angeles adesso è sola. Suo marito è morto sette mesi fa. Ha comunque
deciso di partecipare alla marcia, anche per lui. Tira fuori una foto e ce la
mostra. La ritrae vicino alla bara del marito. La porta sempre con sé e la mostrerà
come testimonianza di quello che hanno fatto il Nemagòn e le multinazionali. Le
donne vicino a lei le si stringono vicino e ascoltano.
Il racconto di Maria. “Pedro – spiega - ha lavorato nelle
bananeras da quando aveva quindici anni e ci è rimasto per trenta. Ha fatto di tutto.
Nel 1985 ha abbandonato il lavoro perché molto malato. Aveva il corpo coperto
di macchie, anche nella parte genitale. Non vedeva quasi più e aveva perso i capelli.
Aveva giramenti di testa continui e alla fine faceva fatica anche a camminare.
Durante l'ultima marcia siamo dovuti tornare a casa, perché ha cominciato a non
trattenere più l'urina e Pedro si vergognava di bagnarsi costantemente. E poi,
non avevamo nemmeno i cambi sufficienti.
E' morto lentamente, giorno dopo giorno”.
“Io – prosegue prendendo fiato - ho lavorato per otto anni e sono ammalata. Non
me la sento di dirvi che malattia ho, perché mi vergogno e perché c'è altra gente
che ascolta”. Poi indicando la parte genitale aggiunge: “Ma sono cose gravi”.
“Non abbiamo mai avuto nessun aiuto da parte del governo e ancora meno da parte
delle multinazionali – prosegue - al contrario. Adesso ho dovuto indebitarmi per
poter fare il funerale a mio marito. La nostra associazione mi ha aiutato per
comprare pane e caffè da dare ai partecipanti della veglia funebre, ma per il
resto ho dovuto pensarci da sola. L'unica cosa che riesco a fare è vendere pomodori.
E' con con questo che mi mantengo. La situazione è difficile, ma dopo tanti anni
di lotta, di marce, di proteste è venuto il momento di esigere quello che ci spetta.
Non so perché questa gente abbia il cuore così duro. Perché non vogliono vedere
i sacrifici che stiamo facendo e quello che stiamo soffrendo? Perché, se abbiamo
ragione? Non è morto solo mio marito, ma centinaia di persone e siamo disposti
a resistere a qualsiasi condizione, al sole, alla fame, fino a che non ci daranno
una risposta concreta. Guarda come sono conciati i miei piedi, pieni di vesciche.
Abbiamo patito il caldo e la sete. Non sappiamo dove andare a fare i nostri bisogni
ed è imbarazzante inoltrarsi nei campi per nascondersi e fare le nostre cose.
Abbiamo mangiato poco e i pochi soldi che avevamo sono già finiti. Per fortuna
sono arrivate persone di buon cuore che ci hanno portato un po' da mangiare. Sono
grossi sacrifici, ma dobbiamo andare avanti fino alla fine. Non ci pieghiamo".